'Amico fragile', uno strapiombo che strega

La via aperta da Marco Vago sul Monte Donneittu, in Sardegna, è un gioiello che non smette di brillare a 20 anni dall'apertura. La ripetizione di Luca Schiera e Marco Zanchetta: "Ogni movimento è una sorpresa"

 

Pochi giorni fa, abbiamo scritto di Cuore in gola, la nuova via di Maurizio Oviglia nella Gola di Gorropu, un itinerario che insiste in un'area che fino a pochi anni fa era molto più selvaggia, remota, priva di accessi e dove le poche vie presenti allora sono ancora degli autentici gioielli dell'arrampicata. Tra queste, anche Amico fragile, un altro rimando a Fabrizio De André, aperta nel 2007 da Marco Vago, che aveva iniziato i lavori con Fabrizio Fratagnoli, per poi andare avanti con Matteo Della Bordella e completarli con Simone Pedeferri.

 

Nei giorni scorsi, anche Luca Schiera è andato a ripetere tanto Cuore in gola che Amico fragile e ci ha restituito tutta la bellezza di questa linea salita insieme a Marco Zanchetta in un bel report.

La linea giusta

di Luca Schiera


“Sentivo e sapevo che non sarebbe finita lì, che c’era ancora qualcosa in sospeso tra me e quella parete… […] Durante l’apertura non mi fu possibile gestire i 55 metri di sviluppo di quelle canne, o almeno non ne fui in grado, quindi a circa metà strapiombo piazzai la S3, cioè la sosta di arrivo del terzo tiro che durante la salita in libera, in compagnia di Simone, valutammo 7c+/8a, mentre il quarto tiro risultò essere un altro 7c+. Mi resi conto che se non in apertura, almeno in fase di arrampicata la S3 poteva essere evitata unendo i due tiri in un’unica grande cavalcata su canne con la schiena rivolta verso un grande vuoto, un vero affronto alla forza di gravità.
 Non era certo la ricerca di una prestazione, e nemmeno la ricerca di un grado estremo, semplicemente una ricerca estetica poiché quella S3 sembrava voler “castrare” lo strapiombo, era una vera stonatura nel bel mezzo di quelle canne.”

 

“Non era certo la ricerca di una prestazione, e nemmeno la ricerca di un grado estremo, semplicemente una ricerca estetica” Marco Vago

Così raccontava venti anni fa Marco Vago, per tutti Marchino, dopo la salita in libera e in un unico tiro dell’impressionante strapiombo di Amico Fragile, la sua via sul Monte Donneittu in Sardegna. Questa linea, fra apertura con Fabrizio Fratagnoli e Matteo Della Bordella e libera, gli era costata diversi viaggi e immagino un bello stress non esattamente ideale per salire un tiro di oltre cento movimenti in forte strapiombo, la cui chiave per la riuscita è dosare le energie sulle continue pinzate a mano aperta.


Chiaramente conoscevo la storia di Amico Fragile da molto tempo, alcuni particolari si tramandavano a voce fra gli scalatori della mia cerchia come ad esempio le storiche foto di Riky Felderer che ritraggono un Marchino con dei bicipiti fuori scala, le altre sempre dello stesso Riky con James Pearson mentre scala in discesa per farlo sembrare molto più impegnato (chiaramente vedendo le immagini non lo si può capire), oppure i rami tentacolari del fico sul quinto tiro che avevano respinto alcune cordate. E poi ovviamente la linea di questa via: prima lungo un muro verticale a concrezioni che ricordano i cavolfiori di ghiaccio delle cascate, poi dritta lungo una successione di evidenti canne bianche e nere in mezzo al grande strapiombo e per finire si insinua serpeggiando con delle lunghe diagonali su delle placche grigie sospese sopra al vuoto.

 

Ogni movimento una sorpresa

Con questi pensieri in testa io e Marco Zanchetta ci ritroviamo al terzo giorno della nostra settimana sarda senza più un piano preciso dopo un giro nella gola di Gorropu, così decidiamo di andare su Amico fragile per vedere lo strapiombo e per scoprire se il fico ci avrebbe lasciati passare.

Parto io lentamente sullo strapiombo per toccare qualche canna, la chiodatura è perfetta, mai banale ma nemmeno pericolosa e salgo lentamente cercando di memorizzare le sequenze. Ogni movimento è una sorpresa, ogni presa è più particolare della precedente e tutto il tiro è una successione perfetta di movimenti più o meno della stessa intensità. Non cerco nemmeno di memorizzare tutto perché mi sarebbe impossibile, pulisco velocemente gli ultimi metri prima della sosta su cui cola acqua e dopo un’ora abbondante scendo.

 

Subito dopo sale Marco con alcune mie indicazioni molto approssimative e cade solo negli ultimissimi metri. Provo a fare un giro di nuovo ma abbiamo poco tempo e dobbiamo andarcene, oltre al fatto che è arrivato un sole accecante e fa un caldo infernale.

Una fatica bella

Due giorni dopo, torniamo sulla via carichi come le molle, questa volta ci presentiamo alla base prestissimo per non rischiare l’arrivo del sole mentre scaliamo. Marco unisce i primi due tiri, io lo seguo e poi di nuovo parto sul lungo tiro in strapiombo, cercando di scaldarmi mentre salgo, chiaramente si rivela una pessima idea. Dopo molto tempo arrivo ad un metro dalla sosta prima di cadere, salvo poi scoprire che proprio un quel punto con un appoggio che non ho visto c’è un ultimo riposo.

Scendo comunque contento per lo sforzo fatto, ma soprattutto perché, in fondo, scalare di nuovo un tiro così bello non mi dispiace affatto. Riposo lungamente poi riparto, trovo un altro ottimo riposo strada facendo, e arrivo in sosta senza grandi problemi. Cedo il posto a Marco che si confronta con lo scontroso tiro successivo e il suo celeberrimo fico, per fortuna già potato in precedenza da un’altra cordata. Poi strisciamo verso l’alto, di nuovo sotto ad un sole cocente.