Lavorare in montagna: quali sono le professioni su cui puntare?

La professoressa Annamaria Giorgi, ordinaria al Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali di Unimi, evidenzia le competenze richieste e i più importanti sbocchi professionali. "Fundraising e agrobiodiversità sono ambiti molto richiesti"

 

Mercoledì 25 marzo c'è stato l'open day del corso di laurea magistrale Valorization and Sustainable development of mountains areas presso l'Università di Milano, polo di Edolo (BS) - Unimont - una cittadina delle Alpi lombarde con meno di 5000 abitanti. Una magistrale, in lingua inglese e di ampio respiro internazioale, attivata nell'anno accademico 2022/2023, e che si inserisce in un percorso più ampio, iniziato nel 2011 con la laurea triennale Valorizzazione e tutela dell'ambiente e del territorio montano. 

 

L'incontro del 25 marzo, sia in presenza a Edolo, sia online, ha dato la possibilità a docenti e studenti di incontrarsi per parlare di piano di studi, di tirocini, di possibilità formative all'estero e di opportunità lavorative. Sono proprio queste ultime che abbiamo approfondito con la professoressa Annamaria Giorgi, docente ordinaria presso il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali presso l'Unimi e presidente del Collegio didattico del corso di laurea magistrale. 
 

Quali sono oggi le esigenze dei territori montani? 

Sono anni che ci confrontiamo con il territorio montano, segnato da spopolamento, perdita di competività. Oggi queste aree hanno bisogno di innovazione, di contributi culturali incentrati sulla specificità dei luoghi. Lavorare in montagna non è come farlo in città. Le montagne sono luoghi verticali e questa dimensione geomorfologica influenza tutto. Bisogna partire da qui e trasformare le risorse in valore attraverso l'offerta di prodotti e servizi per cui qualcuno sia disponibile a pagare. Ma servono anche servizi – sanità, educazione, mobilità – e lavoro per giovani preparati e competenti, capaci di costruire professionalità adeguate alla loro formazione e ambizione. Così si creano circuiti economici che sostengono opportunità di lavoro.

 

Le professioni più richieste

 

Quali sono le opportunità di lavoro che possono aprirsi in montagna, in particolare nel campo dello sviluppo sostenibile? 

Si articolano in campi molto diversificati, perché la montagna è un contesto che richiede un approccio multidisciplinare. Negli anni noi abbiamo formato persone che si sono specializzate in varie professionalità: imprenditori che lavorano nel campo agrituristico, con aziende agricole multifunzionali; tecnici che operano in organizzazioni per la prevenzione del dissesto idrogeologico, delle valanghe – ad esempio in contesti sciistici; tecnici che lavorano nella gestione del patrimonio forestale, presidenti di consorzi forestali, direttori di aree protette; gli artigiani, che creano filiere in cui la tradizione si intreccia alla tecnologia; amministratori dei comuni. Ancora, progettisti, figure capaci di fare fundraising, quindi applicare a bandi di diversa natura con progettualità ben formulate che promuovono lo sviluppo sostenibile. Di queste ultime figure c'è grandissimo bisogno perché ci sono tante risorse nei vari programmi di finanziamento europeo, nazionale, nei fondi pubblici o delle fondazioni. Sono però necessarie competenze specifiche per costruire progettualità adeguate alle necessità dei territori, non solo ad ottenere un finanziamento per un progetto realizzato senza prospettive future.

Ci sono programmi in cui chi vuole fare impresa non deve necessariamente anticipare l'investimento, ma riceverlo proprio per avviare l'attività?

Il mondo dei progetti, sia pubblici sia privati, è estremamente articolato. Se bisogna anticipare l'investimento, ci sono banche che valutano l'idea e, se è buona, competitiva, fanno prestiti; poi ci sono gli acceleratori di impresa, bracci operativi delle banche che valutano le idee imprenditoriali e accompagnano i giovani imprenditori nella messa a terra del progetto. Bisogna essere capaci di muoversi in una selva molto intricata, in cui senso critico e capacità di individuare le vie in modo strategico fanno parte delle abilità che un giovane deve avere. Noi abbiamo l'esempio di alcuni nostri ragazzi laureati che venivano dalla pianura, hanno avuto un'idea, hanno chiesto aiuto ai genitori che hanno investito in loro, hanno fatto mutui, e ora lavorano come imprenditori. La caratteristica di questo lavoro è prendersi il rischio d'impresa.

In questo caso però sono state le famiglie ad investire in loro.

Sì, in questo caso sì, ma possono esserci delle alternative: banche che fanno prestiti a fondo perduto o con tassi d'interesse bassi, per esempio. Lo so, non è facile, ma bisogna giocarsi le proprie carte nel momento in cui ci si trova.

Perché fare impresa in montagna

Oggi fare impresa in Italia è una vera e propria sfida. Servono capitali da investire, competenze, preparazione, l'idea giusta al momento giusto. Ma dalle sue parole sembra che fare impresa in montagna possa essere una scelta di successo. Perché?

Sono due le ragioni per cui una buona idea è più facile che vinca in montagna e non in altri contesti: in questi territori la competizione è inferiore rispetto a luoghi più popolati, in cui ci sono più idee, più iniziative, più imprese. E poi in montagna, se si ha una buona idea, se si lavora bene, se ci si comporta come professionisti con strumenti adeguati, si vince. È una certezza. E la buona idea si ha conoscendo bene il contesto, studiando le possibili aree di impatto, approfondendo i luoghi in cui si vuole lavorare, facendo le analisi che chi vuole fare impresa deve fare. Poi ci vogliono passione e vocazione, bisogna amare stare in montagna. Altrimenti ci sono alternative all'imprenditoria: si può lavorare nella pubblica amministrazione, nei consorzi forestali, nelle agenzie turistiche. C'è una varietà importante di occupazioni.

Parliamo di progetti di sviluppo sostenibile. Che cosa significa e quali sono le opportunità di lavoro in questo ambito? 

Fare turismo sostenibile significa farlo in modo coerente con le pecuilarità del contesto territoriale e culturale, per prevenire fenomeni di overtourism, ma anche in modo efficace ed economicamente remunerativo. Anche in questo ambito ci vuole progettazione. Le faccio un esempio concreto: in una località turistica frequentata da diverse categorie generazionali, le offerte turistiche devono essere organizzate su più livelli per dare ad ognuno un prodotto interessante. Gli anziani avranno bisogno di sentieri facili in piano, con una cartellonistica chiara, con luoghi di sosta in cui bere un tè, oppure di guide che raccontino la storia e la cultura dei luoghi in percorsi guidati di un'ora. Per i giovani, invece, ci vogliono – ad esempio – percorsi in bici con indicazioni chiare, anche con servizi che le aggiustano, che vendono gli integratori per chi fa tanto sport. Tutto questo facilita l'innesco di circuiti turistici di valore e di servizi che, se sono di alto livello, vengono riconosciuti e retribuiti da chi fruisce del servizio.

Questa progettazione da sola può essere in grado di prevenire fenomeni di overtourism?

La fruizione di ambienti ad alta naturalità dovrebbe essere regolamentata come già avviene in stati esteri. Per esempio in America, allo Yosemite Park, non si può entrare senza aver prima pagato un biglietto, il cuo costo è proporzionale ai giorni che si passano dentro il parco. Noi non dobbiamo necessariamente far pagare una tassa, ma dobbiamo normare e creare una cultura: da una parte bisogna contingentare gli ingressi e, dall'altra, avere strutture che spieghino perché accade questo.

Questo sarebbe un approccio nuovo alla fruizione della montagna?

Sì, probabilmente in passato non c'era il problema dell'overtourism, quindi non bisognava pensare a delle regole. Oggì sì. Non bisogna impedire a nessuno di fruire della natura, che è di tutti, ma bisogna trovare metodi e strumenti coerenti con le dinamiche del tempo per permetterne una fruizione sostenibile.

Nella definizione di questo nuovo approccio, è stato importante il confronto con l'estero?

Noi lavoriamo tanto con la dimensione internazionale. Anche adesso stiamo lavorando sulla transizione ecologica nelle stazioni fisse alpine confrontandoci con tutti i paesi europei ed extraeuropei.

In cosa consiste la transizione ecologica sulle Alpi?

Nel guidare le località turistiche in cui, per esempio, non si può praticare lo sci perché non c'è più neve, verso nuove forme di fruizione del territorio che garantiscano la tenuta economica, così che le persone possano continuare a lavorare. Lo facciamo interagendo con le comunità locali, con processi di coprogettazione. Ad esempio si recupera la seggiovia, che prima era usata per lo sci, per trasportare le biciclette d'estate in cima al monte per poi scendere nei percorsi di bike. Si reimpiegano strutture già esistenti.

C'è il rischio che sia sostenibile solo una parte della filiera – in questo caso il riutilizzo delle strutture già esistenti – e non anche i metodi o gli scopi per cui viene impiegata, e che quindi la scelta non realizzi davvero la transizione ecologica?

Guardi, si fa il possibile per arrivare ad una filiera sostenibile: noi cerchiamo di far sì che tutto il processo lo sia, poi bisogna anche trovare una mediazione che salvaguardi da una parte la comunità dall'altra l'ambiente, altrimenti se le comunità se ne vanno, l'ambiente paga pegno, c'è perdita di biodiversità. Bisogna far sì che gli uomini restino in montagna a presidiare questi territori.

Anche la ricerca accademica è un'opportunità di lavoro. In cosa consiste in montagna?

Uno dei nostri ambiti di ricerca è l'agrobiodiversità: andiamo a scovare le varietà locali di piante adattate alle condizioni montane – ad esempio il carciofo di Malegno o il mais nero spinoso. Noi studiamo queste materie prime, le caratterizziamo da un punto di vista fitochimico e poi facciamo in modo che i locali le producano e le trasformino. Sul mais nero spinoso si è innescata una filiera, vengono prodotte cialde, birra, biscotti, farine. Con il carciofo locale abbiamo promosso lo sviluppo di un amaro. Gli ambiti di riferimento della ricerca sono quello scientifico, socio-economico, di gestione degli ambienti. Per esempio: ho un dottorando che sta lavorando nell'ambito dello sviluppo socio-economico delle piccole comunità di montagna, in collaborazione con la Regione Lombardia. Studiamo luoghi bellissimi ma collocati in posizioni difficili da raggiungere, e che stanno perdendo residenti. Proviamo a capire se ci sono strategie per ripopolarli: facciamo una ricognizione, vediamo quanti giovani ci sono, cosa fanno. Cerchiamo di capire, faccio un esempio inventato, se è possibile fare una nuova via che mi permetta di raggiungere più facilmente il comue, oppure lavoriamo perché nascano imprese, startup di giovani imprenditori attraverso bandi che mettano a disposizione spazi, facilitazioni. Capiamo quali approcci possono funzionare e, se li troviamo, possono diventare parte delle politiche regionali per quel luogo specifico.