La cordata di Calzà nella parte alta. Sotto la cordata che seguiva © Giampaolo Calzà
Sempre nel diedro, con la cordata a seguire © Giampaolo Calzà
La via 'Black hole' © Giampaolo Calzà
Una delle soste prima della schiodatura © Giampaolo Calzà
la via 'Black hole era stata aperta da Giordani e Stenghel © Giampaolo Calzà
Il messaggio sul libro di via © FB Caterina Mazzalai
Domenica 25 ottobre, Giampaolo Calzà e suo figlio Andrea sono andati a fare la Black hole a Mandrea. Mentre salivano, la guida alpina ha sentito dei colpi di martello "ma pensavo sui chiodi in via, se avessi immaginato una cosa del genere mi sarei fermato e li avrei aspettati". La cordata che ha schiodato le soste della via di Stenghel e Giordani, a quanto pare sarebbe stata solo un paio di lunghezze più in basso, motivo per cui è inavvertitamente "finita" nelle foto che Calzà ha scattato. "Sentivo la voce di un uomo e una donna" che poi hanno firmato anche il libro di via, come documentato da una successiva foto di Caterina Mazzalai. "Black hole con variante. Basta con i trucchetti 'caro' Heinz!!! Basta profanare le vie altrui 'caro' Heinz. Bella via di Sten". Il messaggio è firmato: l'identità di uno dei due alpinisti è incomprensibile, il secondo “autografo” invece risponde al nome di Vale.
Un messaggio che dice molto
Al di là di non essersi dichiarati in maniera chiara, la comunicazione dei due presunti "schiodatori" colpisce per la sicumera che mostra. Il tono imperativo e la parola "profanare" danno la misura di quanto si sentissero nel giusto i due autori del gesto.
Giampaolo però ci offre a riguardo una riflessione che merita di essere riportata. "Quello che mi ha dato maggiormente fastidio, ma che mi dà fastidio in generale, al di là del singolo episodio, è un tale estremismo. Qualcuno si sente depositario di una sorta di verità su quello che è giusto fare in nome di un'etica che poi è persino difficile da individuare con una certa coerenza. E non è un fatto che si limita ad Arco. Succede in Valle dell'Adige, succede da altre parti. La gente schioda le vie, le soste...è una specie di propaganda che purtroppo trova una certa emulazione".
“Qualcuno si sente depositario di una sorta di verità su quello che è giusto fare in nome di un'etica che poi è persino difficile da individuare con una certa coerenza”. Giampaolo Calzà
Cosa ci dice la storia
Calzà fa ricorso ai ricordi per sottolineare un aspetto che forse sfugge a chi compie questi gesti, o sente di essere solidale con una certa idea di "purezza". "Mi viene un po' da ridere a vedere che c'è chi vuole riportare le vie a un presunto stato originario. Io quella via l'ho fatta negli anni '80, se non ho fatto la prima libera era la seconda o giù di lì. C'erano molti più chiodi e cunei di legno e comunque le soste erano già attrezzate. È un discorso che vale anche per altre vie, per esempio le varie Rossi, Sommadossi o Katia sul Colodri. La Black hole ora è quasi sprotetta ed è una via dove devi arrampicare: non trovi quasi niente, se non nel tiro di A1. È vero che oggi abbiamo una tecnologia diversa: abbiamo i friend, noi al limite ci portavamo qualche stopper o hexentric, ma non riuscivi a mettere dentro niente. Insomma, la via non è la stessa di quarant'anni fa come protezioni, come ingaggio, per cui cosa si vuole dimostrare togliendo le soste? Cosa si vuole riprstinare? Detto che Grill ha semplicemente aggiunto uno spit con anello per ogni sosta. C'erano due vecchi spit da 8 e lui ne ha messo uno in più, davvero dobbiamo condannare una cosa del genere?".
“La via non è la stessa di quarant'anni fa come protezioni, come ingaggio, per cui cosa si vuole dimostrare togliendo le soste? Cosa si vuole ripristinare?”
La cura del patrimonio alpinistico
Calzà interviene anche sul tema delle varianti: "Le varianti sono sempre state aperte, non vedo quale sia il problema. La via originale sale per un diedro, la variante va in placca. Chi vuole la fa, chi preferisce può salire per l'originale. Sono vie che sono tornate ad avere una frequentazione e mi pare che in generale le vie di Grill siano molto più battute che le classiche lasciate al loro destino...".
Insomma, siamo di fronte a una situazione in cui qualcuno un po' "sputa nel piatto dove mangia". La questione d'altronde è ben nota: le vecchie classiche sono poco ripetute. Si sporcano, le soste sono quello che sono, non si sa bene che materiale è rimasto in via e di anno in anno il circolo vizioso fa sì che gli scalatori meno esperti non si fidino ad andare a ripeterle. E, mentre le falesie, straboccano di scalatori, sulle multipitch non è che ci sia tutto questo traffico. "Per cui ben vengano degli interventi mirati e autorizzati per mantenere queste vie percorribili. Faccio l'esempio del Colodri. Anche io lì ho sistemato alcune soste, che erano in uno stato da panico, e stiamo parlando di una parete che sarebbe sotto la gestione del Comune".
“Ben vengano degli interventi mirati e autorizzati per mantenere queste vie percorribili”.
In conclusione, la riflessione che può diventare un terreno di dialogo e non di contrapposizione è la seguente: davvero siamo convinti che la tutela del nostro patrimonio alpinistico - con le dovute eccezioni- passi da un certo miope integralismo riguardante le soste? Non è meglio ragionare su come si può trovare un compromesso per far sì che gli itinerari, pur senza snaturarli, vengano poi effettivamente ripetuti, rimanendo vivi non solo nella memoria? Se certe vie sono un patrimonio, non dimentichiamoci di chi le ha aperte: non solo come alpinisti, ma anche come uomini. E il rispetto di chi c'è o ci ha lasciato, in quel caso, probabilmente è un valore che va ben oltre uno spit in più o in meno a una sosta.