Opiliones (Mitopus glacialis) © MUSE
Il Carabus castanopterus © G. Motta
Mauro Gobbi al lavoro © Elisabetta Filosi
La Nebria germarii © Fabio Pupin
I ghiacciai non sono soltanto riserve d’acqua, ma ospitano anche una biodiversità animale ancora in larga parte sconosciuta, che la rapida fusione dei ghiacciai rischia di cancellare prima ancora che sia stata pienamente studiata. È quanto emerge da uno studio internazionale guidato da ricercatori dell’Università Statale di Milano, in collaborazione con Museo delle Scienze di Trento. La ricerca fornisce la prima sintesi globale delle conoscenze sugli animali degli ambienti glaciali e mette in evidenza quanto questa fauna sia oggi in pericolo per il ritiro degli stessi.
Un mondo sconosciuto
Pubblicata sulla rivista scientifica PNAS e basata su un ampio database a livello planetario, l’analisi mostra che la biodiversità animale dei ghiacciai è ancora poco conosciuta. Questi ambienti sono definiti dagli scienziati come vere e proprie zone grigie della biodiversità, in cui si ritiene possano esserci ancora molte specie da scoprire.
Attraverso una revisione sistematica della letteratura scientifica e dei dati disponibili, basata sull’analisi di 2.695 articoli, i ricercatori hanno documentato almeno 152 specie animali legate a ghiacciai e calotte polari, appartenenti a 14 classi diverse. Tra i gruppi più rappresentati figurano rotiferi, collemboli e tardigradi, piccoli organismi capaci di adattarsi a condizioni ambientali estreme. Il dato più significativo riguarda però 73 specie, segnalate esclusivamente in habitat glaciali e che risultano quindi particolarmente vulnerabili alla loro scomparsa.
Le previsioni future
Per valutarne l’esposizione al cambiamento climatico, i ricercatori hanno incrociato la loro distribuzione attuale con diversi scenari futuri di ritiro dei ghiacciai. I risultati indicano un declino drastico: anche in uno scenario di riscaldamento molto limitato, entro il 2100 tre specie perderebbero completamente il loro habitat: i collemboli Desoria calderonis e Vertagopus fradustaensis, oltre al tardigrado Adropion afroglaciali, mentre altre 12 specie ne perderebbero oltre il 90%. A causa del rapido ritiro dei ghiacciai, le Alpi emergono come una delle aree in cui questa perdita potrebbe manifestarsi in modo più rapido e accentuato. “Collegare direttamente la perdita di habitat al rischio di estinzione richiede prudenza" spiega Andrea Simoncini, dottorando del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università Statale di Milano, coordinatore dello studio. Difatti, si sa ancora poco sulla capacità di queste specie di resistere nel tempo e di spostarsi verso altri ambienti. "Ma proprio per questo la tutela degli ecosistemi glaciali deve entrare con urgenza tra le priorità globali di conservazione, in coerenza con gli obiettivi del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework". Il quadro internazionale di riferimento citato è il principale, tra quelli in relazione con la tutela della biodiversità, ed è stato adottato dalle Nazioni Unite per fermare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030.
Lo studio si inserisce pienamente nelle azioni proposte - per la decade 2025-2034- per le scienze criosferiche, proclamato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite. "Sfide alle quali il Museo delle Scienze di Trento sta dando il suo contributo sia scientifico che divulgativo. Nello specifico, i risultati illustrati e discussi nell’articolo sono in grado di fornire informazioni rilevanti utili a contribuire alla crescente richiesta di attività di monitoraggio biologico dei ghiacciai, nonché allo sviluppo di modelli previsionali di distribuzione della biodiversità” ha concluso Mauro Gobbi, per il MUSE.