Misto estremo per la cordata di BB4 © Timothée Nitschke via IG Esteban Daligault
La spettacolare linea © IG Esteban Daligault
© Timothée Nitschke via IG Esteban Daligault
© Timothée Nitschke via IG Esteban Daligault
Il tracciato della via © IG Esteban Daligault
© Timothée Nitschke via IG Esteban Daligault
© Timothée Nitschke via IG Esteban Daligault
L'anno scorso, proprio in questi giorni, Esteban Daligault, Virgile Devin, Baptiste Obino e Symon Welfringer avevano aperto sul Mont Dolent (3.819 metri), Pré de Bar, la nuova BB4, ovvero Les Barbares 4, il quarto capitolo della saga iniziata ben 23 anni prima da Patrick Pessi e Stéphane Benoist. Dopo gli exploit di Leo Billon con i soci Amaury Fouillade ed Enzo Oddo (rispettivamente BB2 e BB3), per Welfringer e compagni sembrava tutto indirizzato al meglio per aprire anche questo nuovo itinerario di misto estremo, salvo poi scontrarsi con gli ultimi due tiri rimasti in sospeso, particolarmente ostici. Non che tutto il lavoro precedente fosse stato agevole, con difficoltà su misto fino a M10+, ma la roccia sulle due lunghezze rimanenti era completamente ricoperta di un ghiaccio non affidabile. Di lì la ritirata, che sapeva di arrivederci.
La chiusura del cerchio
In questi giorni i ragazzi si sono rimessi all'opera e hanno portato a termine la missione il 18 aprile. Pochi i dettagli tecnici comunicati, ma sufficientemente significativi: un grado massimo di M11 per una linea da 500 metri, 15 lunghezze totali, le prime 4 su neve, fino a 80°. Esteban Daligault ricorda bene invece tutti patimenti. “Quella che doveva essere una 'apertura rapida' di due giorni si è trasformata in un'odissea lunga un anno. Un anno di dubbi, chiodi strappati, notti bagnate e febbricitante attesa. L'avventura è stata concepita in quattro, come un'alchimia necessaria: la visione di Baptiste, la tecnica pura di Virgil, lo stimolo di Esteban e Symon, con la sua saggezza e l'allenamento. Insieme abbiamo maturato il piacere e imparato che a volte il significato del successo sta nell'ostinazione”.
"A volte il significato del successo sta nell'ostinazione”. E. Daligault
Con un poker d'assi del genere il risultato non poteva che essere positivo. “Alla fine è venuto fuori probabilmente uno dei percorsi più tecnici del massiccio. Una sfida per gli alpinisti di oggi e di domani che speriamo ci consumeranno qualche lama di piccozza. Ricorderemo questo BB4. Quattro anime erranti che hanno finito per godersi un lungo tempo insieme”. E a quanto pare, Esteban non è sazio, perché parla di questa via come l'inizio di una nuova trilogia (da qui anche il cambio da Les Barbares a Les Berberes).
L'esperienza di Welfringer
La squadra ha unito l'esperienza dei più giovani all'esperienza di Welfringer, che comunque è un classe 1993. “Era la prima volta che mi legavo in cordata con scalatori più giovani di me. Ammetto che all'inizio ero un po' stressato per i dubbi sulla mia capacità di tenere il passo con le esigenze tecniche richieste dalla via, e anche con qualche dubbio sull'efficacia di questi 'giovani adepti'. Ma fin dai primi colpi di piccozza, i dubbi hanno lasciato il posto a legami profondi. Adoro la direzione che sta prendendo l'alpinismo oggi, questo mix di stili e generazioni. Il livello si sta evolvendo a una velocità vertiginosa, ed è esaltante far parte di questo percorso. Reinventarsi, progredire, esplorare: il futuro dell'alpinismo è radioso”.
“Adoro la direzione che sta prendendo l'alpinismo oggi, questo mix di stili e generazioni”. Symon Welfringer
I ragazzi non hanno deluso Symon e hanno trovato pane per i loro denti. Impegnati su difficoltà estreme oltre i 3mila metri di quota, hanno vissuto un vero e proprio battesimo di fuoco. Tornando a casa non solo con una incredibile via in saccoccia, ma con una esperienza che li ha fatti crescere, anche nella rinuncia. Devin: “La via è stata esigente. La mia prima apertura in montagna, invitato all'ultimo minuto all'avventura da Esteban. Risultato: più di un anno di lavoro e cinque tentativi per arrivare alla fine. L'obiettivo era semplice: salire dritto sullo scudo strapiombante del Pré de Bar. Che meraviglia. È forse la via più importante nella storia del dry tooling moderno: ci sono due enormi Yaniro sulla linea, e sono obbligatori. Il mio sogno era usare gli stessi movimenti della coppa del mondo, ma sulla parete nord. Solo a pensarci mi sento così felice. Eppure, al quarto tentativo, la mia mente ha ceduto. Non volevo più spingermi al limite su roccia difficile, friabile, con protezioni discutibili. In quel momento ho pensato. 'Cavolo, sono stato un codardo'. Ma ripensandoci, sono orgoglioso di essermi fermato, di non aver lasciato che la pressione degli sguardi altrui mi spingesse ad andare avanti. Scalo per me stesso, non per lo spettacolo. Ho imparato una lezione fondamentale: senza una profonda motivazione, le montagne perdono la loro magia”.
"Ho imparato una lezione fondamentale: senza una profonda motivazione, le montagne perdono la loro magia”. Virgil Devin
Il successo finale
Riuscire a chiudere il progetto si è rivelato essere una vera e propria lotta con gli elementi. Obino: “Ricordo questa via come la prima volta in cui ho dubitato di potere completare con successo questo splendido tiro al centro dello scudo usando l'arrampicata artificiale. State tranquilli, chi l'ha ripetuta ha lasciato una scia d'acqua”. Ancora Esteban. "Questa via è una storia di ripetuti schiaffi. Lo schiaffo del dubbio quando la parete sospesa si è trasformata in una vasca da bagno sotto la neve. Pensavo che la parete fosse maledetta. Quattro tentativi... Ma sabato 18 aprile, la montagna finalmente ci ha aperto le braccia. La gioia che mi ha pervaso in vetta non era la gioia della pura prestazione, ma la gioia di aver finalmente vissuto una giornata 'semplice'. Una giornata in cui la montagna non era più un avversario da domare, ma una compagna di viaggio”.