'Torna il sole', la montagna di mezzo di Caterina Manfrini

È uscito il libro di racconti dell'autrice roveretana, voce emergente del panorama letterario nazionale. "Nei miei luoghi si incontrano il tempo della natura, ciclico e il tempo umano, lineare. La natura è consolatoria, offre sempre una seconda possibilità"

Caterina Manfrini compie trent’anni quest’anno, eppure la sua scrittura ha il passo fermo dell’escursionista esperto, che conosce bene i suoi sentieri e il modo in cui percorrerli. Ce ne eravamo già accorti leggendo Sette volte bosco, uscito nel 2025, che ha ricevuto la menzione speciale al premio Itas di quest’anno e la traduzione in francese, tedesco e soprattutto in inglese (che per un italiano non è mai un traguardo scontato). Lo conferma anche l’ultima pubblicazione, Torna il sole, appena uscito per CAI Edizioni (pp. 112, 10 euro, 2026, illustrazione di copertina di Nicole Pillepich, in tutte le librerie e su CAI Store con lo sconto speciale per Soci e Sezioni). Ne abbiamo parlato con lei. 

Sabato 28 novembre sarà possibile ascoltarla dal vivo a Bookcity Milano, alle ore 16.30 all’Acquario civico (via Gadio, 2), con Franco Faggiani e Stefano Motta, all’interno dell’evento Voci e storie di montagna. Raccontare le terre alte oggi.

IL RACCONTO DELLA MONTAGNA DI MEZZO

Caterina Manfrini, è la prima volta che pubblichi racconti? 

Sì, ed è stata una sfida molto diversa rispetto alla stesura di un romanzo: i racconti richiedono un’attenzione maggiore sia a chi lo scrive, sia a chi lo legge, perché sono frammenti che saltano da contesti storici diversi, come pezzetti di un puzzle che poi si unisce alla fine. Il filo conduttore che li lega è la montagna di mezzo, che di base contiene molta diversità: mi sembrava interessante rappresentare facce diverse di una stessa storia.

Quattro racconti come quattro istantanee sulla montagna di mezzo, quindi.

Proprio così. La montagna di mezzo è forse quella che più fa parte di una geografia culturale e storica, perché è storicamente caratterizzata dal lavoro delle comunità, come ancora testimoniano i terrazzamenti e i muretti a secco, ma anche dagli spostamenti, dalle migrazioni, sia per le guerre in passato, sia per i nuovi equilibri tra città e montagna che si sono creati dopo. Sono montagne lontane dall’obiettivo delle grandi cime, ma anche dal turismo: per questo secondo me al giorno d’oggi sono tutte da riscoprire. Penso poi che in nessun altro posto al mondo come nella montagna di mezzo si incontrano due idee di tempo, un tema a me molto caro: il tempo della natura, del ciclo delle stagioni, della promessa che il sole ritorna dettando il ritmo della vita, e il tempo umano, lineare. 

In nessun altro posto al mondo come nella montagna di mezzo si incontrano due idee di tempo, un tema a me molto caro: il tempo della natura, del ciclo delle stagioni, della promessa che il sole ritorna dettando il ritmo della vita, e il tempo umano, lineare. 

Da un punto di vista narrativo, a parte la quota, cosa non può mancare nella descrizione della montagna di mezzo? 

Facendo un passo indietro, il primo paesaggio dal punto di vista delle comunità che abitano questi posti è il linguaggio. È interessante quindi lavorare proprio sulle parole, sui detti, sui modi di dire e di comunicare che raccontano, in una maniera impossibile altrimenti da rendere, questo dialogo intimo tra le comunità e il tipo di paesaggio che abitano. E poi a me piace tantissimo, e credo si sia visto, aggiungere anche dettagli di paesaggi antichi, quasi dimenticati. Li attraversiamo senza renderci conto che sono in realtà segni di dinamicità: a uno sguardo un po’ superficiale, infatti, la montagna sembra una massa naturale quasi immobile, che cambia sì con le stagioni, però non quanto il ben più eclettico ambiente urbano. Invece vive cambiamenti molto profondi proprio in ragione del rapporto fra il suo paesaggio e l’attività umana. A me piace notarlo, e notare i segni lasciati dalle comunità venute prima di noi, e quelli che ci parlano della vita che continua, come i camini che sbuffano dopo l’inverno, le pietre con cui le case sono fatte, gli orti, o le fontane, che rappresentano nei paesi ancora oggi un punto di incontro. Sono questi gli aspetti che vanno pian piano a costruire l’architettura delle montagne di mezzo.

A uno sguardo superficiale la montagna sembra una massa naturale quasi immobile, che cambia sì con le stagioni, però non quanto il ben più eclettico ambiente urbano. Invece vive cambiamenti molto profondi proprio in ragione del rapporto fra il suo paesaggio e l’attività umana. 

IL PROGRESSO, FRA SPERANZA E TIMORE

Veniamo ai racconti: ciascuno accende una luce su elementi diversi, che dialogano con la nostra attualità. Il primo, L’osteria del Nazio, ci racconta la preoccupazione per il progresso, simboleggiato da una nuova strada.

L’idea della costruzione delle strade nelle valli mi intrigava molto, perché ha cambiato completamente gli equilibri delle popolazioni che le abitavano. All’epoca, avere una casa vicino alla strada era un vanto: significava essere finalmente connessi alla valle, prima così lontana e impervia da raggiungere. Il contrario di quello che vorremmo oggi. Mi interessava esplorare questo cambiamento attraverso lo sguardo di chi, per primo, ne intuisce le conseguenze: uno scalpellino che contribuisce a portare il progresso, ma comincia anche a interrogarsi sulle inevitabili trasformazioni che avrà sulle microeconomie e il modo di funzionare della valle. Ho cercato di condensare queste contraddizioni nel suo personaggio, che alla fine arriva ad accettare, persino con un sorriso, il proprio ruolo di agente del cambiamento. Un atteggiamento diverso da quello della ragazza che gestisce l’osteria, che sembra accogliere la trasformazione in maniera più costruttiva: “Sarà quel che sarà, rimarrà chi rimarrà” dice. Credo che questi interrogativi parlino ancora molto al presente, perché non sono cambiati. Nella valle di Terragnolo (a nord-est di Rovereto, ndr), per esempio, è aperto un dibattito sul completamento della A31, un’opera che inciderebbe profondamente sul paesaggio. Mi sembrava interessante tornare alle origini di queste trasformazioni, raccontando il primo impatto della strada attraverso due sguardi diversi, entrambi consapevoli, in modo diverso, che nulla sarebbe rimasto come prima.

L’accettazione caratterizza un po’ tutti i personaggi di questi racconti, soprattutto Ines, protagonista del secondo, il più vicino alle atmosfere di Sette volte bosco. Dove corre il filo tra la rassegnazione e la tanto abusata resilienza? 

Resilienza è una bellissima parola, per quanto ormai molto usata: ci racconta un sentimento umano ancora molto radicato e molto vero soprattutto per la gente che abita la mezza montagna, in posti cioè bellissimi, però anche duri, dove bisogna essere pronti a fare dei sacrifici. La seconda linea di Ines è un racconto che mi stava molto a cuore, perché dialogava con alcune delle ricerche che avevo fatto per Sette volte bosco. Ci racconta della costruzione di un’altra strada, quella delle 52 Gallerie del Pasubio, che più accende gli animi quando la nomino. Mi pareva bello anche raccontare l’approccio bellico alla montagna e quello che ha lasciato ancora oggi. Ines è costretta ad accettare cambiamenti radicali, è stata sfollata con la sua famiglia e ha dovuto lasciare casa sua, andando in pianura. Il suo ritorno in montagna per aiutare la seconda linea è un viaggio completamente sconosciuto, durante il quale conoscerà il suo Pasubio in un contesto molto diverso, in cui dovrà imparare cose nuove per aiutare a sopravvivere chi sta in quota, sulla prima linea. Così anche lei finirà per essere un agente del cambiamento, con sofferenza e determinazione, senza tirarsi indietro.

Resilienza è una bellissima parola, per quanto ormai usatissima: ci racconta un sentimento umano ancora molto radicato e molto vero soprattutto per la gente che abita la mezza montagna, in posti cioè bellissimi, però anche duri, dove bisogna essere pronti a fare dei sacrifici.

Si può definire la montagna di mezzo una “seconda linea”? 

Un pochino sì, perché è la parte della montagna che dà sostegno a ciò che succede in quota, è la montagna che attraversiamo, è il posto della resistenza.

AMORE PER LA MEMORIA

Come scrivi nelle note finali, tutti i tuoi personaggi hanno un fondamento storico, reale. Per esempio, Aleksandra, la “zaspa” del terzo racconto, è realmente arrivata a Cisterna/Ziterna dalla Russia. La sua figura ci parla della montagna come terra di migrazioni e ci fa riflettere su cosa sia davvero la casa. 

Confesso che questo è il racconto che mi è piaciuto di più scrivere e che mi ha colpito e accompagnato più a lungo. È ispirato a una donna realmente esistita, anche se ne ho romanzato la personalità, di cui mi raccontavano da bambina: tutti la ricordavano come sempre contenta, sempre sorridente nel suo orto. Mi ha affascinata l’idea di una persona che veniva da un mondo completamente diverso, anche paesaggisticamente (là la steppa, qua la montagna), migrata qui nella povertà più totale, dopo aver mandato una lettera in cui chiedeva per sé e per la sua famiglia di venire accolti come cittadini italiani. Aveva attraversato l’Europa in quel difficile periodo storico, per arrivare in un paesino di mezza montagna la cui comunità sembrava abbastanza chiusa, ed era invecchiata lì, dove la ricordavano come piena di energia vitale fino all’ultimo. Ho pensato che fosse una delle materie più belle su cui intessere una storia: lei e per contro il marito, che invece vive il ritorno a casa come una sconfitta, lui che come tanti è stato un prigioniero austro-ungarico finito in Russia, dove si è costruito un nuovo futuro, e si ritrova anche in un Paese che ha cambiato bandiera ed è in mano ai vincitori. Invece Aleksandra è piena di speranza e riesce a dare un senso alla fatica di integrarsi, anche grazie all’amicizia con un’altra donna, con cui condivide la sensibilità per il silenzio e l’amore per quei paesaggi, che non sono mai sfondo, ma materia viva, legame, e quindi casa, radice, luogo di appartenenza per lei e i suoi figli, promessa di una vita più dignitosa. Per tutti questi motivi a lei mi sono affezionata di più che agli altri, che comunque sento molto vicini.

Aleksandra è l’unica che trova il tempo di contemplare la bellezza del paesaggio, nonostante la fatica, staccandosi per un momento dalla dimensione della necessità.

Nel contesto storico di chi abitava le montagne di mezzo era difficile fermarsi ad apprezzare il paesaggio, risulta così anche nelle storie che leggo negli archivi: andare in cima era una fatica sprecata che non portava a nulla di concreto. Lo sguardo di Aleksandra invece ci riempie di meraviglia.

Forse perché è straniera… come il matocio dell’ultimo racconto, una maschera di Carnevale che anima il consueto rito di passaggio dall’inverno alla primavera, tanto atteso dalla protagonista, Aurelia. Rispetto agli altri della raccolta è un po’ eccentrico, che significato ha?

Stavo leggendo dei riti carnevaleschi nella Valfloriana, nella Val di Fassa e di Fiemme, che ancora oggi sono molto sentiti e conservano un alone magico. Ci raccontano in maniera particolare il passaggio delle stagioni e la rinascita che porta nelle solitudini dell’inverno, in quelle valli così isolate, fredde, soprattutto sui versanti nord. È la condizione che vive Aurelia, orfana di mamma fin da bambina, il cui padre emigra regolarmente in Francia per lunghi periodi, fino a non tornare più, dopo lo scoppio della guerra. Per lei l’inverno è anche come paesaggio interiore, eppure, conserva sempre la speranza di un ritorno. La maschera del matocio è poco conosciuta secondo me, però è molto interessante: è simbolo del foresto, dello straniero, porta purificazione, ma non è privo di una certa violenza, che lo rende quasi più simile ai Krampus. Leggendo questi antichi riti carnevaleschi in chiave di rinascita, e interpretando la violenza come fatica, significa che senza la brutalità dell’inverno (il matocio) non ci sarebbe la primavera (gli arlechini, maschere più serene e pacifiche), e che la rinascita ci costa sempre qualcosa. 

In questa chiave Il matocio è allora il racconto che più simboleggia il ritorno e il cambiamento ciclico di cui parla il titolo. 

Esatto, Aurelia è la figura alla soglia del nuovo cerchio che inizia, è proprio lì al confine. Questo è sicuramente il racconto più diverso tra i quattro, e mi piace anche che sia l’ultimo. 

CONSIGLI ESCURSIONISTICI

I luoghi che descrivi sono reali: siamo intorno a Rovereto e Trento, fra il Pasubio e il Lagorai, il Monte Finonchio e il Monte Majo, a Cisterna, a Sicina, in Val Terragnolo, in Valfloriana… Perché questa scelta, così delicata per uno scrittore? 

La domanda mi accompagna da molto tempo. Nei primi anni in cui provavo a scrivere mi ripetevo che è impossibile ambientare una storia romanzata in un posto in cui vivo o comunque che conosco molto bene, con cui poi devo interagire, lo troverei quasi imbarazzante. Se il posto non esiste trovo molto difficile descriverlo, non riesco a entrare in sintonia con la narrazione della storia e quindi ho deciso di fare questa scelta. Quando ho superato la cosa nella mia testa ho deciso che valeva la pena farlo con tutto il cuore, cioè descrivendo ogni dettaglio. In Sette volte bosco, ma anche in questi racconti, c’è proprio la descrizione di tutti i sentieri che i personaggi percorrono, per esempio quello che fa Aleksandra esiste davvero e per chi conosce i posti è anche facile da rintracciare. 

Se il posto non esiste trovo molto difficile descriverlo, non riesco a entrare in sintonia con la narrazione della storia.

Non temi i commenti della gente del posto?

Temo sempre il confronto con gli abitanti del posto, però è stato anche molto liberatorio, perché mi ha permesso di scavare più a fondo nelle cose che volevo dire. Per me la memoria storica è molto importante, frequento sempre archivi e metto sempre le mani in storie dai contorni effettivamente reali, quindi se avessi dato nomi fittizi volendo raccontare dei paesaggi reali sarebbe stata una contraddizione che mi avrebbe impedito di andare a fondo nel racconto come volevo. Ho deciso insomma di correre il rischio. Poi, in genere, le mie storie riguardano luoghi di cui sono profondamente innamorata, quindi, se dico qualcosa di più ruvido, lo giustifico con l’ammirazione e l’amore che provo. Per esempio, la Valfloriana, che si trova sul versante nord della montagna, con tutte le difficoltà che ciò comporta, la trovo super affascinante, mentre la valle di Terragnolo è proprio uno dei miei luoghi del cuore.

Le mie storie riguardano luoghi di cui sono profondamente innamorata, quindi, se dico qualcosa di più ruvido, lo giustifico con l’ammirazione e l’amore che provo. 

Emerge chiaramente che parli di luoghi dove ti muovi davvero. Qualche consiglio escursionistico alla scoperta della montagna di mezzo?

Si può partire con le valli del torrente Leno – Terragnolo, Trambileno, Vallarsa – quelle che abbracciano il Pasubio dalla parte trentina, ancora molto poco conosciute, nonostante siano attraversate tantissimo, per esempio con le moto, o su itinerari che tanti fanno però arrivando dal Veneto, e quindi non hanno sempre il privilegio di essere esplorate in maniera lenta, con le camminate. Non ci sono tantissime strutture turistiche nella zona, al contrario della vicina Folgaria, che è molto più conosciuta. Anche la Valfloriana si sta riscoprendo, però è soprattutto di passaggio, perché vi si arriva dalla Val di Fiemme ed è di fronte alla Val di Cembra, invece ci vorrebbe un po’ di calma per attraversarla a piedi o in bicicletta. Sono tutti luoghi stupendi che nascondono storie stupende, perché sono abitati da tantissimo tempo: ci sono dei sentieri che li stanno rilanciando, come il Sentiero dei vecchi mestieri o il Cammino delle terre sospese, nella Val di Cembra. Esplorare a piedi è l’unico modo per godere delle peculiarità del territorio che dalla macchina magari vediamo solo di fretta.

Torna il sole ci parla della vita che va avanti, nonostante tutto. Che rapporto hai con la speranza? 

Io ho il pallino dell’ottimismo, perché non riuscirei a vivere altrimenti. Mi consola l’idea del tempo ciclico, delle stagioni che attraversano i nostri paesaggi dandoci un equilibrio che tante volte ci manca nel contesto della nostra vita urbana, umana direi, di esseri che nascono, lavorano, invecchiano, vivendo un tempo molto veloce che ha un inizio e una fine, dove le cose non sempre ritornano. Invece la natura secondo me ha questo grandissimo potere consolatorio: che comunque le cose a loro modo tornano, magari in maniera differente, perché nessuna stagione si assomiglia, però c’è sempre un’altra possibilità. Saper cogliere e apprezzare questa lentezza non è semplice, perché per arrivare alla primavera bisogna sempre passare dall’autunno, dall’inverno, dalla fatica, come nella storia del matocio, c’è un prezzo, c’è una soglia da attraversare, però alla fine comunque c’è una speranza. Anche le montagne, dopo grandi conflitti, sono state ripopolate e gli alberi sono ricresciuti, sebbene con fatica. Questo mi dà veramente tanta consolazione ed è il tema che volevo affrontare nei racconti. 

Mi consola l’idea del tempo ciclico, delle stagioni che attraversano i nostri paesaggi dandoci un equilibrio che tante volte ci manca nel contesto della nostra vita urbana, umana direi, di esseri che nascono, lavorano, invecchiano, vivendo un tempo molto veloce che ha un inizio e una fine, dove le cose non sempre ritornano.