Il render della futura pista in plastica
Saverio De Marco
La mancanza di neve ormai si protrae spesso per tutto l'anno
La costruzione delle piste da sci in plastica sembra essere una tendenza che sta prendendo piede, nemmeno troppo lentamente, sulle nostre montagne. In risposta alla mancanza di neve, gli impianti più importanti sono stati realizzati sulle Alpi, al Nevegal (in provincia di Belluno, per ora la più lunga d'Italia), al Piancavallo (Pordenone) e sulla Presolana (Bergamo), ma ora anche l'Appennino si muove, non senza suscitare diverse perplessità, come ci ha segnalato Saverio De Marco, delegato per la Basilicata dell'associazione italiana wilderness e guida del parco nazionale del Pollino.
La costruzione della pista
L'impianto in Basilicata sta sorgendo ad Abriola, un comune in provincia di Potenza, sull'Appennino lucano. La località è nota per lo sci: le sue tre piste, servite da una seggiovia e quattro ski-lift, fanno parte del comprensorio sciistico Sellata-Pierfaone. Il comprensorio è situato tra i 1.350 e i 1.750 metri di altitudine e negli ultimi anni ha risentito molto della scarsità della neve provocata dal riscaldamento globale. L’area rientra nei 756 ettari di una zona speciale di conservazione della rete Natura 2000 per tutelare gli habitat e gli animali.
I nodi principali legati all'operazione sono due: il primo è che per realizzare la pista in plastica sono stati stanziati 6 milioni di fondi pubblici complementari al piano operativo del fondo europeo di sviluppo regionale. Si tratta di somme dedicate nelle intenzioni alla coesione sociale, alla transizione ecologica e allo sviluppo sostenibile.
Il secondo è che, per fare spazio alla nuova pista, si stanno abbattendo oltre 900 alberi all'interno del parco nazionale. È una operazione necessaria per fare posto al telone sintetico lungo quasi mezzo chilometri e ad altre strutture logistiche e turistiche: un nuovo impianto di risalita, un parco giochi da 1800 metri quadri, un edificio con bar, ristorante e negozi, parcheggi con area camper, sentieri pedonali e opere di ripristino idrogeologico.
Il cantiere si è mosso velocemente: il 22 giugno la giunta regionale ha dato il via libera, ritenendo l’opera compatibile col sito Natura 2000. Sulla carta, i lavori dovrebbero terminare entro la fine dell’anno, ma nel frattempo è montata la protesta. Legambiente ha denunciato il mancato coinvolgimento della popolazione e un progetto che fa riferimento a un piano territoriale e paesaggistico risalente ai primi anni '90 "che non tiene conto delle attuali sensibilità ambientali, dell’emergenza climatica e del nuovo assetto del Parco dell’Appennino lucano, istituito nel 2007".
“Il progetto non tiene conto delle attuali sensibilità ambientali, dell’emergenza climatica e del nuovo assetto del Parco dell’Appennino lucano”. Legambiente
Cattedrali nel deserto?
Saverio De Marco, aggiunge alcune osservazioni sulle "grandi opere" che negli anni ha visto sorgere nel Sud Italia. "Sono anni che in Basilicata viene perseguito il modello, proposto prima dalle amministrazioni regionali di centrosinistra e poi continuato dal centrodestra, dei grandi attrattori turistici; per lo più si tratta di strutture macroscopiche artificiali come ponti tibetani, slittovie, scivoli, altalene, voli su cavi d’acciaio, mega-anfiteatri per spettacoli e chi più ne ha più ne metta. Propongono esperienze ludiche puerili, capaci di infondere adrenalina a buon mercato senza rischio per l’utente, con il risvolto della medaglia dell’impatto ambientale e paesaggistico e il consumo di suolo che spesso comportano tali opere, al costo di milioni di euro di fondi pubblici".
“Propongono esperienze ludiche puerili, capaci di infondere adrenalina a buon mercato, con il risvolto della medaglia dell’impatto ambientale e paesaggistico e del consumo di suolo”. Saverio De Marco
La disanima prosegue con uno sguardo al territorio dove opera: De Marco è una guida ambientale escursionistica residente nel comune di San Severino Lucano, alle pendici del Pollino. "Abbiamo avuto degli esempi anche nel Parco del Pollino, regno del pino loricato, dove in passato furono proposti macroattrattori ludici per fortuna bocciati dallo stesso ente (scivoli, passerelle sugli alberi, ponti tibetani) nonché discutibili opere d’arte contemporanea del progetto ArtePollino, alcune realizzate, altre più impattanti sul paesaggio e scongiurate per fortuna dalle proteste di guide escursionistiche e ambientalisti, come le fantomatiche “uova giganti” a Pietra Capavola di Nils Udo, che avrebbero sfregiato un sito naturalistico di grande interesse scenografico oltre che geologico".
Un modello alternativo
Quello di De Marco non è un rifiuto secco a ogni forma di sviluppo di progetti legati al turismo, ma indica una direzione ben precisa. "È ovviamente più consono alle aree protette un 'turismo di qualità', che apprezzi proprio l’assunto che certe aree vengano tutelate e siano accessibili solo a piedi. Il turismo di massa non porta nulla di buono alle aree protette, se vogliamo nemmeno in termini economici, visto che sono proprio i turisti più sensibili e civili, i camminatori, quelli che di solito acquistano prodotti tipici, visitano i centri storici o risiedono più giorni nelle strutture ricettive dei parchi".
"La diseducazione ambientale parte a volte proprio dalle istituzioni!".
De Marco conclude con una riflessione non tanto sull'opera, ma sul messaggio che determinati interventi veicolano: "La narrazione – diseducativa – che ne esce è che i parchi non siano primariamente aree protette ma dei parchi divertimento, dei luna park appunto. E sono proprio gli enti che propongono tali attrazioni a creare confusione nell’ignaro turista, che non capisce bene cosa sia un parco nazionale… la diseducazione ambientale parte a volte proprio dalle istituzioni!".