La nascita dello slow tourism: quando le Dolomiti si scoprivano a zig-zag

Molto prima dell'overtourism, degli impianti e delle vacanze "mordi e fuggi", due viaggiatrici inglesi attraversavano le Dolomiti senza cercare la via più breve. Elizabeth Tuckett e Amelia Edwards raccontarono un modo di viaggiare fatto di lentezza, soste e meraviglia.

 

"La incantevole Val Pettorina... lì ogni tua suggestione alpina si avvera e la Natura popola ogni angolo di fiori primaverili”. Così Elizabeth Fox Tuckett descriveva la Val Pettorina nel 1871. Non parlava di una vetta conquistata né di un record alpinistico. Lo sguardo si posava invece sui prati in fiore, sull'armonia del paesaggio, su quella natura capace di dare forma alle fantasie alpine di ogni viaggiatore. Era il cuore del suo Zigzagging amongst the Dolomites, il libro con cui la viaggiatrice inglese raccontò il suo attraversamento delle Dolomiti insieme al fratello Francis Fox Tuckett, tra i protagonisti dell'alpinismo vittoriano. È difficile non leggere oggi, in quelle pagine, l'intuizione di qualcosa che avrebbe preso nome solo oltre un secolo dopo: il turismo lento.

Quando il viaggio valeva più dell'arrivo

Nel 1876 l'abate Antonio Stoppani scriveva nel Bel Paese: “Quelle montagne non si sentirebbero mai nominare dagl'Italiani che non siano i loro stessi abitatori. Eppure, vi so dire che sono il non plus ultra per chi sa apprezzare le alpine bellezze”. Era un mondo completamente diverso da quello attuale. 

 

“Quelle montagne non si sentirebbero mai nominare dagl'Italiani che non siano i loro stessi abitatori. Eppure, vi so dire che sono il non plus ultra per chi sa apprezzare le alpine bellezze”

Le Dolomiti non erano ancora il simbolo internazionale della montagna, né esistevano strade panoramiche, funivie o grandi alberghi. Per raggiungere una valle bisognava camminare per giorni, affidarsi ai cacciatori diventati guide alpine, dormire nelle locande dei paesi, accettare l'imprevisto come parte del viaggio. La lentezza non era una scelta ideologica ma semplicemente l'unico modo possibile di conoscere la montagna. E proprio questa lentezza avrebbe trasformato le Dolomiti in una delle grandi mete del viaggio europeo.

Gli inglesi cercavano un'altra montagna

A metà Ottocento le Alpi occidentali erano ormai entrate nei circuiti del turismo aristocratico e dell'alpinismo. Molte grandi cime erano già state conquistate e gli itinerari più celebri iniziavano a popolarsi. Per gli inglesi dell'età vittoriana, educati al gusto dell'esplorazione e del Grand Tour, serviva una nuova frontiera e le Dolomiti erano perfette. Rappresentavano la vera alternativa.

Erano montagne ancora poco conosciute, frequentate soprattutto da geologi e naturalisti attratti dall'eccezionale valore scientifico delle loro rocce. Mancavano quasi del tutto dalle guide turistiche e conservavano quell'aura di territorio remoto che alimentava l'immaginario romantico dell'epoca.

Tra coloro che contribuirono a raccontarle ci furono proprio due donne inglesi.

Amelia Edwards e il fascino delle valli poco frequentate

Nel 1872 Amelia A. B. Edwards pubblicò Untrodden Peaks and Unfrequented Valleys, un titolo che racchiudeva già un'intera filosofia di viaggio: Cime inviolate e valli poco frequentate. Fu un bestseller dell'epoca vittoriana e fece conoscere questa catena montuosa, le Dolomiti, fino ad allora sconosciuta alla classe media britannica in cerca di una meta diversa ed emozionante da visitare. 

 

Nelle sue pagine osservava come il territorio dolomitico fosse ancora quasi sconosciuto al grande pubblico: "The Dolomite district was scarcely known even by name to any but scientific travellers", ovvero "l'area delle Dolomiti era conosciuta a malapena, persino di nome, se non dai viaggiatori scientifici".

Per lungo tempo queste montagne erano rimaste patrimonio quasi esclusivo di geologi e naturalisti, ed era proprio questa loro condizione a rappresentarne il fascino.

 

Ancora più significativa è però la riflessione con cui Edwards spiega perché scegliere le Dolomiti invece della più celebre Svizzera e delle Alpi occidentali: "libere da tutti quei disagi che negli ultimi anni hanno reso la Svizzera insopportabile".

 

È una critica sorprendentemente moderna che già nella seconda metà dell'Ottocento faceva emergere come alcune mete alpine stessero perdendo autenticità sotto il peso di un turismo sempre più organizzato. Le Dolomiti rappresentavano invece la possibilità di un viaggio diverso, capace di lasciare davvero alle spalle Londra e Parigi. Non era semplicemente cambiare panorama, ma cambiare ritmo. 

 

Lo spiegava con parole precise che oggi sembrano anticipare il concetto stesso di turismo lento: “Per chi ama il disegno e la botanica, l'alpinismo e l'aria di montagna, e desidera lasciarsi alle spalle Londra e Parigi quando viaggia, le Dolomiti offrono un terreno di svago ben più attraente delle Alpi”.

La filosofia dello zig-zag

Mentre Amelia Edwards cercava luoghi ancora incontaminati, Elizabeth Tuckett raccontava invece il modo in cui bisognava attraversarli. Lo suggerisce già il titolo del suo libro, Zigzagging amongst the Dolomites – Zigzagare tra le Dolomiti

 

Zigzagare, non scegliere la via più breve verso la meta, ma quella più ricca di incontri. Decidere di lasciarsi guidare dall'andamento del terreno, seguire i sentieri, accettare le deviazioni, fermarsi ad ascoltare le persone che abitano quei luoghi.

 

Nel suo diario prendono vita la Val Pettorina, dove ogni fantasia alpina prende forma e la natura ricopre il terreno di fiori primaverili; gli spettacolari Serrai di Sottoguda uno dei luoghi più spettacolari delle alpi, tra le mete più celebrate dai viaggiatori inglesi dell'epoca; i piccoli villaggi attraversati passo dopo passo e gli episodi quotidiani che trasformano il cammino in esperienza. Il suo non è un libro di ascensioni ma il racconto di una montagna abitata.

 

Le cime ci sono, ma non monopolizzano la narrazione. Contano le locande, le soste, le conversazioni, la sorpresa di ciò che compare dietro una curva del sentiero. In un'epoca in cui molti uomini cercavano soprattutto la conquista della vetta, Elizabeth Tuckett dimostrava che la montagna poteva essere conosciuta anche in un altro modo: seguendone il ritmo, senza avere fretta di arrivare. Forse è proprio in quello zigzagare, più che nella meta, che si nasconde l'intuizione più antica del viaggio lento.

Un paradosso lungo centocinquant'anni

C'è un paradosso che attraversa tutta la storia delle Dolomiti.

Furono proprio quei libri, quei taccuini di viaggio e quelle incisioni a rendere celebri montagne fino ad allora marginali. Le loro pagine accesero la curiosità di nuovi viaggiatori, favorirono la nascita di alberghi e rifugi, aprirono la strada a nuove vie di comunicazione e, con il tempo, contribuirono alla costruzione dell'intera economia turistica dolomitica.

 

Raccontare un luogo significa inevitabilmente renderlo desiderabile. Ma significa anche assumersi la responsabilità di custodirne l'identità.

È questa la lezione più attuale che ci consegnano Elizabeth Tuckett e Amelia Edwards, in un'epoca in cui l'overtourism interroga sempre più spesso il futuro delle montagne. Le loro pagine non invitavano a consumare un paesaggio ma ad abitarlo, anche solo per il tempo di un cammino. A rallentare. A osservare. A lasciarsi sorprendere.

 

Qui affonda le sue radici l'idea del viaggio lento, non come strategia di marketing né come risposta alle criticità del presente, ma come conseguenza naturale di un modo diverso di guardare la montagna.

 

Più di centocinquant'anni dopo, mentre le Dolomiti cercano un equilibrio sempre più difficile tra tutela e successo turistico, quello zig-zag evocato da Elizabeth Tuckett continua a parlare anche a noi. Non è soltanto un modo di camminare. È un modo di stare in montagna. Significa rinunciare alla linea retta verso la cima, alla foto da collezionare, allo "spot" da raggiungere il più velocemente possibile, per scegliere invece il tempo dell'osservazione, della fatica e della scoperta.

 

Oggi, la conquista più difficile non è arrivare prima degli altri, ma imparare di nuovo a lasciarsi guidare dal ritmo della montagna.