Il rifugio Curò © Prenota Rifugi
Lo sci è sempre stato di casa al Curò. Paula Wiesinger alla Gara del Gleno nel 1934
L'alba dal Curò
Il rifugio Curò sullo sfondo e l'ostello in primo piano © Guido Sassi
Angelo Ghiraldini e Fabio Arizzi
Il libro dedicato alla storia del rifugio
Il lago in un pomeriggio nebbioso
All'interno della rassegna Montagna in cambiamento, organizzata quest'anno dal CAI Bergamo, sarà presentato domani sera in sede il volume Rifugio Antonio Curò, a cura di Carolina Paglia. Nel corso della serata si terrà anche la presentazione del progetto Rifugio sentinella del clima e dell'ambiente a cura del gruppo di lavoro Comitato scientifico lombardo. Il libro, dedicato alla storica struttura delle Alpi Orobie, ripercorre 140 anni di storia, ricchi di avvenimenti e attraversati da personaggi importanti nella vita della montagna bergamasca.
Un rifugio, tre rifugi
Il rifugio Antonio Curò (1.915 metri) è stato il secondo rifugio a essere inaugurato dal CAI di Bergamo nel 1886 e ricostruito solo nove anni più tardi poco più a est, con dimensioni maggiori. Adagiato nella conca del Barbellino, poco sopra il lago, gode di una spettacolare posizione che domina l'alta Val Seriana. La struttura dove gli escursionisti possono mangiare e pernottare oggi non è a ogni modo nemmeno quella di fine Ottocento: nel 1973, su progetto del geometra Luigi Locatelli, è stato costruito un secondo edificio, a pochi metri di distanza dal secondo. Il vecchio Curò è diventato un ostello, dove i gruppi più numerosi possono pernottare e tenere attività di vario tipo, come è stato per esempio nel caso del recente workshop di più giorni del progetto Mountain.
Una grande struttura
Gestire il Curò significa avere a che fare con un via vai di escursionisti e scialpinisti piuttosto importante: la struttura offre 92 posti letto e data la posizione, è il punto di appoggio ideale sia per le gite di una giornata - ci vogliono un paio d'ore di buon cammino da Valbondione- che per trekking o uscite a tappe. È insomma un luogo dove gli appassionati si sentono di casa, anche grazie alla gestione di Fabio Arizzi e Angelo Ghiraldini, da vent'anni saldamente legati al Curò.
Fabio, come è cambiato l'ambiente in questi 20 anni?
È cambiato molto a livello climatico, soprattutto negli ultimi 10. È più asciutto, piove poco. Noi prendiamo l'acqua in Valle della Cerviera e non abbiamo problemi. Ma basta guardare la vegetazione: quando siamo arrivati non c'era niente qui nei dintorni, ma in compenso c'era ancora il ghiacciaio del Gleno.
E la frequentazione?
Nei primi anni la clientela era composta prevalentemente da adulti, dai 50 in su. Pochissimi giovani. Ora invece sono molti, tra i 17 e i 30, ma non è una questione legata alla presenza dell'ostello. Sento dire molto sui giovani e in un certo senso è vero che non sono esperti, si avventurano, non sono equipaggiati come servirebbe in certi frangenti. Ma sta anche a noi educare, insegnare: se non sono pronti, se c'è qualcosa che non torna, vuol dire che manca o è mancato alla base.
"I giovani sanno poco di montagna? Sta anche a noi educare, insegnare: se non sono pronti, se c'è qualcosa che non torna, vuol dire che manca o è mancato alla base". Fabio Arizzi
Che tipo di utenza avete?
Questo è un luogo tradizionalmente legato allo scialpinismo, per tradizione e passione, anche nostra. In primavera abbiamo moltissimi scialpinisti, poi a luglio e agosto anche noi siamo un po' dentro l'overtourism di cui sentiamo tanto parlare. Per quanto riguarda l'alpinismo, ci sono alcune vie famose e frequentate, come per esempio la classica cresta est del Pizzo Coca. Un tempo chi faceva una salita così si fermava a dormire, oggi magari passano per la colazione. Di solito teniamo aperto fino a inizio novembre. In inverno qui arriva parecchia neve, ci possono essere ghiaccio, valanghe. Diventa un ambiente impegnativo.
La vostra è una gestione ancora di tipo "tradizionale", il rapporto con il rifugista è diretto. È una abitudine, qualcosa in cui credete?
In tanti mi chiedono perché non sono a favore delle prenotazioni online, ma non si tratta di essere più o meno al passo con i tempi. Può anche essere comodo sotto un certo punto di vista. Ma personalmente ci tengo ad avere un rapporto diretto, a conoscere un minimo le persone che vengono qui. Avere uno scambio di informazioni per noi rifugisti è importante. Per come la vedo è qualcosa che non bisogna perdere.
“Ci tengo ad avere un rapporto diretto, a conoscere un minimo le persone che vengono qui. Per questo non prendo prenotazioni online”
Il rifugio ha conservato una certa "storicità" anche nell'arredo, in come si propone. Il servizio è però molto attento, anche nella cucina.
Lo facciamo un po' per i nostri clienti, ma anche un po' per noi, per non "sederci" troppo. Se stai qua 20 anni e non cambi nulla, prima o poi ti stanchi, rischi di fossilizzarti. Mi piace andare incontro alle persone. Faccio un esempio: se una persona mi chiede di mangiare vegano posso anche non farci troppo caso, ma se poi la domanda si ripete e vedo che la cosa è diffusa...ci faccio caso e mi domando: perché no? È così difficile da soddisfare come richiesta? Dobbiamo per forza fare i rifugisti che ti danno da mangiare quel che c'è? A me piace la novità, ogni tanto, ci teniamo giovani!