140 anni di rifugio Curò, Arizzi: "Oggi tanti giovani, sta anche a noi educare"

Domani sera la presentazione del libro dedicato alla storia della struttura in alta Val Seriana, gestita da due decenni da Fabio Arizzi e Angelo Ghiraldini. "Alle prenotazioni online preferisco una telefonata, è importante conoscere le persone che vengono qua"

 

All'interno della rassegna Montagna in cambiamento, organizzata quest'anno dal CAI Bergamo, sarà presentato domani sera in sede il volume Rifugio Antonio Curò, a cura di Carolina Paglia. Nel corso della serata si terrà anche la presentazione del progetto Rifugio sentinella del clima e dell'ambiente a cura del gruppo di lavoro Comitato scientifico lombardo. Il libro, dedicato alla storica struttura delle Alpi Orobie, ripercorre 140 anni di storia, ricchi di avvenimenti e attraversati da personaggi importanti nella vita della montagna bergamasca.

Un rifugio, tre rifugi

Il rifugio Antonio Curò (1.915 metri) è stato il secondo rifugio a essere inaugurato dal CAI di Bergamo nel 1886 e ricostruito solo nove anni più tardi poco più a est, con dimensioni maggiori. Adagiato nella conca del Barbellino, poco sopra il lago, gode di una spettacolare posizione che domina l'alta Val Seriana. La struttura dove gli escursionisti possono mangiare e pernottare oggi non è a ogni modo nemmeno quella di fine Ottocento: nel 1973, su progetto del geometra Luigi Locatelli, è stato costruito un secondo edificio, a pochi metri di distanza dal secondo. Il vecchio Curò è diventato un ostello, dove i gruppi più numerosi possono pernottare e tenere attività di vario tipo, come è stato per esempio nel caso del recente workshop di più giorni del progetto Mountain.

Una grande struttura

Gestire il Curò significa avere a che fare con un via vai di escursionisti e scialpinisti piuttosto importante: la struttura offre 92 posti letto e data la posizione, è il punto di appoggio ideale sia per le gite di una giornata - ci vogliono un paio d'ore di buon cammino da Valbondione- che per trekking o uscite a tappe. È insomma un luogo dove gli appassionati si sentono di casa, anche grazie alla gestione di Fabio Arizzi e Angelo Ghiraldini, da vent'anni saldamente legati al Curò.


Fabio, come è cambiato l'ambiente in questi 20 anni?

È cambiato molto a livello climatico, soprattutto negli ultimi 10. È più asciutto, piove poco. Noi prendiamo l'acqua in Valle della Cerviera e non abbiamo problemi. Ma basta guardare la vegetazione: quando siamo arrivati non c'era niente qui nei dintorni, ma in compenso c'era ancora il ghiacciaio del Gleno.


E la frequentazione?

Nei primi anni la clientela era composta prevalentemente da adulti, dai 50 in su. Pochissimi giovani. Ora invece sono molti, tra i 17 e i 30, ma non è una questione legata alla presenza dell'ostello. Sento dire molto sui giovani e in un certo senso è vero che non sono esperti, si avventurano, non sono equipaggiati come servirebbe in certi frangenti. Ma sta anche a noi educare, insegnare: se non sono pronti, se c'è qualcosa che non torna, vuol dire che manca o è mancato alla base.

 

"I giovani sanno poco di montagna? Sta anche a noi educare, insegnare: se non sono pronti, se c'è qualcosa che non torna, vuol dire che manca o è mancato alla base". Fabio Arizzi


Che tipo di utenza avete?

Questo è un luogo tradizionalmente legato allo scialpinismo, per tradizione e passione, anche nostra. In primavera abbiamo moltissimi scialpinisti, poi a luglio e agosto anche noi siamo un po' dentro l'overtourism di cui sentiamo tanto parlare. Per quanto riguarda l'alpinismo, ci sono alcune vie famose e frequentate, come per esempio la classica cresta est del Pizzo Coca. Un tempo chi faceva una salita così si fermava a dormire, oggi magari passano per la colazione. Di solito teniamo aperto fino a inizio novembre. In inverno qui arriva parecchia neve, ci possono essere ghiaccio, valanghe. Diventa un ambiente impegnativo.


La vostra è una gestione ancora di tipo "tradizionale", il rapporto con il rifugista è diretto. È una abitudine, qualcosa in cui credete?

In tanti mi chiedono perché non sono a favore delle prenotazioni online, ma non si tratta di essere più o meno al passo con i tempi. Può anche essere comodo sotto un certo punto di vista. Ma personalmente ci tengo ad avere un rapporto diretto, a conoscere un minimo le persone che vengono qui. Avere uno scambio di informazioni per noi rifugisti è importante. Per come la vedo è qualcosa che non bisogna perdere.

 

“Ci tengo ad avere un rapporto diretto, a conoscere un minimo le persone che vengono qui. Per questo non prendo prenotazioni online”

Il rifugio ha conservato una certa "storicità" anche nell'arredo, in come si propone. Il servizio è però molto attento, anche nella cucina.

Lo facciamo un po' per i nostri clienti, ma anche un po' per noi, per non "sederci" troppo. Se stai qua 20 anni e non cambi nulla, prima o poi ti stanchi, rischi di fossilizzarti. Mi piace andare incontro alle persone. Faccio un esempio: se una persona mi chiede di mangiare vegano posso anche non farci troppo caso, ma se poi la domanda si ripete e vedo che la cosa è diffusa...ci faccio caso e mi domando: perché no? È così difficile da soddisfare come richiesta? Dobbiamo per forza fare i rifugisti che ti danno da mangiare quel che c'è? A me piace la novità, ogni tanto, ci teniamo giovani!