Due marmitte perfettamente circolari, Cavaglia © Filippo Del Vecchio
L'acqua che scorre tra le marmitte di Cavaglia scavate nel corso del tempo © Filippo Del Vecchio
Cavaglia, una marmitta, la pentola dei Giganti © Filippo Del Vecchio
Parete perfettamente levigata delle marmitte di Nago © Filippo Del Vecchio
Marmitta di Vezzano. La più lunga e la più profonda © Filippo Del Vecchio
Formazione di una marmitta. L'acqua che arriva sul fondo, inizia a scavare
Annuario della SAT 187 contenente gli scritti sulle "Marmitte dei Giganti"Ci sono forme della montagna che sembrano chiedere una storia prima ancora di chiedere una spiegazione. Le Marmitte dei giganti sono tra queste. Basta affacciarsi dentro una di quelle grandi cavità scavate nella roccia per capire perché, molto prima che la geologia potesse raccontarne l'origine, l'uomo abbia immaginato che a crearle fossero state creature enormi.
Sono profonde, levigate, spesso quasi perfettamente circolari. Alcune sembrano vere e proprie vasche, altre pozzi aperti nella pietra. E tutte hanno qualcosa di sproporzionato rispetto alla scala dell'uomo. Il nome è già una piccola leggenda: una marmitta, cioè una pentola, abbastanza grande da poter essere utilizzata soltanto da un gigante.
Non è un caso che formazioni di questo tipo siano presenti soprattutto nelle Alpi e nelle aree che un tempo erano occupate dai grandi ghiacciai. Se oggi le osserviamo in mezzo a boschi, prati o sentieri, bisogna immaginare un paesaggio completamente diverso: valli riempite dal ghiaccio, lingue glaciali alte centinaia di metri e enormi quantità d'acqua che, durante le fasi di fusione, cercavano una strada verso valle.
Pentole scavate dal ghiaccio
La spiegazione scientifica è meno fantastica, ma non per questo meno sorprendente. Le Marmitte dei giganti sono il risultato dell'azione dell'acqua di fusione dei ghiacciai. Quando il ghiaccio iniziava a sciogliersi, l'acqua penetrava nelle fratture della massa glaciale e poteva precipitare verso il basso attraverso quelli che vengono chiamati mulini glaciali, veri e propri pozzi verticali all'interno del ghiacciaio.
L'acqua non scendeva però da sola. Con sé trascinava sabbia, ghiaia e pietre, che venivano catturate dalla corrente e iniziano a ruotare vorticosamente. È proprio questo movimento, ripetuto per tempi lunghissimi, ad aver scavato la roccia. Le pietre diventavano una sorta di abrasivo naturale: girando continuamente all'interno della cavità, consumavano le pareti, le levigavano e progressivamente le rendevano più profonde e regolari.
Il risultato è quello che oggi chiamiamo marmitta.
La maggior parte di queste formazioni risale alle grandi fasi glaciali del Quaternario. Sono quindi impronte di un mondo che non esiste più, lasciate dall'acqua nel momento in cui il ghiaccio cominciava a ritirarsi. È difficile però rendersi conto della scala temporale necessaria per produrle. La montagna che oggi attraversiamo a piedi è il risultato di processi che hanno lavorato per migliaia di anni. Prima che esistessero i sentieri, prima ancora che esistessero i paesi e le strade, l'acqua scavava lentamente la roccia.
E davanti a quelle cavità l'uomo ha fatto ciò che spesso fa quando incontra qualcosa che supera la propria esperienza: ha inventato una storia.
Da Nago a Cavaglia, passando per Vezzano
In Trentino le Marmitte dei giganti si incontrano in diversi luoghi e raccontano, attraverso forme diverse, la stessa storia glaciale.
A Nago, poco sopra il lago di Garda, le grandi cavità si trovano lungo un'area oggi facilmente raggiungibile e inserita nella rete dei percorsi della zona. Alcune raggiungono dimensioni notevoli e permettono di osservare con chiarezza la forma circolare e levigata lasciata dall'antica azione dell'acqua. Oggi una nuova ciclabile passa nelle loro vicinanze e permette di raggiungerle con particolare facilità, quasi a portare il visitatore dentro una storia geologica che per millenni è rimasta nascosta nella montagna.
Ancora più interessante è il caso di Vezzano, nella Valle dei laghi, dove le Marmitte dei giganti hanno rappresentato anche una delle prime occasioni per studiare e raccontare scientificamente questo particolare paesaggio.
Qui entra in scena Antonio Stoppani, geologo e naturalista tra i protagonisti della nascente geologia italiana dell'Ottocento. Stoppani si interessò alle marmitte presenti nell'area e contribuì a farle conoscere anche al mondo dell'alpinismo e dell'escursionismo. Nel 1878 pubblicò sull'Annuario della Società degli Alpinisti Tridentini uno scritto dedicato proprio alle Marmitte dei giganti.
Il passaggio è significativo.
Mentre per la cultura popolare quelle grandi cavità continuavano a essere legate alla fantasia e ai giganti, la scienza iniziava a leggerle come testimonianze di un passato glaciale. E proprio la SAT, negli anni successivi, si interessò alla loro valorizzazione e alla loro conoscenza, contribuendo alla sistemazione dell'area e alla nascita di un percorso capace di raccontarne la storia.
La montagna iniziava così a essere letta in un modo nuovo: non più soltanto attraverso le leggende tramandate dagli abitanti, ma anche attraverso le tracce che aveva lasciato nella roccia.
Ma le due letture non si sono mai completamente cancellate a vicenda.
Quando la montagna diventa leggenda
Se una cavità nella roccia è così grande da sembrare sproporzionata rispetto all'uomo, viene naturale immaginare che sia stata scavata da qualcuno altrettanto grande. È forse anche così che le Marmitte dei giganti sono entrate nell'immaginario alpino: prima ancora di poter spiegare ghiacciai, acque di fusione e vortici, l'uomo ha affidato alla fantasia ciò che non riusciva a comprendere.
I giganti sembravano abitanti perfetti per montagne tanto imponenti e per cavità che, in alcuni casi, raggiungono dimensioni impressionanti. Se il paesaggio era gigantesco, anche chi lo abitava doveva esserlo. Se c'è un luogo dove questo rapporto tra realtà e leggenda appare particolarmente evidente è Cavaglia, in Valposchiavo, ai piedi del massiccio del Bernina.
Qui il Giardino dei ghiacciai conserva un insieme spettacolare di marmitte glaciali. E qui torna anche il gigante.
La tradizione locale ha infatti dato un nome e un volto a quel mondo fantastico: Grummo, il gigante buono legato alle Marmitte dei Giganti. Secondo il racconto, era così grande da utilizzare proprio quelle enormi cavità come pentole, preparando al loro interno il cibo per sé e per la sua gente. Le dimensioni delle marmitte diventano così parte stessa della leggenda: non più semplici buchi nella roccia, ma recipienti abbastanza grandi da appartenere a creature fuori dalla scala umana.
La storia di Grummo non pretende di spiegare scientificamente l'origine delle marmitte. Racconta qualcosa di diverso: il modo in cui una comunità ha cercato di dare un volto a un paesaggio che, per la sua grandezza e la sua stranezza, sembrava appartenere a un mondo diverso da quello degli uomini.
La geologia racconta come si sono formate. La leggenda racconta come gli uomini hanno imparato a guardarle.
Una montagna scavata e raccontata
Oggi sappiamo che nessun gigante ha mai impugnato uno scalpello per scavare quelle enormi pentole nella roccia. Non sono state mani gigantesche a modellarle, ma acqua, ghiaccio, pietre e tempo.
Eppure il gigante continua a essere parte della loro storia. Perché davanti a una Marmitta dei Giganti la spiegazione scientifica non cancella la meraviglia, ma in qualche modo la rende ancora più grande. Pensare che una corrente d'acqua, aiutata da qualche pietra e da migliaia di anni, abbia potuto scavare per metri la roccia non è poi così lontano dal credere che sia servita la forza di una creatura gigantesca. Solo che quel gigante non aveva un nome: era il ghiacciaio.
Questa è la storia che le Marmitte dei giganti continuano a raccontare. La natura ha scavato la montagna, ma è stato l'uomo, attraverso la cultura e la leggenda, a darle un volto.