L'invasione napoleonica attraverso le Alpi: forza e astuzia

Nel maggio del 1800 l'esercito del grande comandante valicò il passo del Gran San Bernardo per arrivare alle pianure italiane. Lo spiegamento di quarantamila uomini fu impressionante, ma non mancarono gli accorgimenti per rendere l'avanzata silenziosa
Il valico del Gran San Bernardo del 20 maggio, opera di Marie Felix Edmond de Boislecomte

 

Nel maggio del 1800 l’esercito di Napoleone scavalca il passo del Gran San Bernardo e invade l’Italia. Il San Bernardo era un valico frequentato da secoli, famoso per i marrons, antesignani delle guide, e i cani da soccorso. “È compito dei marrons in inverno – scriveva Chrétien de Loges – tutti i giorni di precedere i passanti fino a una lega di distanza dal monastero, e di occuparsi della muta dei cani, che scavano nella neve e aiutano i pellegrini a ritrovare la strada quando è stata smarrita. Si devono mandare domestici e religiosi, quanti ne servono, per estrarre dalle valanghe chi è stato travolto, e si devono accompagnare al monastero coloro che sono stati sorpresi dal freddo sulla montagna, e i morti che si trovano lungo la strada”.

Una vera impresa

Napoleone attraversa il Colle nel 1800 per scendere in Valle d’Aosta e invadere le pianure italiane. L’impresa porta la firma del generale Berthier che valica il San Bernardo attorno alla metà di maggio, guidando una colonna di quarantamila uomini con sessanta cannoni e trecento carri. La leggendaria impresa militare ricorda l’epica discesa di Annibale e dei suoi elefanti attraverso le Alpi, ma sul passaggio dei francesi disponiamo di date e documentazioni certe. Possiamo immaginare - esiste una fantasiosa documentazione iconografica - l’esercito colossale che avanza in mezzo a metri di neve, trasportando il necessario per una guerra, che è tanto, e soprattutto i viveri, gli attrezzi e i rifornimenti per gli uomini di una piccola città in movimento: animali da soma in quantità, centinaia di portatori, ruote di carri da liberare dal manto nevoso, evitando che il gelo le renda inutilizzabili. Un’impresa da Fitzcarraldo, folle e visionaria, dalla quale Werner Herzog potrebbe trarre un film di innegabile suggestione.

Con la forza e con l'astuzia

L’esercito francese scende abbastanza facilmente in Valle d’Aosta lungo la valle di Etroubles, raggiunge la città di Aosta, la aggira, attraversa la piana di Saint-Vincent e la gola della Mongiovetta, ma nella chiusa inferiore della Valle incontra il Forte di Bard che sbarra strenuamente il passo all’armata transaplina. La difesa di Bard è affidata a un capitano e due compagnie di granatieri per un totale di quattrocento uomini e venti cannoni, che riescono a opporsi alle truppe napoleoniche per quattordici giorni, utilizzando lo sbarramento della montagna lisciato dal ghiacciaio. Come una scoglio in mezzo alla valle, presidiato da un castello fin dall'epoca medievale. 

 

Le truppe e la cavalleria aggirano infine la posizione con il tracciamento di una mulattiera che aggira la fortezza sul versante di Albard, mentre le artiglierie sono trascinate nottetempo sui carri con le ruote rivestite di paglia, cospargendo di letame la strada per attutire il rumore. Una beffa geniale. In seguito Napoleone farà distruggere il Forte per vendetta.