Pré de Bar, il ghiacciaio che arretra: “È un lutto ambientale”

L’indagine di Citizen Science, condotta da Source International e CAI - Valle d’Aosta, ha indagato la dimensione emotiva del ritiro dei ghiacciai: l’85% dei partecipanti si sente direttamente colpito dagli effetti del cambiamento climatico


Maestosità perduta, impotenza, fragilità, ma anche consapevolezza e arricchimento. Sono queste alcune delle parole scelte dai partecipanti al progetto Testimonianze dal ghiacciaio per l’azione climatica quando, assieme al Club Alpino Italiano – Valle d’Aosta e Source International, è stato chiesto loro di descrivere l’arretramento del ghiacciaio del Pré de Bar in Val Ferret, sul massiccio del Monte Bianco, tra i 2150 e i 3170 metri di quota.

Il ritiro dei ghiacciai, infatti, è una conseguenza tristemente nota del cambiamento climatico e dell’innalzamento delle temperature, ma ciò che non emerge spesso è l’impatto che questo mutamento ha non solo sugli ecosistemi, ma anche sulla popolazione. Per questo motivo gli organizzatori dell’iniziativa, inserita all’interno del progetto europeo Impetus che, a sua volta, si occupa di Citizen science, hanno deciso di coinvolgere 88 persone tra residenti ed escursionisti in un progetto duplice. Da una parte, la raccolta di dati scientifici per la quantificazione del fenomeno di scioglimento del ghiacciaio in estate, dall’altra, la raccolta delle loro emozioni nel trovarsi al cospetto di un gigante delle montagne ferito

Le emozioni dei partecipanti

Per comprendere la dimensione psicologica dell’esperienza, i partecipanti sono stati invitati a compilare un questionario anonimo dopo una serie di quattro uscite condotte tra giugno e settembre 2025 ai piedi del ghiacciaio. L’indagine, composta da domande chiuse e aperte, ha rilevato le emozioni dei presenti nell’osservazione del ghiacciaio, il grado di coinvolgimento personale durante l’uscita e lo stimolo ad agire dopo aver toccato con mano gli effetti del cambiamento climatico. 

E i risultati, recentemente diffusi nel bollettino di aprile del Comitato scientifico centrale del CAI, parlano chiaro. L’85% dei partecipanti ai trekking scientifici, infatti, ha dichiarato di sentirsi molto o abbastanza coinvolto nelle trasformazioni ambientali osservate. Un sentimento che, per quanto espresso dalle popolazioni delle vallate e non, si manifesta anche come perdita simbolica e identitaria e non solo naturalistica. Le risposte aperte, invece, si sono concentrate su concetti come maestosità perduta, ferita nel paesaggio e fragilità. Temi che gli autori della ricerca hanno ricondotto a un vero e proprio lutto ambientale per le sorti del ghiacciaio del Pré de Bar.

Ad aumentare il senso di impotenza, inoltre, è la memoria del ghiacciaio per com’era: più bianco, più imponente e in salute. L’81% dei partecipanti, infatti, ha affermato di provare un forte disagio nell’osservare gli effetti concreti della crisi climatica, mentre solo il 2% ha dichiarato di riuscire a mantenere un certo distacco durante le osservazioni. Tra le emozioni manifestate, inoltre, sono emerse soprattutto tristezza, rabbia e nostalgia, si intravede anche uno spiraglio. 

La dimensione collettiva come stimolo

Il 77% dei partecipanti, dopo aver preso parte al progetto, si è dichiarato motivato ad agire tramite un maggiore utilizzo di mobilità sostenibile, l’adozione di una dieta meno impattante sull’ambiente o una maggiore partecipazione civica. L’ecoansia osservabile nelle risposte, dunque, non si è rivelata paralizzante, ma una spinta a trovare soprattutto nella dimensione collettiva delle osservazioni uno stimolo ad agire. Non è un caso che tra le parole più rappresentate siano comparse anche privilegio e arricchimento, sintomo di una rinnovata consapevolezza e della necessità di un maggior numero di percorsi di accompagnamento verso tematiche come queste. 

Il monitoraggio partecipativo delle acque di fusione del ghiacciaio 

A venire indagata nel corso delle uscite, però, non è stata solo la dimensione emotiva dell’osservare un ghiacciaio in rapido ritiro. Ai partecipanti, infatti, è stato chiesto anche di quantificare questo arretramento con strumenti scientifici appositi, e di misurare i parametri chimici e fisici delle acque di fusione del ghiacciaio come temperatura, pH, conducibilità elettrica, ossigeno disciolto, solidi totali disciolti e torbidità. 

La raccolta dei dati è avvenuta nel corso delle quattro uscite lungo la Dora di Ferret, torrente nel quale confluiscono le acque di fusione del ghiacciaio del Pré de Bar, a 1 e 1,5 km dalla fronte. Per compiere le osservazioni, sono state utilizzate una sonda multiparametrica portatile e un tubo di torbidità. I dati sono stati poi digitalizzati e analizzati, e confermano ciò che è possibile osservare anche a occhio nudo: la sempre più rapida trasformazione del ghiacciaio e l’arretramento della fronte che, rispetto alla fine del 1800, è arretrata di oltre un chilometro.

Un quadro preoccupante per i torrenti glaciali

I primi rilievi sono stati effettuati a fine giugno, nel corso di un’eccezionale ondata di calore che portò lo zero termico a oltre 5mila metri di quota, e indicano una temperatura dell’acqua insolitamente elevata per il periodo, di circa 8 gradi superiore alla media. Le misurazioni di luglio, relative ai sali disciolti, segnalano invece un temporaneo mutamento delle condizioni del ghiacciaio dovuto alle piogge estive, mentre quelle di agosto e settembre restituiscono una sostanziale stabilizzazione del sistema.

Dati che disegnano un quadro preoccupante, che suggerisce un ribaltamento del modello stagionale tradizionale dei torrenti glaciali. Gli esperti del Comitato scientifico centrale del CAI precisano che i dati raccolti dipendono fortemente dalle condizioni del giorno di campionamento. Tuttavia, la coerenza tra osservazioni sul campo e dati climatici regionali rende plausibile il collegamento tra il riscaldamento anomalo di fine giugno 2025 e gli effetti visibili sulla superficie del ghiacciaio.