Nicolini: "Vie alpinistiche: rispettare la tradizione, ma senza mettere a rischio la vita"

Con la costante apertura di nuovi itinerari in Dolomiti, la salvaguardia delle numerose vie storiche diventa un tema cruciale, affrontato in un vademecum dai maggiori gruppi alpinistici della zona. L'opinione della guida e gestore del rifugio Tosa Pedrotti

Qualche settimana fa, in occasione dell’apertura di una nuova via in Cima Tosa, nelle Dolomiti di Brenta, ad opera di Emanuele Andreozzi, avevamo affrontato, insieme al diretto interessato e all’Accademico del CAI Marco Furlani, il delicato tema dell’intersecarsi e sovrapporsi di diversi itinerari su pareti già in sé percorse da numerose vie storiche.

Si tratta di una questione di difficile interpretazione in un mondo come quello dolomitico, dove gli spazi di manovra, specie sulle pareti più iconiche, vanno via via restringendosi. Lo scorso autunno, Dolomia (ovverosia l’unione dei maggiori gruppi alpinistici delle Dolomiti) ha pubblicato un vademecum a riguardo, con l’obiettivo di avviare un dibattito capace di proporre soluzioni concrete e condivise dalla stragrande maggioranza della comunità alpinistica. Tra i firmatari figurano gli Scoiattoli di Cortina, i Catores della Val Gardena, le Aquile di San Martino, i Ciamorces della Val di Fassa e gli Sfulmen di Molveno. A rappresentare quest’ultimo gruppo, Franco “Franz” Nicolini, guida alpina, alpinista e soccorritore dal curriculum mastodontico. 

“È responsabilità degli alpinisti attenersi all’etica locale e rispettare le tradizioni di arrampicata del luogo”. Vademecum Dolomia

Gestore del Rifugio Pedrotti, struttura che è punto di riferimento per chi vuole compiere alcune ascensioni fra le più celebri cime del Brenta – come il gettonatissimo Campanil Basso o la Brenta Alta –, Nicolini è piuttosto netto riguardo la tematica. “Le pareti sono sovraffollate – spiega – ed è per questo che occorre istillare nelle nuove generazioni il buon senso e i valori che hanno mosso i primi salitori”. Al punto 5 del vademecum leggiamo infatti un caloroso invito affinché ‘le nuove vie seguano una logica coerente sulla parete, rispettando tutte le vie aperte sulla stessa. È responsabilità degli alpinisti attenersi all’etica locale e rispettare le tradizioni di arrampicata del luogo. Prima di aprire una nuova via, si raccomanda di informarsi accuratamente sulla parete, poiché molte vie nelle Dolomiti non sono inserite nelle guide, sono poco conosciute, e spesso, poco attrezzate. L’obiettivo è evitare sovrapposizioni indesiderate’. 

“L'obiettivo è duplice: evitare sovrapposizioni indesiderate e tramandare la memoria storica”. Franco Nicolini

E soprattutto – aggiunge Nicolini – tramandare la memoria storica di quelle vie, spesso dimenticate. Oggi viviamo in un’era digitalizzata e pensiamo erroneamente di poter avere accesso a tutte le informazioni che ci servono in pochi click. Ma in realtà la conditio sine qua non per iniziare a studiare bene una parete è ancora quella di rivolgersi alle guide alpine più esperte del territorio, oltre che consultare le insuperate Guide dei Monti d’Italia di Buscaini, ancora ineguagliate in accuratezza”.

Le chiodature: uso dei chiodi a pressione e soste

Il vademecum non si limita però a considerazioni che riguardano i nuovi itinerari, ma affronta anche il tema della messa in sicurezza delle vie già esistenti, che va garantita senza stravolgerne natura e difficoltà. “Non mi vergogno ad ammettere che negli ultimi anni sto usando chiodi a pressione nelle mie nuove aperture – dichiara Nicolini – e non lo considero un sacrilegio quando si tratta di salvare una vita. Dopo tanti anni trascorsi in elisoccorso, sono stufo di recuperare corpi senza vita di arrampicatori sfortunati”. In quei casi, secondo Nicolini, a morire non sono solamente gli arrampicatori ma anche una certa concezione dell’alpinismo, meno intransigente e più legata al rispetto e all’amore per la vita. “Questo non significa deturpare gli itinerari storici ma capire dove è bene intervenire e dove no”. Un esempio, lampante e concreto, sono le soste. "Per quanto sia fondamentale preservare lo stile delle vie classiche rispettando l’uso dei chiodi e delle protezioni tradizionali, – prosegue Nicolini – è innegabile come i punti di sosta, se mal attrezzati, siano spesso le parti più delicate e potenzialmente rischiose di un itinerario”. In caso di caduta del primo di cordata su una sosta vetusta, a rischiare la vita non sarebbe infatti soltanto chi precipita ma la cordata nel suo intero – si veda il caso dei tre finanzieri morti in Val di Mello nel maggio 2024. “Le soste necessitano di una manutenzione e di un intervento mirati, che si possono portare avanti minimizzando i rischi mediante l’utilizzo di materiale tradizionale. Ma quando non è possibile farlo con chiodi e protezioni classiche, occorre valutare l’opzione di fix o spit, senza per forza demonizzarne l’uso”. 

"Occorre valutare l’opzione di fix o spit, senza per forza demonizzarne l’uso”. Franco Nicolini

Fra passato e presente, un dibattito che guarda al futuro

“Se dovessi trovarmi in una situazione in cui mi vedessi costretto a infrangere una regola etica, piantando per esempio un chiodo per evitare un volo, ebbene pianterò quel chiodo. E considererò di essere in pace con la mia etica, in quanto avrò salvato la mia propria vita”. A parlare, stavolta, non è Franco Nicolini ma l’alpinistica italo-tedesco Heinz Steinkötter, negli atti di un convegno internazionale svoltosi nel settembre 1966 durante il Trento Film Festival. Il titolo dell’incontro, più che eloquente, rimandava all’‘Evoluzione della tecnica e libertà alpinistica’ e potrebbe benissimo essere utilizzato anche oggi, sessant’anni più tardi. 

“Se dovessi trovarmi in una situazione in cui mi vedessi costretto a infrangere una regola etica, piantando per esempio un chiodo per evitare un volo, ebbene pianterò quel chiodo".  Heinz Steinkötter, 1966

Per quanto il vademecum dei gruppi Dolomia sia infatti un unicum piuttosto innovativo, le tematiche che affronta sono le stesse di allora. A cambiare sono state invece le tecnologie applicate all’arrampicata e, soprattutto, il numero sempre più elevato di praticanti. “Fra questi, – conclude Nicolini – vi sono coloro che vogliono trasferire in ambiente quanto appreso in falesia, difficoltà comprese. È encomiabile che il desiderio di performance e di avventura coesistano nell’attività alpinistica, ma a volte occorre sapere quando sacrificare l’una a beneficio dell’altra”.

Il vademecum proposto da Dolomia è un progetto fortemente voluto da Renzo Corona delle Aquile di San Martino di Castrozza, che ne è stato principale promotore. L’invito, aperto a tutti, è quello di contribuire al dibattito inviando idee, obiezioni e proposte all’indirizzo email info@ladolomia.it.