Parcheggi, ZTL e overtourism: il CAI rilancia la “fatica” della montagna

Su tutto l’arco alpino crescono pedaggi e accessi regolati. Per il presidente generale del Club Alpino Italiano Antonio Montani, però, il problema non è solo il traffico: “La montagna è anche un concetto etico”

 

Dalle Tre Cime di Lavaredo al Passo Gardena, passando per il Lago di Braies e Pian del Re, l’estate della montagna sarà ancora una volta segnata da parcheggi contingentati, ZTL e accessi regolati. Ma dietro al traffico e al tema dell’overtourism, secondo il presidente del Club Alpino Italiano Antonio Montani, si nasconde una questione ben più profonda: “Per noi la montagna è un luogo che si può raggiungere e si può gustare in maniera compiuta solo attraverso la fatica di arrivarci a piedi. Tutti i luoghi in cui si arriva in macchina o con i mezzi di risalita sono montagna a metà”.

Negli ultimi anni, infatti, le amministrazioni di numerosi comuni alpini hanno iniziato a moltiplicare gli strumenti per contenere il traffico verso le località più frequentate. Alle Tre Cime di Lavaredo l’accesso al parcheggio può arrivare a costare 40 euro al giorno per le auto, 60 euro per caravan e autocaravan e 150 euro per il ticket stagionale acquistabile da Guide Alpine, Accompagnatori di media montagna e Guide ambientali ed escursionistiche. Al Lago di Braies, nei periodi di maggiore affollamento, l’arrivo in auto verrà invece regolato attraverso un sistema di prenotazioni, navette e numeri chiusi, con un ticket di ben 44 euro per chi deciderà di raggiungere i parcheggi più vicini coi propri mezzi.

La prospettiva del CAI sull’overtourism alpino

Una delle misure più discusse degli ultimi mesi, però, riguarda il Passo Gardena dove, a partire dal 2027, entrerà in funzione una ZTL pensata per ridurre i transiti estivi che, in alta stagione, hanno toccato la soglia degli 11mila veicoli al giorno. La prospettiva del CAI, però, non riguarda soltanto il numero di auto o il costo dei parcheggi: “Noi non siamo contrari alla regolamentazione degli accessi viabilistici, anche se non è un qualcosa di nostra diretta competenza”, chiarisce Montani, citando proprio il caso del Passo Gardena e le richieste arrivate dalle popolazioni locali. “Il discorso – prosegue – cambia però quando si parla di ambiente naturale. In quel caso siamo contrari alla contingentazione, anche perché il problema dell’overtourism riguarda meno di dieci località in tutto l’arco alpino”. 

“Il problema di fenomeni come l'overtourism è soprattutto culturale”. Antonio Montani

Queste località, secondo Montani, sono soprattutto quelle più facilmente raggiungibili, maggiormente esposte ai contenuti degli influencer sui social e al marketing territoriale: “Se osserviamo i luoghi in cui si fa fatica ad arrivare, il problema del sovraffollamento non esiste – aggiunge il presidente del CAI –. E, a fronte di quei pochi luoghi in overtourism, ci sono centinaia di località altrettanto belle che rimangono deserte. Per noi l’unico sistema per ridurre i flussi è quello di spostare più a valle i punti di partenza raggiungibili con i mezzi, così la selezione viene fatta dalla fatica. Ma il problema di fenomeni come questo è, più che altro, culturale”.

Oltre il turismo dei selfie, la fatica come parte dell’esperienza

A spingere i flussi turistici, in molti casi, sono soprattutto i social network e il “turismo dei selfie”, che tende a svuotare i luoghi della loro bellezza naturale e della loro attrattività per trasformarli in uno scatto da postare sui social. Un punto di vista condiviso anche da Montani, secondo il quale pratiche come questa vanno addirittura in contrasto con lo spirito stesso della montagna: “Arrivare con la macchina il più in alto possibile e sdraiarsi con la copertina su un prato a fare un pic-nic non è vivere la montagna, ma passare del tempo in ambiente montano. La montagna è bella proprio perché pone ognuno di noi davanti a un limite, che è quello delle proprie capacità. Il grande alpinista ha un limite molto alto, la persona che va in montagna per la prima volta ha un limite molto basso, e in mezzo c'è tutto l'universo”.

“In montagna non conta la meta, ma lo spingersi un po' oltre i propri limiti”. Antonio Montani

Per il presidente del CAI, però, il punto non è stabilire chi possa o non possa andare in montagna, ma recuperare il senso dell’esperienza stessa: “Non è necessario arrivare a 4mila metri o affrontare una parete di settimo grado per confrontarsi con il proprio limite”, osserva Montani, che prosegue: “Anche una salita di 300 o 400 metri di dislivello può essere importante. In montagna non conta la meta, tanto che l’avere come unico obiettivo un luogo da raggiungere è un approccio ormai superato da decenni. La cosa bella di un’escursione è lo spingersi un po’ oltre i propri limiti e capire che si può arrivare a fare qualcosa in più. È questa la grande lezione della montagna, non il pagare per arrivare fino a un certo punto”.