Un tornante con fondo in calcestruzzo © CAI Lecco
Un lungo tratto di percorso cementificato © CAI Lecco
Un tratto di carreggiata allargato durante i lavori © CAI Lecco
Una sezione con fondo in calcestruzzo del percorso © CAI Lecco
Una sezione particolarmente pendente del percorso con fondo in calcestruzzo © CAI Lecco
Una sezione particolarmente pendente del percorso con fondo in calcestruzzo © CAI Lecco
Il CAI Lecco ritiene eccessiva la pendenza di alcuni tratti, nonostante i tornanti © CAI Lecco
Non sta certo passando indifferente l’ampliamento di antiche mulattiere e sentieri storici della Transorobica, specialmente nel settore lecchese. Il progetto, curato dalla comunità montana Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera e finanziato da Regione Lombardia, viene descritto sui canali comunicativi ufficiali come parte di un “progetto rivolto al recupero dei tracciati storici intervallivi al fine di un potenziamento turistico in chiave escursionistica e cicloescursionistica MTB”. Una definizione che Giuseppe Popi Miotti, storico alpinista italiano, contesta: “Non sono contrario all’uso di bici ed e-bike, anche in montagna, purché fatto su strade apposite e non su sentieri aperti o modificati proprio per facilitare l’accesso delle bici”, afferma.
A far discutere, nelle scorse settimane, sono stati soprattutto alcuni aspetti tecnici del progetto come larghezza, pendenze e materiale del fondo, con alcuni tratti cementificati per favorire la percorribilità dei tratti più pendenti da parte delle mountain bike: “Il sentiero preesistente era malconcio – afferma Paolo Colombo, vicepresidente del CAI Lecco e membro del gruppo sentieri di sezione – ma oggi è stato ritracciato da zero, soprattutto con una dimensione fuori misura. Quando abbiamo effettuato il primo sopralluogo ci siamo allarmati, in alcuni punti sembrava una strada a doppio senso. Anche le pendenze sono esagerate, e in questi giorni il sentiero è stato in parte cementificato”, afferma.
"Il sentiero è stato ritracciato da zero, con una dimensione fuori misura. In questi giorni è stato in parte cementificato” Paolo Colombo
La replica della Comunità montana Valsassina
Per Giuseppe Monti, responsabile del settore tecnico della Comunità montana Valsassina, è troppo presto però per trarre conclusioni sul progetto, soprattutto in merito agli aspetti tecnici dei percorsi: “I lavori sono ancora in corso, le larghezze attuali delle carreggiate non vanno tenute in considerazione perché sarà necessario riprofilare gli argini a monte e valle per ultimare i lavori”, afferma. Lo sbancamento attuale, secondo quanto affermato, sarebbe dunque necessario unicamente a consentire lo svolgimento dei lavori, e non rifletterebbe la reale larghezza del sentiero una volta concluso.
“Quando si traccia lo si fa a monte e a valle del sentiero. Al momento del sopralluogo effettuato a inizio stagione estiva dovevano ancora essere costruiti dei muri a secco, e in alcuni tratti ci serviva lo spazio per poterli realizzare. Dopodiché, una volta effettuati tutti i lavori del caso si profilano nuovamente gli argini, si danno le giuste pendenze e larghezze, già autorizzate dal progetto, e si semina (sulla terra di riporto, ndr.). Spetta poi al tempo ricucire quella che è, diciamo, la ferita dei lavori oltre la larghezza finale del sentiero”, descrive.
“La cementificazione è stata richiesta e autorizzata proprio dalla soprintendenza" Giuseppe Monti
Secondo Monti, infatti, il progetto sta seguendo l’iter approvato nel corso di un lungo percorso burocratico vagliato da “soprintendenza, regione, provincia e comuni”, dichiara, con alcuni di questi enti che hanno effettuato prescrizioni specifiche: “La cementificazione è stata richiesta e autorizzata proprio dalla soprintendenza, che ha probabilmente linee guida comuni per i tratti più pendenti di questo tipo di percorsi. E la pavimentazione prescritta, in questi casi, è proprio il calcestruzzo, nel nostro come in altri ambienti montani al fine di omologare la tipologia di fondo”, descrive Monti.
Valorizzare o consumare la montagna?
Secondo il CAI di Lecco, però, oltre alle problematiche tecniche contestate lungo gran parte del percorso (come riportato dai membri del gruppo che praticano mountain bike), il problema si estende all’idea stessa di valorizzazione di questo tipo di sentieri: “Questo progetto nasce dall’idea secondo la quale tutti devono riuscire ad arrivare ovunque in mountain bike, anche chi non conosce e non conosceva prima la montagna. Che poi i lavori non vengano effettuati nel modo corretto è solo una parte del discorso”, ribadisce Colombo, la cui sezione reputa in ogni caso eccessivo l’impatto degli sbancamenti sul terreno.
“Non si valorizzano i percorsi portando un escavatore largo due metri e mezzo dentro un bosco per tracciare una pista ciclabile che nemmeno chi va in bicicletta utilizzerà” Paolo Colombo
Ma il nodo resta culturale prima ancora che progettuale: "Noi, da volontari, valorizziamo i percorsi riportando alla luce vecchi tracciati storici, non portando un escavatore largo due metri e mezzo dentro un bosco per tracciare una pista ciclabile che nemmeno chi va in bicicletta finirà per percorrere", afferma il vicepresidente del CAI Lecco, riferendosi ai dubbi sulla fruibilità sollevati dai ciclisti della sezione. E prosegue: “Noi contestiamo un tratto che ha una percorrenza di dieci minuti, ma nella zona di Passo del Toro, al Rifugio Grassi, la quota è molto più alta e non c’è bosco, quindi è tutto molto più evidente”, ribadisce.
Una prospettiva condivisa anche da Miotti, secondo il quale però un modo diverso di intendere la valorizzazione esiste già: “Ho recentemente effettuato un lavoro su un rifugio attorno al quale ho scoperto decine di motivi di interesse rimasti fino a ora sconosciuti. Se valorizzati potrebbero garantire un approccio culturale un po’ diverso da quello che si vede oggi, in cui le amministrazioni locali si affidano alla moda del momento”, afferma. Ma la valorizzazione, avverte, non basta da sola se manca la manutenzione, ricordando un progetto finanziato dall'Unione Europea sulla sentieristica delle sue montagne di casa: “Una volta terminato il progetto ed esauriti i fondi i percorsi sono stati abbandonati, e in una decina d'anni tutto è tornato come prima. Sono rimasti solo i cartelli indicatori con il sentiero ormai scomparso, una situazione che così diventa anche pericolosa”, denuncia.
Non solo problemi tecnici: seguire le mode è opportuno?
Popi Miotti, nel criticare la larghezza dei tracciati, lancia inoltre una provocazione: “Bisogna avere rispetto del territorio, andare avanti così è pericoloso. Oggi va di moda l’e-bike, se domani dovesse andare di moda il quad bisognerà allargare di nuovo questi sentieri per facilitarli ancora. La montagna vuole che i limiti vengano rispettati. Se non sono capace di scalare l’Everest, non ci vado. Ci sono molti altri posti da visitare per confrontarsi con sé stessi, non è necessario un Ottomila”, afferma. A mancare, secondo l’alpinista, è una base culturale da trasmettere a chi visita la montagna: "Oggi è diventata un territorio di consumo. Si va, si fa nel minor tempo possibile, non interessa cosa si ha intorno, conta solo l'exploit", osserva.
In certi casi, sostiene, il problema nasce già a monte con l'affidamento dei lavori: “Interventi come questo – spiega – vengono realizzati per lo più da piccole imprese prive delle competenze storiche e ambientali, che sono necessarie per riconoscere gli aspetti più particolari di un tracciato prima di modificarlo”. Da qui, la sua proposta, cioè affidare la supervisione sulla realizzazione di questi progetti a soggetti terzi con reale conoscenza del territorio. Un ruolo che potrebbe essere attribuito “solo a un'istituzione forte e presente sul territorio come il Club Alpino Italiano”, conclude l’alpinista.