Un DAL, si nota bene l'altoparlante per la dissuasione sonora e la luce led per quella luminosa con, più in alto, la fototrappola © Giada Bettella
Il pascolo di Malga Plan © Giada Bettella
Un DAL con pannello solare © Emily Benzi
Il pascolo di Malga Plan © Giada Bettella
Vista della Val Rendena, dove si è svolta la ricerca, con il gruppo Adamello-Presanella sullo sfondo © Glysiak, wikicommons
A Malga Zerli, in Val Rendena, il pascolo estivo non è mai iniziato. Prima ancora che la mandria salisse in quota, una predazione ha convinto il pastore a rinunciare: otto i suoi capi, tutti yak, un investimento troppo prezioso per rischiare ulteriori perdite. Da quel momento Zerli è rimasto un sito "teorico" nella sperimentazione dei Dissuasori Acustico-Luminosi promossa dal Parco Naturale Adamello Brenta insieme al servizio foreste della Provincia Autonoma di Trento, con solo fototrappole e nessun dispositivo attivo.
È attorno a questo sito, rimasto vuoto, e a Malga Plan, dove i DAL sono stati davvero testati, che è stata costruita la ricerca pubblicata nel mese di luglio su I Nuovi Fogli dell'Orso. Lì, due tesi di laurea condotte in parallelo da Emily Benzi, dell’università di Bologna e Giada Bettella, dell’università di Bolzano e Innsbruck, hanno guardato allo stesso progetto da due angolazioni complementari, misurando rispettivamente l'efficacia tecnica dei dispositivi di dissuasione sui grandi carnivori e il loro effetto sull'intera comunità faunistica. La sperimentazione promossa dal Parco, spiega Benzi, sta continuando anche quest’anno, e serve “a far sì che vengano impiegati nel miglior modo possibile, senza spreco di risorse”, sottolinea.
Come funziona un DAL
Un singolo dissuasore, infatti, ha un costo di circa 500 euro e può funzionare in autonomia, cioè attivato dal proprio rilevatore di movimento, oppure essere collegato in rete via radio ad altri dispositivi. Esistono poi altri modi di attivazione, come un telecomando grazie al quale il malgaro può attivarlo da remoto, o mediante temporizzatore: “L’idea iniziale della sperimentazione a Malga Plan era la costruzione di una sorta di recinto virtuale, così da creare una specie di barriera”, afferma Benzi. La conformazione del territorio e la vegetazione, però, hanno complicato questa strategia, e per il posizionamento dei DAL è stato ascoltato soprattutto il parere dei pastori, che hanno indicato le direzioni di provenienza dei predatori più probabili.
“Se c'è una costa della montagna dalla quale arrivano solitamente i predatori – afferma Benzi, laureata in Scienze e gestione della natura – i DAL possono essere posizionati in modo tale da attivare non solo i rilevatori coinvolti, ma tutti quelli collegati alla rete”. A Malga Plan, infatti, accanto ai dispositivi veri e propri sono stati installati anche dei sensori di movimento privi della componente acustico-luminosa, posizionati in profondità nel bosco per anticipare l'avvicinamento del predatore e attivare in tempo l’emissione sonora e luminosa: “Non sono strumenti in grado di proteggere da soli un intero pascolo dagli attacchi, ma sono sicuramente uno strumento d’aiuto. Il produttore di questi sistemi sta lavorando sulle indicazioni del Parco per aumentarne l’efficacia”, afferma Benzi, che ha proposto anche un’eventuale integrazione dei dissuasori con reticolati elettrici e altri strumenti di prevenzione.
“Non sono strumenti in grado di proteggere da soli un intero pascolo dagli attacchi, ma sono sicuramente uno strumento d’aiuto". Benzi
L'efficacia sul lupo, il silenzio dell'orso
Al momento i numeri della sperimentazione restano contenuti, con un solo sito realmente monitorato e pochi mesi di stagione, ma la coerenza dei risultati è ciò su cui la ricerca insiste di più. Su diciotto eventi di passaggio attribuiti a grandi carnivori a Malga Plan, quattro hanno comportato l'attivazione del DAL, sempre in corrispondenza del lupo, e in tutti e quattro i casi la risposta è stata identica: “A ogni attivazione c’è stata una reazione di fuga immediata, sempre in direzione opposta rispetto al pascolo indipendentemente da quella di provenienza dell'animale”, ricostruisce Benzi.
Un effetto voluto e ricercato tramite uno specifico orientamento degli emettitori verso l'esterno, in direzione perpendicolare a quella delle mucche al pascolo: “La scheda di memoria dei DAL contiene quindici registrazioni diverse, selezionate in ordine randomico. Colpi di clacson, traffico, il pubblico di un concerto, il tifo di uno stadio, perfino la voce di un pastore sardo che urla. Sono stati esclusi volutamente colpi d'arma da fuoco e latrati di cane per non rischiare di attirare, o mettere in allarme inutilmente, i cani da guardiania presenti sul pascolo”, racconta Benzi.
Tra rischio assuefazione e mancanza di dati
La sperimentazione dei DAL, in ogni caso, apre comunque numerosi margini di sviluppo e nuove possibilità di ricerca, a partire da due interrogativi. Da un lato i tecnici coinvolti nei test temono che i predatori possano assuefarsi ai suoni riprodotti dagli altoparlanti mentre dall'altro, al contrario, non è stato possibile osservare a pieno le potenzialità di questi sistemi. Per i tentativi di predazione del lupo, infatti, i dati raccolti mostrano una discreta omogeneità, mentre per l’orso non è stato possibile raccogliere dati semplicemente perché non si è verificato alcun passaggio in prossimità dei dispositivi attivi: “Sembra proprio che gli orsi sappiano dove passare, perché continuano a transitare soltanto dove non ci sono i DAL”, ironizza Benzi.
A sorpresa invece, per vacche e cani da guardiania il problema delle possibili reazioni non si è mai posto. Il Parco, infatti, aveva previsto una fase preliminare di adattamento, portando gli strumenti nelle stalle prima della monticazione, cioè il trasporto a monte, e facendoli suonare a volume crescente per abituare gli animali al disturbo. Il test, però, è stato abbandonato quasi subito, con il bestiame che già dai primi tentativi non ha mostrato alcuna reazione ai suoni, racconta Benzi.
Gli effetti dei DAL sulla fauna selvatica
La stessa reazione, al contrario, non è stata ottenuta con tutte le specie coinvolte nel corso della sperimentazione. Per la fauna selvatica, infatti, che non è il bersaglio dei DAL ma che ricade comunque nel raggio d’azione dei dispositivi, il discorso è apparso ben diverso. Attraverso una rete di fototrappole posizionate lungo i sentieri e gli accessi più utilizzati attorno a Malga Plan e Malga Zerli, la ricerca ha seguito la presenza della fauna in tre periodi distinti: da aprile a metà maggio, prima della monticazione, da metà maggio a fine settembre, con le vacche al pascolo e i DAL attivi, e da fine settembre a ottobre, a bestiame ormai sceso a valle. I conteggi dei tre periodi sono stati poi rapportati al numero di giornate di osservazione e di fototrappole attive, così da rendere confrontabili i dati raccolti su archi di tempo molto diversi tra loro.
Il risultato più netto riguarda cervo e capriolo: “Gli animali più colpiti sono stati sicuramente loro, probabilmente hanno cambiato habitat allontanandosi dalla zona. A Malga Plan, dove c’erano i DAL, abbiamo registrato una diminuzione delle osservazioni, mentre a Malga Zerli, che non era pascolata e non aveva dispositivi, i cervi sono aumentati”, spiega Bettella. Un dato che la ricercatrice legge come uno spostamento verso un’area percepita come più tranquilla, nonostante anche a Zerli la pressione turistica estiva sia rimasta comunque elevata. Non tutte le specie, però, hanno risposto allo stesso modo, con volpe, lepre, scoiattolo e mustelidi – faina in particolare – che hanno fatto registrare un aumento delle osservazioni nello stesso periodo.
I DAL e il disturbo antropico, un effetto permanente sugli habitat?
Secondo Bettella, però, si tratta di un dato più legato alla stagionalità che ai dissuasori: “Sono specie molto tolleranti al disturbo antropico, non sembrano minimamente impattate da questa cosa”, sostiene. Su lupo e orso, invece, il calo delle osservazioni estive è stato netto, ma i numeri sono troppo bassi per attribuire con certezza ai DAL questo cambiamento piuttosto che alla più generale pressione umana dell’alpeggio: “Sono comunque specie vulnerabili al disturbo antropico, e i dissuasori potrebbero aver contribuito a tenerle lontane”, sostiene Bettella, che non riduce però l’importanza dell’integrazione di questi dispositivi nel contrasto agli attacchi dei grandi carnivori sul bestiame.
A escludere un effetto permanente dei dissuasori sugli habitat popolati dalla fauna selvatica, però, è la stessa Bettella, laureata in Gestione sostenibile dell’ambiente montano, che nei mesi successivi alla stagione dell’alpeggio ha osservato un parziale ritorno di cervi e caprioli nelle zone temporaneamente disertate: “Tutti gli animali selvatici sono abbastanza abituati al disturbo antropico, e tendono a evitare le zone più utilizzate, che cambiano a seconda della stagione. Quando il disturbo diminuisce, tendono a tornare, se è comunque la loro home zone”, racconta.
Un innovativo strumento di prevenzione anziché una barriera
Un meccanismo di adattamento temporaneo, insomma, non una barriera stabile, ma che pone comunque la domanda su quale sia il punto di equilibrio tra la tutela delle specie e la necessità di proteggere il bestiame: “Non parlerei di una barriera fisica, poiché dal punto di vista sul disturbo sulle specie selvatiche sarebbe molto peggio recintare l’intero pascolo. I DAL restano uno strumento temporaneo, attivo solo per pochi mesi l’anno, da integrare con fili pastore, cani da guardiania e stabulazione notturna. Da soli non bastano, ma possono essere un buon aiuto per riuscire a mantenere felici tutti”, conclude Bettella.
Un punto di vista condiviso anche da Benzi, che aggiunge: “Per strutturare una strategia efficace bisogna anche considerare l'ambiente in cui ci si trova e i costi tecnici. Pensare di recintare un ettaro o due di pascolo si può fare, ma se diventa più grande diventa complicato anche da un punto di vista economico”, conclude. Svantaggi che potrebbero venire attenuati, concludono, da possibili investimenti concordati su scala provinciale, incentivi economici e una sempre maggior produzione di sistemi che potrebbe abbassare in futuro il prezzo del singolo dispositivo.