L'Altopiano del Salto, dove il larice incontra il prato

A San Genesio, in Alto Adige, questi alberi che siamo soliti ammirare nel bosco, crescono invece radi tra pascoli e baite. È un paesaggio che affonda le proprie radici, anche linguistiche, in un suolo modellato da secoli di lavoro contadino. E che diventa terreno fertile anche per le leggende

Arrivando sull’Altopiano del Salto, la prima cosa che colpisce è la presenza costante di un solo albero: il larice. La seconda è che non c’è un vero e proprio bosco.

I larici sono dappertutto, ma non stanno insieme. Crescono distanti gli uni dagli altri, lasciando spazio all’erba, ai sentieri, ai recinti e alle piccole costruzioni di legno. Sotto le loro chiome ampie pascolano cavalli e mucche, mentre più lontano si intravedono i masi e, oltre il margine dei prati, ricomincia il bosco. 

 

Il paesaggio si percepisce essere stato disegnato, ritoccato dall’abile mano dell’uomo contadino. E in effetti, in parte, lo è.

 

L’area dei prati e pascoli arborati del Salto si trova nella parte alta del Monzoccolo, tra San Genesio Atesino, Meltina e Verano, tra circa 1.300 e 1.500 metri di quota. Si estende per circa 2.278 ettari ed è inserita nel Catalogo nazionale dei paesaggi rurali storici come uno dei più grandi paesaggi europei di prati e pascoli arborati a larice

Un nome che racconta il paesaggio

Salto, in tedesco Salten, deriva dal latino saltus, termine utilizzato per indicare un territorio nel quale si alternavano bosco, pascolo e alberi sparsi. Non, quindi, una foresta vera e propria, ma una sorta di paesaggio di mezzo, realizzato ad intervalli, dove il bosco poteva essere attraversato, utilizzato e abitato insieme agli spazi aperti.

Camminando oggi sull’altopiano si incontrano, infatti, proprio questi tre mondi: prati da sfalcio, pascoli alberati e aree forestali. Un ecosistema che "salta" da un genere all’altro, cambiando continuamente senza mai diventare del tutto bosco o del tutto prato, e che si conserva intatto da almeno duemila anni.

Il bosco che ha imparato a stare nel prato

Per capire come sia possibile avere larici così radi in mezzo a prati molto più grandi delle loro chiome bisogna fare un passo indietro ed entrare, almeno per un momento, nella mente di un contadino e nelle sue esigenze.

 

Il Salto è la massima espressione di un paesaggio agro-pastorale nel quale ogni elemento aveva una funzione.

Il pascolo aveva bisogno di erba, gli animali di spazio, i contadini di legname e le aziende agricole di foraggio per l’inverno. Il larice era perfetto per questo equilibrio: rispetto ad altre conifere lasciava filtrare molta luce, permettendo all’erba di crescere sotto la sua chioma, e allo stesso tempo forniva legname. L’albero, quindi, non era necessariamente qualcosa da eliminare per fare spazio al prato.

 

Così i larici sono rimasti in mezzo ai pascoli, distanziati gli uni dagli altri, mentre il territorio continuava a essere utilizzato per l’allevamento e la produzione di fieno.

Tra le Schupfen, i prati e i cavalli Haflinger che oggi pascolano sull’altopiano si legge ancora il risultato di questo antico equilibrio. Il prato e il bosco non sono due ambienti separati: sono parti dello stesso sistema produttivo.

E quello che oggi appare come un paesaggio naturale è, almeno in parte, il risultato di una lunga storia di lavoro.

Il larice che ha visto tutto

Poi ci sono gli alberi, i larici, i veri protagonisti dell’Altopiano del Salto. Ma vale la pena guardarli oltre la fotografia da cartolina che regalano in ogni stagione. Sono conifere particolari, che a differenza di abeti e cembri perdono gli aghi in autunno. Prima di farlo, però, cambiano colore e trasformano l’altopiano in una distesa gialla e arancione.

 

La loro crescita isolata permette inoltre alle chiome di svilupparsi liberamente, creando alberi molto diversi da quelli che si incontrano all’interno di una foresta fitta.

È il caso del larice più antico del Salto, quello di Montoppio, nei pressi del maso Gschnoferstall. L’albero raggiunge circa 24 metri di altezza, ha un diametro di 2,03 metri e presenta, nella parte inferiore, grandi rami che si aprono formando una caratteristica struttura a candelabro. La sua età non è conosciuta con precisione.

 

La sua forma racconta forse qualcosa della storia del luogo. Cresciuto senza la competizione ravvicinata di altri alberi, ha potuto sviluppare liberamente la propria chioma. È la stessa libertà che, in misura diversa, caratterizza molti dei larici dell'altopiano.

 

Storie e leggende tra i larici 

Come ogni luogo di montagna che si rispetti, anche l’altipiano nasconde e conserva racconti che vivono in un limbo continuo tra realtà e fantasia. Lo stesso percorso, denominato "La via delle leggende", ne è la prova. Le leggende da sempre rappresentano un modo alternativo per raccontare il proprio territorio, ed è proprio qui che – tra rocce, tronchi e rami – aleggiano ben 16 storie incentrate su città sommerse, streghe e draghi.

 

Tra queste vi è la vicenda della città di Lavena, i cui abitanti erano diventati estremamente avidi, superbi e condotti a una vita piena di vizi e peccati, priva di rispetto per il prossimo e per il sacro. Come punizione divina per tale condotta sacrilega, la terra improvvisamente si aprì e l'intera città sprofondò nel sottosuolo insieme a tutte le case e ai suoi abitanti, venendo sommersa dall'acqua e dal fango della palude.

 

Si narrano poi storie di streghe maligne capaci di lanciare malefici sulle mucche o sugli strumenti di lavoro dei contadini. Il loro dispetto più comune era impedire la formazione del burro all'interno della zangola, il contenitore in legno usato per sbattere la panna. Quando la panna non si addensava nonostante ore di fatica, i contadini credevano che la strega vi si fosse nascosta dentro o avesse rubato "l'essenza" del latte per portarla via con la magia.

 

Infine, compare la figura di un drago. La creatura terrorizzava l'intero altopiano. Con il suo fiato infuocato distruggeva i raccolti, faceva fuggire i cavalli Haflinger e divorava il bestiame dei contadini della zona. Nessun cavaliere osava sfidarlo, finché un giorno gli abitanti, stanchi delle razzie, decisero di unire le forze. Sfruttando l'astuzia, riuscirono ad attirare il mostro fuori dalla sua tana nella gola e lo intrappolarono facendogli crollare addosso delle enormi pareti di roccia. Si dice che il drago sia rimasto sepolto per sempre sotto i massi della montagna e che, ancora oggi, il vento forte che soffia tra le gole del Salto non sia altro che il suo ultimo profondo respiro intrappolato nella pietra.

Un paesaggio che rischia di scomparire 

C’è infine un paradosso nel Salto; il suo aspetto più naturale è in realtà legato alla presenza dell’uomo. Se il pascolo diminuisce, se i prati non vengono più sfalciati e se il sistema agricolo che li mantiene entra in crisi, il bosco tende a riconquistare gli spazi aperti. Il problema non è soltanto estetico: i prati e i pascoli arborati sono paesaggi in regressione in molte zone delle Alpi e la loro conservazione dipende anche dalla continuità delle pratiche agricole che li hanno prodotti. Per questo il Salto racconta una delle contraddizioni più interessanti della montagna contemporanea.

 

A volte conservare la natura non significa lasciare tutto com’è ma continuare a prendersene cura facendo ciò che gli abitanti hanno fatto per secoli. Oggi sfalciare un prato, portare gli animali al pascolo, utilizzare il bosco senza cancellarlo, mantenere un maso e un fienile significia proteggere luoghi come questo

Dove il bosco incontra la memoria

La montagna non è sempre e solo rocce in salita. È anche un altopiano puntellato di larici. L’altopiano del Salto si rivela come un libro ricco di storie diverse, capaci di intrecciarsi con leggende mitiche al limite della realtà. Il paesaggio racconta di un luogo disegnato e modellato dai contadini e dai loro cavalli Haflinger, dall’economia del fieno e del legname, ma anche da racconti che danno significato e anima a queste montagne.

 

Il termine latino saltus parlava già di un paesaggio fatto di bosco, alberi e pascolo: a distanza di duemila anni, quella definizione continua a funzionare perfettamente. Camminando sull’altopiano, tra un larice e l’altro, si può allora guardare la montagna in un modo diverso, riflettendo sul passato ma intravedendo il futuro di una terra alta come questa.

In fin dei conti, sotto quei larici, tra i cavalli e le Schupfen, tra una storia di streghe e draghi e una città sprofondata nella terra, non si incontra soltanto uno splendido scenario, ma una montagna nuova, fatta di prato e alberi che convivono.