Giacomo Mauri: "Divine Providence e Pilone Centrale, mai banali"

L'alpinista dei Ragni di Lecco sta ultimando la preparazione in vista della spedizione himalayana. "Per noi questo concatenamento era qualcosa di evidente. Su 'Divine' trovi difficoltà fino a 7c tutte da proteggere, sul Pilone arrampichi a quota 4600 metri con fessure di 7b intasate di ghiaccio"

 

La settimana scorsa abbiamo pubblicato la notizia del concatenamento sul Monte Bianco di Divine Providence con la Bonington sul Pilone Centrale del Freney, una combo firmata da Mirco Grasso, Luca Ducoli, e Giacomo Mauri. È la realizzazione di un bel progetto che unisce moderno a classico, per uno sforzo fisico e tecnico non indifferenti.

Duemila metri nella storia

Jack Mauri è tornato sull'argomento in una intervista sul web per il blog di Rock Experience: da appassionato conoscitore della storia dell'alpinismo, pur senza vanterie, riesce a far bene comprendere l'importanza della salita. “Fare combinazioni sul Monte Bianco è qualcosa che ormai da tantissimi anni si fa. Del resto, è la naturale evoluzione nel confronto fisico e mentale, perché concatenare più pareti richiede più energia e più tempo. Per noi questo concatenamento era qualcosa di evidente: io avevo già ripetuto ‘Divine Providence’, mentre Mirco il pilone centrale, e nessuno dei due avrebbe riaccompagnato l’altro solo per ripetere una delle due vie. Così ci siamo detti: perché non fare uno un favore all’altro? Siamo andati, ovviamente accompagnati da Luca Ducoli, che sarà nostro compagno nella nostra prossima spedizione [insieme anche a Matteo Della Bordella, ndr]. La prima combinazione tra Grand Pilier d’Angle e Pilone Centrale del Frêney risale al 13 marzo 1983, con il concatenamento di Eric Escoffier della Via Boivin-Vallençant sul Grand Pilier d’Angle in tre ore e della via classica sul Pilone Centrale in dieci ore. Vie sicuramente diverse da Divine Providence, ma per quegli anni tantissimo di cappello”.

Una combinazione di imprese lontane

Il nome Divine Providence non è una esagerazione. La via, considerata una delle più impegnative del Monte Bianco (900 metri, 7b+ max, 7a obbligatorio, tratti di A2/A3 in artificiale), viene aperta da Patrick Gabarrou e Francois Marsigny nel luglio del 1984. Durante i quattro lunghi giorni in parete, si sfiora anche la tragedia: mentre Gabarrou sta risalendo con le jumar una corda un diedro strapiombante di A3, un friend cede. Entrambi rimangono appesi a un altro, unico friend rimasto incastrato nella fessura che taglia il fondo del diedro. Gabarrou, devoto – ma forse lo saremmo diventati anche noi nell'occasione- crede al miracolo e battezza la via come oggi la conosciamo.

 

Rocambolesca e complessa anche l'apertura della via attribuita al celebre alpinista inglese (TD+, 600 metri), che vede una ampia partecipazione all'impresa sia nella sua cordata che sull'itinerario. A fine agosto Bonington, con Don Whillans, Jan Clough e il polacco Jan Duglosz, vincono in prima ascensione il difficile Pilone Centrale di Frêney, in un clima ancora carico di polemiche per la tragica ritirata in cui erano morti Oggioni, Vieille, Guillaume e Kohlmann. Precedono di poco un folto gruppo di altri celebri alpinisti: René Desmaison, Pierre Julien, Yves Pollet-Villard e il nostro Ignazio Piussi. Per risolvere l’ultimo tratto di scalata, utilizzano una corda fissa lasciata con spirito cavalleresco dagli inglesi.

Difficoltà di alto livello

65 anni dopo, salire entrambe le vie è sicuramente ancora una dimostrazione di valore alpinistico. Non solo per l'impegno fisico globale, ma anche per passaggi tecnici da affrontare in quota, nell'economia di uno sforzo prolungato. 

 

“Divine Providence ha una prima parte semplice, dopodiché partono otto tiri verticali, fino al 7b+/7c, tutti da proteggere. Il Pilone è invece più classico, ma non banale. Si inizia a essere a circa 4600 metri: il freddo e il ghiaccio nelle fessure non sono simpaticissimi".

“Divine Providence ha una prima parte semplice, che potremmo chiamare zoccolo, ma si è comunque in piena parete – prosegue Mauri-. Dopodiché partono otto tiri verticali, fino al 7b+/7c, bellissimi da arrampicare e tutti da proteggere. Il Pilone è invece più classico, anche se l’ultima parte, la Chandelle, è ripida e i tiri di 7a+ e 7b non sono così banali. Si inizia a essere a circa 4600 metri: il freddo e il ghiaccio nelle fessure non sono simpaticissimi. Fortunatamente ero già ben acclimatato e rodato da altre uscite e abbiamo saputo gestire la cosa. Il momento più bello è semplicemente la cima: quando tocchi il punto più alto e lasci andare un po’ tutto, finalmente ti guardi attorno felice di non dover più faticare e di avercela fatta”.

 

La preparazione dei quattro alpinisti in partenza per l'Himalaya procede quindi al meglio. In questi giorni anche Matteo Della Bordella ha alzato ulteriormente l'asticella, con la ripetizione insieme a Tommaso Vection di Elios & Super Elios alla Tour des Jorasses, un itinerario da 1500 metri aperto nel 2023, proprio da Vection insieme a Giuseppe Vidoni e Richard Tiraboschi. Le difficoltà massime si dovrebbero aggirare sull'8b o anche di più, dal momento che i tiri più duri non sono ancora stati liberati.