Lhotse 1986: 40 anni fa Reinhold Messner diventa il "Re degli Ottomila"

Il 16 ottobre l'alpinista di Funes raggiunge gli 8.156 metri dell'unica cima che mancava all'appello insieme all'amico Hans Kammerlander. Quella salita rappresenta una vittoria, una conquista, ma soprattutto una liberazione

 

Qualcuno, fuori dalle Isole Britanniche, si ricorda del reverendo Archibald Eneas Robinson? Fu lui, nel lontano 1901, a completare per primo la collezione dei Munros, le 276 cime della Scozia e del Galles che superano i 3000 piedi di quota, pari a 914 metri. E chi conosce oggi il farmacista austriaco Karl Blodig, che tra l’Otto e il Novecento salì i 64 “quattromila” delle Alpi (poi
l’elenco ufficiale è stato allargato a 82 vette) che si alzano tra l’Italia, la Francia e la Svizzera? Anche tra i soci del Club 4000, che riunisce i collezionisti di casa nostra, non sono in molti a ricordarlo.

Il collezionista di vette

L’idea delle collezioni di vette, come quella dei concatenamenti, è vecchia come l’alpinismo. Televisioni e giornali di tutto il mondo, però, si accorgono della loro esistenza il 16 ottobre 1986, quando Reinhold Messner completa per primo, sugli 8.516 metri del Lhotse, la collezione dei 14 “ottomila” dell’Himalaya e del Karakorum. 

In quegli anni, dopo l’Everest senza ossigeno del 1978, dopo l’ascensione solitaria dal Tibet alla stessa montagna compiuta due anni dopo, Reinhold è ormai una star globale.

Le sue conferenze attirano migliaia di persone, i suoi libri vendono decine di migliaia di copie.

Il 17 ottobre del 1986, ventiquattr’ore dopo aver raggiunto la vetta, Messner, che ha festeggiato da poco i 42 anni, rientra ai 5400 metri del campo-base utilizzato anche dalle spedizioni all’Everest, sul ghiacciaio nepalese del Khumbu. Lo accompagna l’amico Hans Kammerlander, 30 anni, altoatesino anche lui.
Messner non ha problemi a raccontare che in quella spedizione, come nella precedente al Makalu, il componente più forte della cordata è stato Hans. Quando i due tornano ai piedi del Lhotse, però, l’attenzione della stampa è tutta per l’ex-ragazzo di Funes.

Sul ghiaccio e sulle pietraie del Khumbu, attendono gli alpinisti decine di giornalisti e cameraman che gli sponsor di Reinhold hanno fatto arrivare dall’Europa e dal resto del mondo. “Lhagyelo! Hanno vinto gli dèi!” è il commento dell’alpinista più famoso di sempre.

“Sono felice di essere ancora vivo, mi sento finalmente libero di tentare altre cose”  Reinhold Messner

Una conquista, una liberazione

Messner in quell’occasione utilizza la parola che i pellegrini tibetani pronunciano quando raggiungono un valico d’alta quota. “Sono felice di essere ancora vivo, mi sento finalmente libero di tentare altre cose” spiega Reinhold nelle interviste. Nelle foto scattate in quel momento, il primo uomo a salire i 14 Ottomila sembra insieme felice e timido.

Nei mesi e negli anni a venire, Reinhold si dedicherà a nuovi obiettivi, dalla prima traversata sugli sci dell’Antartide, realizzata all’inizio del 1990 con Arved Fuchs, ai suoi musei (Castel Juval, Monte Rite, Solda, poi Castel Firmiano, Brunico e Plan de Corones) dedicati alle montagne e all’alpinismo.

Ancora nel 1986, una sconfitta rende più umano l’alpinista di Funes. A salire per primo le Seven Summits, le cime più alte di tutti i continenti (con giganti come l’Everest, il Vinson, l’Aconcagua e il McKinley-Denali) è l’alpinista e fotografo canadese Pat Morrow. Tra gli sconfitti, oltre a Messner, è il miliardario americano Dick Bass.

Non sappiamo esattamente quando Reinhold Messner si dia come obiettivo la collezione degli “ottomila”. Accade dopo la solitaria all’Everest, quando sale uno dopo l’altro, in stile alpino e senza bombole ma senza aprire vie nuove, lo Shisha Pangma (1981), il Kangchenjunga, il Gasherbrum II e il Broad Peak (1982), il Cho Oyu (1983), l’Annapurna (1985) e il Dhaulagiri (1985). Il Makalu e il Lhotse sono gli ultimi della serie.

La competizione con Kukuczka, una “montatura” mediatica

Nello stesso periodo, i media specializzati si accorgono anche Jerzy Kukuczka, il migliore alpinista himalayano polacco, sta salendo uno dopo l’altro gli “ottomila”. Si parla di una competizione, ma entrambi i protagonisti negano. Jerzy completa per secondo la collezione nel 1987. Lo seguono fuoriclasse come Erhard Loretan (1995) e Krszystof Wielicki (1996), e alpinisti più normali come il messicano Carlos Carsolio nel 1996 e lo spagnolo Juanito Oiarzabal nel 1999.

Tra gli italiani, dopo Messner, completano lo slam Sergio Martini (2000), Silvio “Gnaro” Mondinelli (2007), Abele Blanc (2011), Mario Panzeri (2012), Nives Meroi e Romano Benet (2017). Fino a oggi, a completare la collezione sono 77 alpinisti, tra i quali ben 15 nepalesi.

Entrano nel Guinness dei primati la prima collezione femminile di Edurne Pasaban (2010), quella di Nirmal Purja in 6 mesi e 6 giorni nel 2019 e quella di Kristin Harila in 92 giorni nel 2023. Sanu Sherpa, nel 2022, è il primo a completare una doppia collezione. Se non fosse scomparso il 30 luglio scorso sul Broad Peak, “Nimsdai” Purja sarebbe diventato il primo alpinista a salire tutte le cime per tre volte.

Vincitori o sopravvissuti?

La tragica fine dell’ex-Gurkha, però, ricorda che salire gli “ottomila” è un’avventura seria e pericolosa. Per capirlo, basta riflettere sul titolo di Sopravvissuto, il libro in cui Messner racconta la sua collezione. Nel capitolo dedicato alla salita del Lhotse si legge delle difficoltà causate dal vento, che strappa via le corde fisse piazzate dalla spedizione diretta dallo svizzero Freddy Graf.
Nel canalone finale, è ancora il vento a colpire con una forza impressionante Messner e Kammerlander, che batte gran parte della traccia.

Dove il canalone si stringe, la neve accumulata rischia di staccarsi in una slavina. Sulla piramide sommitale il vento richiede una concentrazione assoluta. Hans e Reinhold toccano gli 8.156 metri della cima uno alla volta, e poi fuggono subito verso il basso.

Le macchine fotografiche di entrambi sono bloccate dal gelo, e non esiste un’immagine della vetta. Nelle settimane successive, però, nemmeno l’arcigna Elizabeth Hawley, che a Kathmandu tiene l’elenco ufficiale delle ascensioni, osa avanzare qualche dubbio sull’impresa.