8 agosto 1881: sul Rosa la prima tragedia dell'alpinismo italiano

Il tentativo della prima italiana per la parete est finisce nel peggiore dei modi: Imseng, Marinelli e Pedranzini vengono spazzati via da una valanga. È una storia antica ma sempre valida, che fa comprendere quanto siano delicati gli equilibri tra una guida e il suo cliente

 

Nel 1872 la guida svizzero-italiana Ferdinand Imseng, emigrato a Macugnaga dalla valle di Saas Fee per fare il minatore, accompagnò i britannici William Martin e Richard Pendlebury e il pastore anglicano Charles Taylor sulla Punta Dufour del Monte Rosa salendo per la parete est: una grandissima impresa sul versante più himalayano delle Alpi, soprattutto pensando che disponevano solo di lunghe piccozze e non avevano i ramponi.

Una professione agli albori

All’epoca Imseng non aveva ancora compiuto trent’anni. Di mestiere faceva il cacciatore di camosci e il cavatore d’oro in miniera. La prima occupazione gli permetteva di esplorare le montagne e la seconda di sbarcare il lunario. Possedeva talento, garbo e calma naturali, come le grandi guide dell’età d’oro dell’alpinismo, quando i migliori valligiani incontravano cittadini forti, colti e determinati e si formavano delle cordate formidabili.

La tragedia dell'8 agosto

All’inizio di agosto del 1881 arriva a Macugnaga il geografo Damiano Marinelli, esploratore e alpinista, con la fidata guida valtellinese Battista Pedranzini. Intenzionati a effettuare la terza salita (e prima italiana) della via del 1872, si rivolgono a Imseng che consiglia di aspettare perché la temperatura, a suo parere, è troppo elevata e la neve in cattive condizioni. Marinelli insiste “Andiamo almeno a vedere, Ferdinand!” e lui cede all’entusiasmo. Assoldato il portatore Alessandro Corsi, la cordata affronta il canalone l’8 agosto, sperando che non cada niente. “Dacci il tempo di passare” prega Imseng tra sé e sé, ma quando arrivano a 3400 metri, sul crestone che affianca il canale, una valanga spazza l’imbuto e lo spostamento d’aria li investe; Imseng, Pedranzini e Marinelli precipitano, mentre il portatore, attardato, si salva
miracolosamente e corre a chiamare soccorso. Non c’è più niente da fare e i poveri corpi vengono recuperati tre giorni dopo. Ferdinand Imseng viene sepolto nel cimitero di Chiesa Vecchia: “Bonne guide, honnête homme” dice la lapide.

Vietare le salite, la solita sciocchezza

La sezione di Domodossola del Club Alpino Italiano incarica il segretario Pier Antonio Lavatelli di salire a Macugnaga a seguire le operazioni di ricerca e verificare i fatti. Lui esegue e stende un’accurata relazione sulla disgrazia. È la prima grande tragedia dell’alpinismo italiano, che rimbalza sui giornali e arriva sui banchi del Parlamento. I soliti indignati che non conoscono la montagna e non comprendono l’alpinismo chiedono di vietare le salite sulla parete orientale del Monte Rosa. Infine le polemiche si spengono, prevale il buon senso e il canalone diventa Marinelli, in memoria dell’uomo e dell’esploratore.