La parete nord-est del Monviso interessata dal crollo © Gianluca Bocca
Il Rifugio Quintino Sella al Monviso © Carmine Bonanni, wikicommons
La zona interessata dal crollo © Gianluca Bocca
Il Rifugio Vitale Giacoletti al Monviso © Luca Bergamasco, wikicommons
La zona coinvolta dal crollo © Gianluca Bocca
È stato riaperto, con una nuova ordinanza del comune di Crissolo, il tratto del sentiero CNAV13 che collega Pian del Re al Colle di Viso e, pertanto, al rifugio alpino Quintino Sella. Nella prima mattinata di ieri, mercoledì 2 settembre, i volontari della XV Delegazione Monviso del soccorso alpino e speleologico piemontese avevano trasmesso al Comune una nota in cui suggerivano – in via precauzionale – la chiusura del tratto di sentiero al di sopra del quale si è sviluppata la frana staccatasi poche ore prima, attorno alle 20 di martedì 1 settembre. Dopo un sorvolo di controllo e gli opportuni accertamenti, che hanno escluso la presenza di persone rimaste coinvolte nel crollo, l’allarme è rientrato e questa mattina il tecnico del comune di Crissolo, dopo il via libera della prefettura di Cuneo, ha deliberato la riapertura del tratto di sentiero.
Già nella giornata di mercoledì 2 settembre, l’ufficio tecnico comunale aveva dichiarato che la porzione di sentiero non era stata intaccata dal corpo della frana, e che il percorso non riportava danni permanenti. I rifugi presenti in zona, invece, non hanno mai interrotto le proprie attività e non sono stati emanati ordini di evacuazione: “La frana non ha interessato il sentiero con massi ma solo con una grande nuvola di polvere. Data l’entità della frana che ha interessato la montagna non potevamo escludere niente, lì passa uno dei sentieri più frequentati del Monviso”, afferma Gianluca Bocca, guida alpina e membro del soccorso alpino e speleologico piemontese che, questa mattina, era a bordo dell’elisoccorso che ha condotto il sorvolo.
Il rischio di ulteriori crolli, però, sebbene localizzati e nei punti più esposti al distacco di blocchi di roccia, non può essere escluso del tutto: “Il Monviso non ha una roccia solidissima, è granito come il Monte Bianco, quindi si destabilizza probabilmente anche come conseguenza dello scioglimento del permafrost”, afferma Andrea Sorbino, gestore del rifugio Vitale Giacoletti e guida alpina. Un pensiero condiviso anche dallo stesso Bocca, che aggiunge: “Altri crolli sulla montagna ce ne saranno di sicuro perché è una montagna che di per sé continua ad avere crolli, specialmente in parti dove non passa nessuna via alpinistica o escursionistica. Non possiamo certo sapere cosa accadrà in futuro, ma adesso la situazione è tranquilla”.
“Altri crolli sulla montagna ce ne saranno di sicuro, ma adesso la situazione è tranquilla”. Andrea Sorbino
Intatte le principali vie alpinistiche
Secondo Bocca, che ha avuto modo di osservare direttamente il distacco dall’alto, le principali vie alpinistiche del settore non sono rimaste coinvolte nel crollo: “È avvenuto sul couloir nord-est, una parte molto scoscesa del Monviso, da sempre franosa e dove molte persone riportano di vedere o sentire crolli, che non interessa né la cresta est né la parete sud. Non interessa neppure la meno frequentata ma comunque salibile cresta nord-ovest”. La frana, secondo la guida, si sarebbe staccata a partire dalla cresta Sucai, dai torrioni alti, e da lì sarebbe precipitata poi nel couloir stesso.
Lì, la corsa dei detriti si sarebbe prima scaricata sul bacino Rei “un’area compresa tra la cresta est e la cresta nord-est dove, in inverno, c’è anche una via in goulotte e su cascate”, afferma Sorbino, per poi arrestarsi solo dopo oltre mille metri di dislivello: “Per osservarla frontalmente qualcuno doveva essere alle otto e mezzo sul Viso Mozzo, ma penso proprio che non ci fosse nessuno lì a quell’ora”, aggiunge il gestore. Anche la Michelin-Bocco, sottolineano Bocca e Sorbino, non avrebbe subito danni.
I rifugi sono sempre rimasti collegati a valle
Durante il periodo di tempo che ha interessato la chiusura del sentiero, ad ogni modo, i rifugi Quintino Sella e Vitale Giacoletti non sono mai rimasti isolati: “Esistono delle varianti del giro del Viso, quella principale allunga di due ore ma è comunque un sentiero segnalato dal Parco”, ha indicato Sorbino durante il periodo di chiusura parziale del sentiero CNAV13. Un’esperienza che, per il gestore, riporta alla mente il crollo del ghiacciaio superiore di Coolidge del 1989, quando un seracco di oltre 200mila metri quadri si staccò a 3200 metri di quota e collassò sul ghiacciaio inferiore: “Di crolli ce ne sono molti soprattutto col cambiamento climatico, il ghiacciaio cadde giù dopo che in seguito a una settimana di pioggia si era spaccato in due e lo spinse via”, ricorda. “Per oltre tre anni – ricostruisce Sorbino – abbiamo osservato i crolli proprio dai torrioni del Sucai sul lato che guarda il Giacoletti. Queste frane sono state documentate anche d’inverno, con persone che vedevano i blocchi staccarsi, rotolare e spaccarsi a occhio nudo mentre facevano scialpinismo, un po’ come è successo ieri”.
Un fenomeno che la scienza sta iniziando a monitorare
La frana del Monviso, che segue a pochi giorni di distanza i fatti – su scala ben più importante – del Nepal e i continui crolli avvenuti questa estate sulle Alpi, è un fenomeno che si inserisce in un contesto di crescente attenzione scientifica verso la stabilità delle montagne d’alta quota: “Vorremmo inserire dei sensori sismici nelle centraline dei rifugi sentinella”, spiega Franco Pettenati, membro del comitato scientifico centrale del CAI e dell’istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale. L’obiettivo dichiarato è quello di raccogliere dati sui fenomeni che interessano le montagne e, in prospettiva, comprendere meglio anche la dinamica dei crolli. Sulle Alpi il monitoraggio è però ancora in una fase iniziale: “Per il momento non abbiamo dati, è ancora tutto in fase di avvio”.
“Vorremmo inserire dei sensori sismici nelle centraline dei rifugi sentinella” Franco Pettenati
Accanto ai sismometri, la ricerca sta sperimentando anche l’utilizzo dell’infrasuono, cioè il rilevamento delle onde sonore a frequenza molto bassa generate, tra gli altri fenomeni, proprio da grandi crolli e frane: “Abbiamo installato un microfono infrasonico che ha registrato a 130 chilometri di distanza quello che è successo in Nepal”, racconta Pettenati. Uno strumento che potrebbe quindi contribuire, insieme ai dati sismici, a individuare e studiare fenomeni di instabilità anche quando avvengono in luoghi difficilmente accessibili.