Il Monte Bianco visto dalla Valle d'Aosta © Dariuz borghigiano, wikicommons
La vetta del Monte Bianco fotografata da un aereo © Spiridon MANOLIU, wikicommons
Un georadar utilizzato in ambiente innevato © Vadams, wikicommons
Alcuni alpinisti in vetta al Monte Bianco, nell'agosto del 2008 © Bbb di wikivoyage shared, wikicommons
Ascesa al Monte Bianco © Radu Vatcu, wikicommons
Nessuna smentita del riscaldamento globale, come ipotizzato da molti in questi giorni, e neppure un sollevamento tettonico. A far “crescere” di due metri (1,88 per la precisione) il Monte Bianco, la vetta più alta delle Alpi, è stata la calotta di ghiaccio e neve presente sulla cima. Un dato che non va letto in contrasto con il ritiro dei ghiacciai ma che, anzi, ci dice qualcosa in più sul funzionamento del cambiamento climatico alle quote più alte del nostro continente: “Questo valore è strettamente legato alle variazioni stagionali e annuali relative alle precipitazioni, è normale che in base all’innevamento della stagione invernale e all’attività eolica si registrino misurazioni diverse”, spiega Alberto Corno, geologo del CNR di Torino e alpinista.
Una stagione più ventosa o meno nevosa, dunque, può influenzare nettamente le variazioni di altezza della massa nevosa che ricopre le rocce sulla sommità del Bianco. Quest'ultima, senza calotta glaciale, “si attesta a circa 4785-4786 metri, cioè la quota attuale del Monte Bianco meno i circa 20-25 metri di colonna di ghiaccio”, afferma Corno. L’invito del geologo, a ogni modo, è quello di relativizzare questi numeri, strettamente dipendenti dalle condizioni meteorologiche in vetta: “Se misurato a inizio stagione, cioè a giugno, il Bianco sarebbe probabilmente sopra i 4810 metri. Per questo, generalmente, questi monitoraggi si fanno spesso in autunno”, prosegue.
“La quantità accumulata durante l’inverno precedente è minima in questo periodo - spiega - e si ‘resetta’ così la variabilità stagionale”, aggiunge Corno. Un dato che, nonostante tutte le possibili accortezze, rimane comunque estremamente influenzabile dal meteo: “Facendo questi monitoraggi a fine stagione, anche una nevicata di soli 30 cm può comportare, con un po’ di vento, un accumulo di oltre un metro. In quel caso, parleremmo oggi di un aumento di tre metri, e non di due”, ipotizza, spiegando come con gli strumenti odierni i valori ottenuti siano sempre più precisi rispetto al passato, ma ugualmente influenzabili dalle condizioni in cui vengono utilizzati.
Perché il dato non contraddice il ritiro dei ghiacciai
I risultati presentati lo scorso 14 ottobre a Saint-Gervais, in Francia, derivano dalle analisi condotte lo scorso 17 settembre dai membri della Camera dipartimentale dei geometri dell’Alta Savoia, che ogni due anni si recano sulla vetta per raccogliere questi dati. Le misurazioni hanno richiesto la permanenza dei tecnici sulla vetta del Bianco per oltre cinque ore e, come ogni volta, i risultati ottenuti hanno sollevato dubbi e interrogativi in merito all’apparente contrapposizione con lo scioglimento dei ghiacciai: “Quest’anno, lo zero termico è stato calcolato sopra i 4.500 metri di quota per 18 giorni, quanta neve compattata o ghiacciata può effettivamente fondere in questo lasso di tempo? La cosa interessante, invece, è avvenuta 500 metri più in basso, con lo zero termico sopra i 4.000 metri di quota per 80 giorni”, aggiunge il geologo del CNR.
"La cosa interessante è avvenuta 500 metri più in basso, con lo zero termico sopra i 4.000 metri di quota per 80 giorni” Alberto Corno
Dunque, secondo Corno, il dato più interessante non è quello relativo alla fascia in cui ricade la calotta del Bianco. Le evidenze del cambiamento climatico, di conseguenza, sarebbero più evidenti al di sotto dei 4.500 metri di quota, cioè poco sopra le altitudini alle quali questa estate si sono verificati numerosi crolli, spesso imputati dagli esperti proprio allo scioglimento del permafrost: “Scendendo alla fascia tra 4.000 e 4.500 metri, il numero di giorni al di sopra dello zero termico è quattro volte tanto. Anche oltre i 4.500 metri ci sono oscillazioni, ma per ora sono meno evidenti”, descrive. Dati che, spiega il geologo, testimoniano come un’equiparazione troppo semplicistica di valori e fenomeni possa condurre a conclusioni sbagliate e opposte rispetto alla realtà dei fatti.
Una serialità che manca
Anche ampliando lo sguardo a una possibile analisi dei dati prodotti dalla Camera dipartimentale dei geometri dell’Alta Savoia, afferma Corno, non è semplice giungere a conclusioni solide: “Questo istituto compie questo tipo di misurazioni ogni due anni, e ha iniziato nel 2001. Sono 25 anni che, di per sé, non costituirebbero neppure una serie storica sufficiente. In più, il numero di valori raccolti andrebbe poi dimezzato, essendo le loro analisi quasi sempre a cadenza biennale”, spiega.
Comparare dati provenienti da istituti differenti, infatti, aggiungerebbe ulteriori elementi di imprevedibilità che renderebbero i dati difficilmente confrontabili: “Il Monte Bianco è una cresta, non un plateau come, ad esempio, il Ciarforon nelle Alpi Graie, che è ‘un campo da calcio’. La parte sommitale del Bianco è lunga 30 metri, e la roccia presenta variazioni di quota che rendono i valori raccolti estremamente sensibili se effettuati in punti diversi. Inoltre, se nel punto in cui effettuiamo la misurazione è presente un accumulo perché per tutto marzo e aprile, per ipotesi, il vento ha soffiato solo da Nord-Ovest, la misura tiene conto proprio di quell’accumulo invernale. Fa parte della variabilità, ed è un elemento imprescindibile che non si può annullare”, descrive Corno.
Il limite dei singoli dati
Elementi che spiegano perché sia un errore da non commettere il comparare dati estremamente puntuali con serie climatiche che, invece, attestano il cambiamento climatico: “È la stessa differenza che c’è tra clima e meteo. Un conto è una giornata particolarmente fredda, un altro una serie storica che spiega come, negli ultimi 150 anni, le estati più calde siano concentrate nell’ultimo ventennio. È come guardare un quadro puntinista. Osservandolo da vicino sono solo puntini che di per sé non dicono niente, mentre a due metri di distanza vedi il quadro per intero e compaiono le sfumature. Concentrandosi sul singolo punto, come nel caso del Monte Bianco, è possibile vedere solo un pallino colorato che non dà informazioni sul contesto”, spiega Corno, aggiungendo che "se rapportiamo i valori raccolti a una persona alta un metro e 80 centimetri, quella di quest’anno è una variazione di 0,70 millimetri, cioè lo 0,04% della sua altezza. Un paragone che ci dà l’idea di quanto sia contenuto il valore di questa variazione rispetto alle dimensioni del Monte Bianco”, conclude.
Le "piccole rivoluzioni" nella misurazione
A rappresentare una piccola rivoluzione, spiega Corno, non sono stati i valori raccolti da tecnici e alpinisti saliti sulla vetta del Bianco lo scorso settembre, ma gli strumenti e le metodologie che sono state adottate per registrarli: “La vera novità è come è stata effettuata la misurazione. Oltre a misurare l’altezza del Bianco con il gps, infatti, è stata misurata la profondità del ghiaccio con un georadar. Soprattutto, è stato stabilito uno standard, perché anche lo stesso gruppo di ricerca può misurare in due punti distinti e basare la misurazione su rocce disposte in modo diverso, ottenendo così differenze nelle altezze della calotta glaciale”, spiega il geologo.
“La vera novità è negli strumenti. Oltre a misurare l’altezza del Bianco con il gps, infatti, è stata misurata la profondità del ghiaccio con un georadar".
I gps utilizzati negli ultimi anni, spiega Corno, offrivano già misurazioni estremamente affidabili, potendosi connettere anche con 25 satelliti appartenenti a diverse costellazioni, come gps, Glonass e Galileo, per determinare la quota della sommità: “Sono state utilizzate anche ‘stazioni totali’ che vengono trasportate in spalla fino alla vetta e che hanno una precisione estremamente elevata. Sono dovuti rimanere cinque ore sul tetto d’Europa anche perché, col freddo, gli strumenti impiegano più tempo a elaborare i dati”, descrive. Con l’utilizzo del georadar, invece, lo scopo raggiunto è stato un altro: “Si tratta di uno strumento che emette un'onda elettromagnetica e ne osserva il rimbalzo e che, ad esempio, si usa spesso in geofisica e in edilizia. Conoscendo i dati dell’emissione elettromagnetica che viene emessa e poi riflessa dalle rocce, così come la velocità di percorrenza della stessa emissione nei vari materiali, lo strumento ha consentito poi di calcolare l’altezza del ghiaccio e di ricostruire la morfologia della sommità rocciosa”, conclude.