Peter Habeler © ORF
Un giovanissimo Peter Habeler in Yosemite © Peter Habeler
Walter Bonatti e Reinhold Messner durante l'assegnazione a quest'ultimo del premio alla carriera (Piolets d'Or 2010) © Piolets d'Or
Guillaume Pierrel e Christina Lustenberger prima della discesa con gli sci dalla parete sud del Monte Robson, febbraio 2025 © Philip Forsey
Matteo Della Bordella e Marco Majori dopo la prima invernale della via Casarotto al Fitz Roy nel settembre 2025 © Matteo Della Bordella
Chiara Gusmeroli, Davide Nesa e Matteo De Zaiacomo davanti alla maestosa parete nord ovest del Shawa Kangri © Matteo De Zaiacomo
François Cazzanelli, Giuseppe Vidoni, Lukas Waldner e Benjamin Zoerer in vetta al Kimshung nell'ottobre 2025 © François CazzanelliGiornata di annunci in vista dell'edizione 2026 dei Piolets d'Or, che verrà ospitata in Oisans-Vénéon dal 21 al 25 ottobre prossimi. Gli ormai tradizionali ‘premi Oscar dell’alpinismo' dimostrano anzitutto di sapersi plasmare, ogni anno, su una visione sempre più comunitaria e meno performativa dell'esplorazione fra le alte vette del pianeta. Le salite meritevoli dei riconoscimenti finali dovranno incarnare infatti non soltanto lo stile alpino e l'essenzialità, ma anche il permanere di un certo spirito di avventura, la ricerca di valori universali, un elevato livello di impegno e la maggiore autosufficienza possibile. Tutte caratteristiche che hanno in qualche modo fondato la vita - alpinistica e non solo - dell'austriaco Peter Habeler, cui sarà assegnato quest'anno il premio alla carriera.
Dalla Zillertal al tetto del mondo
Nato nel 1942 nelle Alpi della Zillertal, Habeler ha inziato a frequentare le terre alte precocemente, affermandosi dapprima come eccellente sciatore e decidendo poi di fare della montagna il proprio mestiere già nel 1965, con il brevetto di guida alpina. È di quello stesso anno il primo incontro, che cambiò la sua vita, con Reinhold Messner. La cordata nata da questo sodalizio era infatti destinata a lasciare un segno indelebile nella storia dell'alpinismo, entrambi caratterizzati com'erano dalla stessa motivazione e dal medesimo desiderio di seguire le orme dei grandi che li avevano preceduti e a cui guardavano con ammirazione: fra tutti, Hermann Buhl e Walter Bonatti.
Messner e Habeler raggiunsero la notorietà mediatica nell'agosto del 1974. Dopo una rapidissima ascensione della parete nord del Cervino, rivolsero la loro attenzione alla famosissima parete nord dell'Eiger, proprio mentre Clint Eastwood vi stava girando ‘The Eiger Sanction’. Partiti alle 5 del mattino, raggiunsero le Exit Cracks alle 14 e la vetta un'ora dopo: “Il momento clou non fu la scalata in sé, ma l'incontro con Clint Eastwood! Ci spronò ad andare più veloci, perché sapevamo che ci stava guardando” ha raccontato Habeler. Nel giro di 10 ore, l'alpinismo d'alta quota aveva raggiunto una nuova dimensione: il precedente record per una cordata era di 18 ore, stabilito nel 1950, e fu battuto solo 30 anni dopo - 9 ore nel 2004 da Stephan Siegrist e Ueli Steck.
Applicando la loro filosofia del ‘veloci e leggeri’ e il malloryano ‘by fair means’ alle vette più alte del pianeta, Messner e Habeler precorsero i tempi, riuscendo a compiere la prima ascensione in stile alpino di una cima di 8.000 metri: il Gasherbrum I, di cui effettuarono la seconda salita assoluta in un ‘assedio’ di cinque giorni appena. Tre anni dopo, eccoli ai piedi dell'Everest, come parte di una spedizione austriaca sul versante nepalese della montagna. Il folle piano (almeno per i tempi) era quello di scalare la vetta più alta del mondo senza ossigeno. Dopo quest'ultimo successo, Messner lo invitò Habeler a unirsi a lui nella scalata di altre vette oltre gli 8.000 metri, ma Peter - diventato nel frattempo padre - rifiutò, preferendo occuparsi della sua famiglia e della scuola di sci che gestiva nella Zillertal. Molto tempo dopo, Messner - premiato con il Lifetime Achievement Award ai Piolets d'Or del 2010 - riconobbe che "senza Peter, non sarei diventato la persona che sono oggi".
Negli anni Ottanta, Habeler tornò sull'Himalaya, scalando il Nanga Parbat (1985), il Cho Oyu (1986) e, soprattutto, il Kangchenjunga attraverso la sua parete nord (nel 1988 con l'americano Carlos Buhler e il basco Martín Zabaleta). Quest'ultima ascensione rimane uno dei momenti salienti della sua carriera. Nel 2017 tornò sulla parete nord dell'Eiger con il giovane prodigio austriaco David Lama, di cui aveva incoraggiato le ambizioni alpinistiche fin da giovanissimo. A quasi 75 anni, completò nuovamente la salita in un solo giorno. Oggi Habaler vive ancora a Mayrhofen, nella Zillertal, fra le montagne dove è nato e cresciuto.
La big list e i papabili premiati
La giuria internazionale - composta da Lise Billon, Jordi Corominas, Luka Lindič, Young Hoon Oh, Paul Ramsden e Enrico Rosso - dovrà scegliere quest'anno le salite da premiare fra una lista di 78 ascensioni, portate a compimento nel corso del 2025 e selezionate accuratamente da Lindsay Griffin e Dougald MacDonald dell'American Alpine Journal e Rodolphe Popier della Fédération Française des Clubs Alpins et de Montagne. Si tratta di salite che spaziano dalle Alpi all'Himalaya, passando per Norvegia, Patagonia e Groenlandia. Per la maggior parte prime ascensioni, ma con un occhio di riguardo - e forse è questa la vera novità di quest'anno - anche alle ripetizioni più ardite e degne di nota.
Fra queste, per esempio, l'invernale della via Casarotto al Fitz Roy (Matteo Della Bordella e Marco Majori, settembre 2025), ma anche la prima solitaria invernale alla via dei Ragni sul Cerro Torre (Colin Haley, settembre 2025) e il concatenamento dei quattro versanti del Monte Bianco in 21 ore (Nicolas Jean e Benjiamin Védrines, giugno 2025). Spazio, a tal proposito, anche alle discese con gli sci, dall'arditissima parete sud del Monte Robson (Christina Lustenberger e il recentemente scomparso Guillaume Pierrel, febbraio 2025) alla normale dell'Everest (Andrzej Bargiel, settembre 2025).
Fra le papabili prime assolute, invece, non sfigura il Kimshung (François Cazzanelli, Giuseppe Vidoni, Lukas Waldner e Benjamin Zoerer, ottobre 2025), ma anche lo Jannu Est (Nicolas Jean e Benjiamin Védrines, ottobre 2025), oltre alla nuova via sulla parete nord ovest dello Shawa Kangri (Matteo De Zaiacomo, Chiara Gusmeroli e Davide Nesa, settembre 2025), già riconosciuta dagli accademici del CAI con il Premio Paolo Consiglio.
Insomma, c'è già grande attesa per questa edizione dei Piolets d'Or, tornati in Francia dopo due anni nelle Dolomiti - e soprattutto nell'Oisans a 10 anni di distanza dall'edizione del 2016 ospitata a La Grave. Questa volta, il campo base sarà a Saint-Christophe-en-Oisans e l'evento si estenderà a tutta la regione di Venéon, ferita due anni fa da una pesante alluvione e che merita, anche grazie a quest'occasione, una riqualificazione delle attività di montagna, nell'intera area.