Le due foto. A sx Gaston Rébuffat fotografato da Georges Tairraz nel 1953 a dx la foto di Noa Barrau a Jean Rouaux nel 2026 © Georges Tairraz / Noa Barrau
Gaston Rébuffat sull'Aiguille du Midi
Aiguille du Roc con alpinisti © Jose Ortega
Jean Rouaux posa per Noa Barrau nei pressi del luogo ritrovato. © Noa Barrau - Instagram
Ritratto del fotografo Georges Tairraz, autore della celebre foto. © The fine Alpine PostCi sono fotografie che diventano così celebri da far dimenticare persino il luogo in cui sono nate. È successo anche a uno degli scatti più iconici della storia dell'alpinismo: quello che ritrae Gaston Rébuffat in equilibrio su un sottile gendarme di granito, con lo sguardo rivolto verso il massiccio del Monte Bianco.
Per oltre settant'anni quell'immagine è stata riprodotta in libri, mostre e pubblicazioni dedicate alla montagna, fino a diventare uno dei simboli dell'alpinismo del Novecento. Eppure, nonostante la sua notorietà, il punto esatto da cui Georges Tairraz la realizzò nel 1953 non era mai stato identificato pubblicamente con precisione. Le didascalie si limitavano a collocarla nei pressi dell'Aiguille du Roc, nel gruppo del Monte Bianco, senza indicare dove si trovasse realmente quel piccolo gendarme di granito sul quale era Rébuffat.
È proprio questa apparente contraddizione ad aver dato origine, oltre settant'anni dopo, a una ricerca che ha permesso di restituire un luogo preciso a una fotografia conosciuta in tutto il mondo.
L'incontro tra Rébuffat e Georges Tairraz
Per capire meglio il valore di quello scatto e quanto sia importante averne maggior conoscenza bisogna tornare all'estate del 1953.
Gaston Rébuffat ha trentadue anni ed è già uno dei grandi protagonisti dell'alpinismo francese. Tre anni prima ha preso parte alla spedizione che conquista per la prima volta l'Annapurna, il primo Ottomila raggiunto dall'uomo. Ma la sua fama non deriva soltanto dalle ascensioni. Rébuffat incarna un modo nuovo di vivere e raccontare la montagna, fatto di eleganza, curiosità e contemplazione, destinato a influenzare intere generazioni di alpinisti.
Dietro l'obiettivo c'è Georges Tairraz, appartenente alla famiglia che più di ogni altra ha documentato la storia del Monte Bianco. Per generazioni i Tairraz hanno fotografato guide, ghiacciai, spedizioni e trasformazioni del massiccio, costruendo un archivio di fotografia alpina degno di nota.
Se Rébuffat raccontava la montagna attraverso i suoi libri e le sue ascensioni, Georges Tairraz lo faceva attraverso immagini capaci di diventare patrimonio collettivo. Quel giorno del 1953 nasce una fotografia destinata a superare il tempo.
Rébuffat non guarda l'obiettivo. Non sorride. Non sta affrontando un passaggio difficile né celebra una vetta conquistata. È semplicemente in piedi sulla roccia, immerso nel paesaggio. Il suo sguardo si perde verso l'orizzonte, come se fosse già proiettato verso la montagna che ancora deve attraversare. Tutta la scena comunica una straordinaria sensazione di quiete.
È probabilmente questa la ragione per cui l'immagine ha attraversato i decenni senza perdere forza. Non racconta un'impresa, ma un modo di abitare la montagna. Più che celebrare la conquista di una cima, restituisce il rapporto tra l'uomo e il paesaggio, trasformando un semplice ritratto in una delle fotografie simbolo dell'alpinismo moderno.
Dal Monte Bianco allo spazio
Negli anni successivi lo scatto inizia a circolare ben oltre l'ambiente alpinistico. Compare nei libri di Gaston Rébuffat, viene esposto in mostre dedicate alla fotografia di montagna e contribuisce a costruire l'immagine pubblica dell'alpinista francese. Col tempo diventa uno dei ritratti più riconoscibili dell'intera storia dell'alpinismo.
Il riconoscimento più sorprendente arriva però nel 1977. Quell'anno la NASA affida all'astronomo Carl Sagan il coordinamento del Voyager Golden Record, il disco destinato a viaggiare nello spazio a bordo delle sonde Voyager 1 e Voyager 2. L'obiettivo è raccogliere una selezione di immagini, suoni e musiche capaci di raccontare la Terra a eventuali civiltà extraterrestri.
Tra le 115 fotografie scelte compare anche quella di Georges Tairraz, identificata semplicemente come Mountain climber, Gaston Rebuffat. Accanto a immagini dedicate alla nascita, alla vita quotidiana, alla natura e alle grandi opere dell'uomo, trova posto anche il ritratto di un alpinista in piedi su una lama di granito nel cuore delle Alpi.
Da quasi cinquant'anni quella fotografia continua così il proprio viaggio oltre il Sistema Solare. Probabilmente è l'immagine d'alpinismo che si è spinta più lontano dalla Terra, molto oltre le montagne che l'hanno vista nascere.
Una fotografia senza un luogo preciso
Per oltre settant'anni milioni di persone hanno osservato quella fotografia senza sapere esattamente dove fosse stata scattata. Nei libri dedicati a Gaston Rébuffat, nelle mostre e nelle pubblicazioni sulla storia dell'alpinismo la localizzazione rimane sempre la stessa: Aiguille du Roc, massiccio del Monte Bianco. Un'indicazione certamente corretta, ma troppo generica per poter individuare il piccolo gendarme di granito sul quale Georges Tairraz aveva ritratto l’alpinista nell'estate del 1953.
Con il passare dei decenni nessuno sembra più interrogarsi sulla questione. L'immagine diventa talmente famosa da non avere quasi più bisogno di un luogo preciso. È la fotografia a identificare la montagna, non il contrario.
La domanda torna d'attualità soltanto negli ultimi tempi grazie al fotografo francese Noa Barrau. L'idea iniziale è semplice: riprodurre una delle fotografie più celebri della storia dell'alpinismo insieme all'amico Jean Rouaux. Ben presto, però, l'iniziativa assume i contorni di una vera indagine storica.
Le fotografie d'epoca vengono confrontate con la cartografia, con le immagini satellitari e con il terreno. Alla ricerca partecipa anche Jean-Franck Charlet, guida alpina di Chamonix e amico di Gaston Rébuffat, che mette a disposizione ricordi, documenti e persino parte dell'equipaggiamento utilizzato dall'alpinista francese negli anni Cinquanta.
Una montagna scomparsa
Più la ricerca procede, più emerge un problema inatteso.
“Per trenta minuti non sono riuscito a trovare l'inquadratura giusta, perché non riuscivo a individuare i punti di riferimento della foto originale. I ghiacciai, i seracchi sospesi: non c'era più nulla. Dopo un po', ho capito: metà di tutto ciò era semplicemente svanita” Noa Barrau
Il Monte Bianco del 2025 non è più quello che Georges Tairraz aveva fotografato nel 1953. I ghiacciai si sono ritirati per centinaia di metri, molti seracchi sono scomparsi e il profilo stesso del versante è cambiato. I riferimenti che sembravano evidenti nella fotografia originale non coincidono più con il paesaggio osservato sul posto.
Lo stesso Barrau ha raccontato che, una volta raggiunta la zona indicata dalle fonti, ebbe la sensazione di trovarsi nel luogo giusto ma davanti alla montagna sbagliata. Lo sperone cercato sembrava non esistere più.
Nasce così anche il dubbio che accompagna buona parte della ricerca: quel gendarme di granito potrebbe essere crollato? Oppure, più semplicemente, la fotografia è sempre stata attribuita a una zona troppo ampia senza che nessuno ne verificasse realmente la posizione?
La risposta arriva dopo tempo, confronti tra archivi storici, rilievi fotografici e osservazioni sul terreno. Il gendarme però non era scomparso, era rimasto dov'era sempre stato.
A trarre in inganno era stato soprattutto il paesaggio circostante. Il ritiro dei ghiacciai e la trasformazione dell'ambiente avevano modificato completamente la prospettiva, rendendo quasi impossibile riconoscere, a prima vista, il punto esatto dello scatto. Il luogo individuato si trova su una piccola anticima dell'Aiguille du Roc, una posizione che fino a oggi non era mai stata identificata pubblicamente con precisione.
Due fotografie, settant'anni di differenza
Una volta ritrovato il punto, la ricerca non si conclude. Jean Rouaux decide di ricreare l'immagine nel modo più fedele possibile. Grazie all'aiuto di Jean-Franck Charlet indossa un maglione jacquard dell'epoca, pesanti scarponi in cuoio dello stesso modello utilizzato negli anni Cinquanta, pantaloni corti e le caratteristiche calze di lana che accompagnavano gli alpinisti del tempo.
La nuova fotografia colpisce immediatamente. Da una parte restituisce la straordinaria precisione della ricostruzione; dall'altra rende evidente quanto la montagna sia cambiata. Le grandi masse glaciali che dominavano il panorama nello scatto di Georges Tairraz si sono ritirate, molti seracchi sono scomparsi e il profilo del ghiacciaio appare sensibilmente abbassato.
Senza volerlo, il confronto tra le due immagini diventa anche un documento sulla trasformazione dell'ambiente alpino.
Quando una fotografia continua a raccontare
Nel 1953 Georges Tairraz realizzò il ritratto di uno dei più grandi alpinisti del Novecento e nel 1977 la NASA scelse quello stesso scatto per raccontare la Terra alle sonde Voyager.
Oggi nel 2026, oltre settant'anni dopo, la fotografia aggiunge un nuovo capitolo alla propria storia. Non soltanto perché è stato finalmente individuato il luogo esatto in cui nacque, ma perché quella ricerca dimostra come anche un'immagine apparentemente conosciuta possa ancora conservare domande irrisolte.
In fondo è questo il destino delle grandi fotografie di montagna.
Non documentano soltanto un'ascensione o un paesaggio. Diventano parte della storia dell'alpinismo e continuano a dialogare con le montagne che hanno ritratto. A volte basta tornare nello stesso punto, dopo molti decenni, per accorgersi che non è cambiata soltanto la fotografia: è cambiata la montagna stessa, e con essa il modo in cui impariamo a guardarla.