Gli straordinari contrasti del Ladakh: il verde delle valli contrasta con l’ocra delle maestose montagne circostanti. © Simona Bursi
I ghiacciai a ridosso del Chang La Pass, celebre e vertiginoso passo di montagna situato a quota 5360 metri s.l.m. © Simona Bursi
Molte cime del Pangong Range (sottogruppo della colossale catena del Karakorum), superano abbondantemente i 6000 m di altitudine. Purtroppo, anche a quelle quote i ghiacciai si stanno riducendo sempre di più. © Simona Bursi
Il Pangong Tso, spettacolare lago himalayano situato ad una quota di 4.350 m e famoso per le sue acque che variano dal blu intenso al turchese. © Simona Bursi
Uno sguardo verso il confine cinese. Anche qui si può notare come, seppur appena a ridosso della stagione estiva, la neve e il ghiaccio coprano solo le vette più alte. © Simona Bursi
Un magnifico esempio di Ice Stupa nella regione dello Zanskar © Simona BursiLa prima impressione che si ha attraversando il Ladakh, territorio dell’India nord-occidentale, è quella di trovarsi davanti a un paesaggio dominato dagli estremi. Montagne immense, vallate desertiche, villaggi circondati da piccoli fazzoletti di terra coltivata. Il verde appare improvvisamente intorno alle case, ai monasteri, lungo il corso dei torrenti, per poi scomparire nuovamente nell’ocra delle montagne. È uno dei contrasti più affascinanti di questa regione ed è anche la rappresentazione più evidente della sua fragilità. Il Ladakh è un deserto d’alta quota, situato in gran parte oltre i 3.000 metri e protetto dalle grandi catene dell’Himalaya e del Karakorum, che limitano l’arrivo delle precipitazioni monsoniche. L’agricoltura, per secoli elemento fondamentale per la sopravvivenza delle comunità locali, dipende quindi in larga misura dalle risorse idriche originate dalla neve e dai ghiacciai. In un ambiente così arido, l’acqua non è mai stata soltanto una risorsa naturale, ma è ciò che determina dove può sorgere un villaggio, dove è possibile coltivare, dove possono vivere uomini e animali. Oggi questo delicato equilibrio sta cambiando.
Gli straordinari contrasti del Ladakh: il verde delle valli contrasta con l’ocra delle maestose montagne circostanti. © Simona BursiUna vita legata al ghiaccio
Le regioni di alta montagna sono tra gli ambienti più sensibili al cambiamento climatico e ne sono, pertanto, vere e proprie sentinelle. L’aumento delle temperature modifica l’accumulo della neve, accelera la perdita di massa dei ghiacciai e altera la quantità e soprattutto la stagionalità dell’acqua disponibile. Quando i ghiacciai fondono più rapidamente, inizialmente la quantità di acqua nei torrenti aumenta, ma questo fenomeno non rappresenta una maggiore disponibilità idrica destinata a durare nel tempo. È piuttosto il consumo progressivo di una riserva accumulata nel corso di decenni o secoli. In Ladakh nello specifico, uno studio pubblicato nel 2024 sul Journal of Glaciology ha mostrato come i ghiacciai abbiano avuto un bilancio di massa negativo tra 2000 e 2021, con una perdita media annua nell’ordine di circa -0,21/-0,37 metri equivalenti d’acqua a seconda dell’area considerata. Con la riduzione della massa glaciale, nel lungo periodo diminuisce anche la capacità della montagna di immagazzinare acqua sotto forma di neve e ghiaccio e di restituirla gradualmente durante i mesi più caldi. Per le comunità locali del Ladakh il problema è reso ancora più complesso da un elemento fondamentale: l’acqua deve arrivare nel momento giusto.
I ghiacciai a ridosso del Chang La Pass, celebre e vertiginoso passo di montagna situato a quota 5360 metri s.l.m. © Simona BursiIl paradosso della primavera
La stagione agricola in questa remota regione indiana è molto breve. Dopo il lungo inverno, i campi devono essere preparati e seminati durante la primavera. È proprio tra aprile e maggio che gli agricoltori hanno maggiore necessità di acqua per irrigare le coltivazioni. Ma in quel periodo i grandi ghiacciai situati alle quote più elevate sono spesso ancora congelati. La loro fusione aumenta soltanto con l’arrivo delle temperature estive, quando una parte importante del lavoro agricolo è già stata effettuata. Ci si trova così davanti a un singolare paradosso: enormi quantità di acqua sono presenti sulle montagne sotto forma di neve e ghiaccio, ma non sono necessariamente disponibili quando servono. Il cambiamento climatico sta rendendo questo equilibrio ancora più instabile. Inverni meno prevedibili, variazioni nelle precipitazioni nevose, temperature crescenti e modificazioni dei cicli di fusione rendono sempre più difficile programmare l’agricoltura e la gestione delle risorse idriche. Per comunità che hanno costruito la propria sopravvivenza intorno a una disponibilità estremamente limitata di acqua, anche piccoli cambiamenti possono avere conseguenze enormi.
Molte cime del Pangong Range (sottogruppo della colossale catena del Karakorum), superano abbondantemente i 6000 m di altitudine. Purtroppo, anche a quelle quote i ghiacciai si stanno riducendo sempre di più. © Simona BursiL’idea di costruire un ghiacciaio
Di fronte alla crescente scarsità d’acqua, le comunità del Ladakh hanno iniziato da tempo a sperimentare possibili soluzioni. Già negli anni Ottanta l’ingegnere autoctono Chewang Norphel aveva sviluppato un sistema di “ghiacciai artificiali”: l’acqua dei torrenti veniva deviata durante l’inverno verso zone ombreggiate, dove poteva congelare formando grandi superfici di ghiaccio. L’obiettivo era semplice: conservare le risorse idriche durante i mesi in cui non venivano utilizzate e renderle disponibili in primavera attraverso una fusione graduale. Anni più tardi un altro ingegnere ladakho, Sonam Wangchuk, ha ripreso e modificato questa intuizione. Sono nati così gli Ice Stupa. Il nome deriva dalla loro forma, simile agli stupa buddhisti che punteggiano il paesaggio del Ladakh. Ma dietro la loro spettacolare geometria si nasconde un principio fisico sorprendentemente semplice ed efficace.
Come nasce una torre di ghiaccio
Durante l’inverno, l’acqua proveniente da torrenti o sorgenti situati a una quota superiore viene convogliata verso valle attraverso una tubazione. Il sistema non richiede pompe elettriche: è il dislivello tra il punto di captazione dell’acqua e il luogo in cui viene costruito l’Ice Stupa a generare la pressione necessaria. All’estremità della tubazione, l’acqua viene spinta naturalmente verso l’alto attraverso un ugello, con un meccanismo simile a quello di una fontana.
A contatto con le temperature estremamente rigide dell’inverno, l’acqua nebulizzata nell’aria ricade al suolo e congela progressivamente. Strato dopo strato, il ghiaccio si accumula attorno a una struttura centrale, dando origine alla caratteristica forma conica. La forma non è casuale. Rispetto a una distesa di ghiaccio piatta e sottile, la struttura conica permette di immagazzinare un grande volume d’acqua congelata mantenendo relativamente ridotta la superficie esposta all’aria e alla radiazione solare. In questo modo la fusione avviene più lentamente.
Con l’arrivo della primavera e l’aumento delle temperature, l’Ice Stupa comincia gradualmente a sciogliersi. L’acqua accumulata durante l’inverno viene così restituita ai campi proprio nel periodo in cui gli agricoltori ne hanno maggiore necessità, quando le coltivazioni devono essere irrigate ma i ghiacciai naturali situati alle quote più elevate non hanno ancora iniziato a fondere in misura sufficiente.
Un magnifico esempio di Ice Stupa nella regione dello Zanskar © Simona BursiUna risposta locale a un problema globale
Gli Ice Stupa hanno attirato l’attenzione internazionale perché rappresentano un esempio affascinante di adattamento al cambiamento climatico. La tecnologia è relativamente semplice e può essere gestita direttamente dalle comunità locali. Ma il loro significato va probabilmente oltre la quantità di acqua che riescono a conservare. Gli Ice Stupa raccontano un modo diverso di affrontare la crisi climatica. Non attraverso grandi infrastrutture imposte dall’esterno, ma osservando il territorio, comprendendone i ritmi e utilizzando le risorse disponibili. La ricerca scientifica degli ultimi anni ha iniziato a studiarne più attentamente l’efficienza, la capacità di conservazione delle risorse idriche e il ruolo che queste strutture possono avere nella resilienza delle comunità montane. I risultati mostrano potenzialità interessanti, ma anche alcuni limiti. La costruzione degli Ice Stupa dipende dalle temperature invernali, dalla disponibilità di acqua e dalle caratteristiche del territorio. Una parte dell’acqua utilizzata può inoltre andare perduta durante il processo di congelamento e l’efficienza delle strutture varia considerevolmente in relazione alle condizioni meteorologiche.
Il Pangong Tso, spettacolare lago himalayano situato ad una quota di 4.350 m e famoso per le sue acque che variano dal blu intenso al turchese. © Simona BursiAdattarsi non significa risolvere il problema
Le strategie di adattamento permettono alle comunità di affrontare alcune conseguenze del cambiamento climatico, ma non ne eliminano le cause. Se i ghiacciai continueranno a perdere massa, se le precipitazioni diventeranno sempre più irregolari e se le temperature continueranno ad aumentare, anche le tecnologie più ingegnose dovranno confrontarsi con limiti sempre maggiori. Per costruire un Ice Stupa serve comunque acqua, e il problema più grande del futuro potrebbe essere proprio la progressiva scomparsa delle sorgenti e dei torrenti alimentati dai ghiacciai. Per questo la crisi idrica del Ladakh non può essere affrontata con una sola soluzione, ma servono sistemi più efficienti di gestione delle risorse idriche, tutela delle sorgenti, miglioramento delle infrastrutture, tecniche agricole adatte a un clima sempre più instabile e una pianificazione dello sviluppo capace di tenere conto della straordinaria fragilità di questo territorio. Anche la rapida crescita del turismo e dell’urbanizzazione rappresenta una nuova sfida: migliaia di visitatori arrivano ogni anno in una regione in cui l’acqua è naturalmente scarsa, aumentando la pressione sulle risorse disponibili e modificando equilibri costruiti nel corso dei secoli.
Uno sguardo verso il confine cinese. Anche qui si può notare come, seppur appena a ridosso della stagione estiva, la neve e il ghiaccio coprano solo le vette più alte. © Simona BursiCiò che il ghiaccio racconta
Il Ladakh può sembrare lontanissimo e geograficamente lo è. Ma ciò che sta accadendo sulle sue montagne riguarda in realtà tutte le grandi regioni montuose del Pianeta. Osservare ciò che accade oggi in questa remota e ancora autentica regione significa, in qualche modo, osservare una parte del nostro futuro. Gli Ice Stupa rappresentano una risposta concreta alla trasformazione del clima e la capacità di una comunità di osservare il proprio ambiente e cercare nuove forme di adattamento. Non fermeranno il cambiamento climatico, non salveranno da soli i ghiacciai himalayani, nè risolveranno definitivamente la scarsità d’acqua del Ladakh, ma raccontano una storia importante. Ovvero che le comunità di montagna sono spesso le prime a sperimentare le conseguenze dei cambiamenti ambientali e, allo stesso tempo, possono diventare straordinari laboratori di innovazione.