'Montagna in rosa': Henriette d’Angeville, una contessa sul Bianco

L'aristocratica francese desiderava scalare la vetta più alta d'Europa e coltivò il proprio sogno per sette anni, allenandosi seriamente, nonostante lo scetticismo che la circondava

 

Prosegue la nostra rassegna di alcune delle figure femminili che hanno fatto la storia dell'alpinismo, passate in rassegna attraverso articoli e contributi di un passato più o meno recente. Oggi raccontiamo le gesta di Henriette d'Angeville, aristocratica francese dell'Ottocento. Benestante, fin da giovane si era appassionata all' alpinismo e - non essendo maritata- poté dedicarsi liberamente a questa sua passione. Oltre che all'alpinismo si dedicò anche alla geologia, alla speleologia e alla mineralogia.

UN SOGNO, UN OBIETTIVO

di Valeria Stolfi

 

Nel 1976, Gianni Valenza pubblicò un saggio sull’ascesa di Henriette d’Angeville al Monte Bianco (Scandère, rivista del CAI di Torino, 1976). A Chamonix nel 1838 erano già sorti diversi alberghi e tutti ammiravano estasiati il Bianco e la giovane Henriette della Borgogna scrisse le sue impressioni sul carnet vert, proiettando le sue aspettative relative alla scalata in un futuro possibile. Henriette si sentiva come una rifugiata a Ginevra e desiderava “sposare la cima nevosa e dorata che incoronava tutte le montagne”

I commenti malevoli

Gli amici l’avevano dissuasa considerandola vanitosa, “meschina”, inesperta, era presa dal “saisissement doulourex” che provava Horace-Bénédict de Saussure. Per allenarsi fece l’ascensione al Mont Joly (2.225 metri), sopra Megève e attraversò il ghiacciaio del Jardin.

 

Valenza elogiò Henriette per sua forza di volontà e per la sua pertinacia, che era paragonabile a quello di uno scienziato esperto di topografia e di orienteering. Dal 1787 la piccola cittadina di Chamonix era divenuta una meta turistica, nel 1820 il ghiacciaio dei Bossons era diventato il rendez vous degli escursionisti come quello della Mer de Glace e della Marmolada.

PROVVISTE DEGNE DI UN BANCHETTO

Il capo delle guide Joseph-Marie Couttet radunò le guide e fece redigere la lista delle provviste composta da carne di montone, vitello, polli, pane, bottiglie di vino Saint Jean, di cognac, sciroppo capillaire, limone, cioccolato, prugne. Inoltre Henriette volle indossare un abito elegante: “una camicia e un paio di pantaloni in flanella inglese, calze di seta e di lana, scarpe ramponabili, due guanti maglia foderata di pelliccia, un boa, un tartan, un grande cappello di paglia di Chamonix, un paio di occhiali blu”. Un costume molto pratico e all’avanguardia. Gli uomini fecero scommesse sul successo del tour.

 

La comitiva riuscì a arrivare ai Grands Mulets dopo il salto dei crepacci, piantarono le tende e intonarono delle canzoni in patois e il Ranz des vaches, tipo jodler, che veniva usata per richiamare gli animali negli alpeggi. Dal Mont Maudit si staccò una cornice di neve. Prima di coricarsi Henriette osservò con stupore "le diverse guglie del Monte Bianco, le groppe arrotondate del Pormenaz e del Villy, le creste frastagliate del Saleton, ancora in ombra, la cima maestosa del Buet", la luce della luna le permise di riconoscere i monti Sixt, d’Abondance, i Voiron, il Salève e all’orizzonte lo Jura. 

4 ORE DI SALITA

Il 13 settembre Henriette scrisse una lettera all’amica Madame Augerd, in cui spiegava nel dettaglio l’ascensione faticosa e del superamento del muro di ghiaccio del Grand Coete, la salita fu difficile e durò 4 ore interminabili. Finalmente ella riuscì a arrivare alla cupola di ghiaccio, le guide la reputarono coraggiosa e la vollero baciare “fragorosamente”. A ritorno ella si sentì molto più leggera dopo aver camminato per tre ore nella neve fresca. Con un piccione viaggiatore ella spedì un biglietto che annunciava il suo successo, ma il piccione cadde sul Doeme.


Henriette divenne famosa a Ginevra e si sentì ringiovanita e coscienziosa e ritenne di aver fatto meno fatica delle guide, perché aveva bevuto latte di mandorle, invece di stappare le bottiglie per festeggiare. Una collega inglese del Club Alpino, C.E. Engel la descrisse come una donna aristocratica, che divenne “l’attrazione dei salotti parigini…con un’intelligenza lucida, ardita, altezzosa e precisa”, indipendente. La sua impresa non fu romantica, ma suscitò simpatia, bonarietà e buoni sentimenti. Henriette continuò a scalare cime e ghiacciai e si trasferì a Losanna. 

 

All’Oldenhorn ella compì la ventunesima ascensione e morì a Losanna nel 1871, quando a Parigi i repubblicani organizzarono le insurrezioni.