Alpe Devero, un paradiso da preservare e frequentare correttamente

Il Presidente generale del Cai Torti è intervenuto all'evento online del Comitato Tutela Devero, che ha celebrato le 100.000 firme della petizione contro la realizzazione di nuovi impianti sciistici in aree tutelate

Alpe Devero Crampiolo

L’Alpe Devero con il villaggio di Campriolo d’inverno © Paolo Pirocchi

«Il Club alpino italiano condivide totalmente la posizione espressa dal Comitato Tutela Devero. Le centomila firme alla petizione rappresentano l’esempio di come impegnarsi per la difesa di un bene comune molto prezioso».
Il Presidente generale del Cai Vincenzo Torti ha concluso così il suo intervento di sabato scorso all’evento online “Salviamo l’Alpe Devero”. Un appuntamento con il quale il comitato sopracitato ha voluto celebrare l’importante traguardo raggiunto dalla petizione lanciata per esprimere contrarietà al progetto di comprensorio turistico e sciistico infrastrutturato che minaccia l’integrità delle aree protette del Parco Alpe Veglia e Devero e del relativo Sito europeo Natura 2000.

Cambiamenti climatici, neve e industria dello sci

Torti, dialogando con Matteo Castella del comitato, ha iniziato il suo intervento citando il recente documento “Cambiamenti climatici, neve, industria dello sci”, che rappresenta la posizione ufficiale del Cai su queste tematiche. «A questo documento, che reputo fondamentale, ho dedicato due pagine dell’editoriale del numero di Montagne360 in uscita i prossimi giorni (febbraio 2021 n.d.r.). L’ho intitolato “Il futuro della montagna non passa da nuovi impianti di sci né dall’ampliamento degli esistenti”. Al termine di un iter di accertamenti, di approfondimenti e di verifiche ci siamo resi conto che la posizione del Cai fosse matura per essere definita in modo inequivoco. Quindi se al Cai viene chiesto che cosa ne pensi rispetto al progetto dell’Alpe Devero, rispondiamo che non è in quella direzione che si deve guardare per il futuro della montagna. Abbiamo tanti argomenti per spiegarne i motivi».
Il Presidente generale ha ricordato un altro passaggio dell’editoriale, quello in cui spiega che se invece di usare la definizione “bene pubblico” venisse utilizzato il termine “bene comune”, «forse avremmo la contezza che stiamo parlando di qualcosa della quale non possiamo disinteressarci, perché è anche nostra. Su questi beni comuni, dopo aver fatto analisi e verifiche, ci siamo resi conto di una serie di punti inconfutabili».

Oltre 300 impianti sciistici dismessi in tutta Italia

Come prima cosa, Torti ha citato un dato numerico, quello relativo agli oltre 300 impianti sciistici dismessi presenti in tutta Italia. «Questo significa che sul territorio montano sono presenti strutture che sono ormai dei rifiuti, che rappresentano il superamento di un qualcosa che è stato mal concepito. Sicuramente avranno inciso anche i cambiamenti climatici ma, attenzione, i glaciologi, come il mio amico prof. Smiraglia, parlano da più di trent’anni dell’aumento delle temperature. Un pochino più di lungimiranza avrebbe potuto far capire che certi progetti non avrebbero potuto avere futuro. La conseguenza è che oggi abbiamo un inquinamento pesante, in quanto questi impianti hanno lasciato sul territorio cavi, funi e piloni, quando non addirittura pezzi di seggiovia e quant’altro».

Alpe Devero inverno

L’Alpe Devero d’inverno © Ivano De Negri

Monocultura dello sci alpino: una scelta economica sbagliata

Un altro dato che il presidente ha voluto evidenziare è quello che ricorda come negli ultimi dieci anni non sia cresciuto il numero dei frequentatori degli impianti sciistici, anzi, sia leggermente diminuito. «Immaginare dunque al Devero un ecomostro, come è stato definito da chi ha parlato prima di me, con la speranza di far arrivare un turismo di massa, è una cosa di cui dubitare, bisogna far capire che questa non è la strada giusta da intraprendere. Se gli impiantisti per sopravvivere hanno bisogno di maggiori entrate possono imboccare due strade: provare a ottenere risorse pubbliche per sopperire alle perdite oppure alzare i prezzi. Prezzi che aumenterebbero in un contesto di diminuzione dell’utenza e di una quotidianità preoccupante per molte famiglie. In conclusione esistono ormai una serie di dati verificati che portano a far concludere in modo inequivoco che, senza entrare nel tema ecologico e del rispetto ambientale, ipotizzare un investimento remunerativo in questo ambito è pura illusione. Il desiderio del Cai è che tutti i frequentatori della montagna possano beneficiare ancora della meraviglia che è l’Alpe Devero. Chi pensa di fare un investimento che verrà poi premiato da reddito si illude».

Enormi risorse naturali per creare la neve artificiale

Oltre agli aspetti economici ci sono quelli ambientali: di neve ce n’è sempre meno. «Quest’anno sembra una presa in giro, ma statisticamente è un’eccezione. La neve all’Alpe Devero bisognerà crearla, attingendo enormi quantità di risorse naturali in luoghi che oggi hanno dei punti di equilibrio straordinari. Quando questi equilibri saranno toccati, diventeranno irrimediabilmente perduti. Chi dovrà farsi carico dei costi di un investimento sbagliato? Se deve diventare un debito comune, bisognerà continuare a far presente il nostro punto di vista e diffonderlo il più possibile».

Baveno Stresa Ag Devero

Ragazzi delle Sezioni Cai di Baveno e Stresa all’Alpe Devero (giugno 2019) © Alpinismo giovanile Cai Baveno e Cai Stresa

Il paradiso dell’Alpe Devero

Matteo Castella, sottolineando l’aumento e la variabilità degli interessi dei frequentatori della montagna di oggi, ha poi interpellato Torti su quanto possa essere strategico, in questo senso, un luogo come l’Alpe Devero. La risposta è arrivata convinta. «L’Alpe Devero è giustamente definita un paradiso, e lo è per tutti coloro che hanno la visione di montagna propria dei soci del Cai. Nessuno di noi va in montagna per trovare la città o tutte le devianze a cui porta la vita di città. Vogliamo trovare altro, a partire dal silenzio, che nella vita di tutti i giorni non abbiamo. Ci disturba anche solo il concetto di eliski, contro il quale presi posizione inequivoca quando non ero ancora presidente, proprio perché la montagna è tutt’altro e i suoi beni sono costituzionalmente tutelati per l’intera collettività».

L’esempio dei “Villaggi degli Alpinisti”

Non è mancata, durante l’intervento, la citazione dell’iniziativa dei “Villaggi degli Alpinisti”, che il Cai «ha condiviso con gli amici austriaci. Sono realtà di montagna con una serie di caratteristiche certificate che le rendono dei borghi particolarmente accoglienti da tutti punti di vista. Offrono ospitalità, hanno un’accessibilità adeguata, ma soprattutto sono località dove tutto è moderato, è a misura di una natura compatibile con l’uomo. Dopo la Val di Zoldo, nel 2020 sono state riconosciute, al termine di un iter di selezione molto severo, Triora in Liguria e Balme in Piemonte. Quest’ultima ha rimosso l’accessibilità ai mezzi motorizzati, sia per quanto riguarda l’eliski che per le moto sui sentieri, ed è stata immediatamente annoverata. In questo momento stiamo seguendo altre candidature in Friuli Venezia Giulia. Quella dei “Villaggi degli Alpinisti” è una visione che può essere non solo esportata e valorizzata, ma anche proposta come esempio».

Baveno Stresa Ag Alpe Devero

Tre ragazzi del Cai Baveno e del Cai Stresa all’Alpe Devero (giugno 2019) © Alpinismo giovanile Cai Baveno e Cai Stresa

Una montagna viva, che fa star bene le persone

Il presidente del Cai ha citato i “Villaggi degli Alpinisti” per far capire che il Sodalizio non intende lasciare le aree montane come l’Alpe Devero a disposizione di pochi fortunati. «Vogliamo che siano una realtà viva. Queste comunità devono rendersi conto che l’errore che stanno commettendo è di prospettiva. Dobbiamo riuscire a far intendere loro che la risposta è nella qualità, nel contenimento e nell’offrire quello che la montagna ha di meglio da dare. Il nostro obiettivo non è quello di non fare arrivare nessuno, ma nel non far arrivare il “troppo” quando questo “troppo” è devastante e vanifica tutto. La montagna per noi è bellezza, ci piace la fatica quando camminiamo in natura e vogliamo trovare una dimensione umana nell’ambiente naturale».

Al termine Torti ha riassunto i concetti espressi:

«il futuro delle popolazioni di montagna, con il decrescere di frequentatori degli impianti di sci, con la perdita della neve e con il clima che cambia, va in un’altra direzione. Continuare a puntare sulla monocultura dello sci alpino è una forma di ottusità. Bisogna valorizzare una montagna che fa star bene le persone. Una montagna che non sia deserta, ma correttamente popolata e vissuta. Non bisogna buttare denaro su progetti destinati a creare cattedrali nel deserto e rifiuti pazzeschi in località che prima erano da sogno».

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