Coro della SAT, Pedrotti: "Da un secolo rappresenta l'arte di valorizzare l’essenziale"

Organizzare le esecuzioni ad orecchio, senza allontanarsi dalla spontaneità delle origini: è questo, da cento anni a questa parte, l'obiettivo e la visione del Coro della SAT, che resiste magistralmente allo scorrere del tempo, con le sue 33 voci e gli oltre 300 canti popolari a repertorio.

Cent’anni di storia, circa 300 canti popolari a repertorio e 33 voci a comporne l’organico, “come i trentatré trentini del famoso scioglilingua”. Scherza così Mauro Pedrotti, storico direttore del Coro della SAT che, assieme al Coro della SOSAT, rappresenta il rovescio di una medaglia cui il mondo della coralità alpina – e trentina – può andare estremamente fiero. 

Un po’ di storia

Alla nascita del Coro della SAT, in seno alla SOSAT, avevamo già accennato in un precedente articolo. L’idea embrionale di Nino Peterlongo, che nel 1926 diede avvio alla storia di entrambi gli organici, al tempo ancora uniti in uno soltanto, incontrò terreno fertile nelle intenzioni di alcuni esponenti delle nuove generazioni ‘dolomitiche’, capaci di unire la loro passione per la montagna a quella per la musica. 

“Fra questi giovani” racconta Mauro, “spiccavano i fratelli Pedrotti: Enrico, Aldo, Silvio e mio padre, Mario”. Già, perché la storia che lega Mauro al coro è anzitutto famigliare. “Quando ero in fasce, nel 1946, il coro riprendeva ufficialmente la propria attività dopo la guerra. Le prove si facevano a casa nostra ed è dunque corretto dire che sono nato e cresciuto a latte e canzoni”.

"Sono nato e cresciuto a latte e canzoni”. Mauro Pedrotti

Di fatto, il Coro della SAT non aveva mai interrotto del tutto la propria attività durante il secondo conflitto mondiale: piuttosto aveva cambiato nomenclatura durante il fascismo. Il Ventennio, infatti, aveva dato corpo ad organizzazioni operaie di massa analoghe alla SOSAT (Sezione Operaia della Società degli Alpinisti Tridentini), in seno alla quale era nata la prima ‘versione’ del coro. La stessa sezione, che si poneva dunque in netta concorrenza rispetto alle attività politiche delle nuove organizzazioni operaie promosse da Benito Mussolini, venne alla fine soppressa negli anni Trenta, nonostante il suo coro continuasse comunque ad esibirsi, anche in occasioni istituzionali importanti come l’incontro fra il duce e Hitler a Roma, nel 1938. Non potendo tuttavia usare l’acronimo originale, il coro, su indicazione dei vertici della SAT, assunse la denominazione di Coro della SAT, che mantiene tuttora.

Nell'aprile di quell'anno, infatti, la situazione cambiò di nuovo radicalmente. Gigino Battisti, figlio dell'irredentista Cesare e primo sindaco della Trento liberata, chiese a pochi giorni dall'insediamento di poter ricevere Nino Peterlongo, assegnandogli di fatto il compito di rimettere insieme la SOSAT e, con essa, l'omonimo coro. Parallelamente però, il percorso del Coro della SAT non si fermò e proseguì sotto la guida dei fratelli Pedrotti, dando vita alla scissione che continua ancora oggi.

L’arte dell’essenzialità e i cinque ‘evangelisti’

“Le differenze fra i due cori” precisa Mauro “hanno poi una natura legata al diverso approccio al canto popolare che ci caratterizza. I canti che abbiamo noi a repertorio sono stati armonizzati infatti a partire da canzoni popolari originariamente pensate a due voci. L’armonizzazione, curata in prima battuta da figure quali Luigi Pigarelli e Antonio Pedrotti, intendeva mettere in risalto questa essenzialità, senza stravolgerne la natura semplice con interventi di arrangiamento più pesanti”.

Due personalità completamente diverse quelle di Pigarelli e Pedrotti – magistrato il primo e direttore d’orchestra il secondo – separati da quasi trent’anni di differenza ma legati indissolubilmente da una sensibilità musicale di prim’ordine. Se inizialmente i due si erano limitati infatti ad organizzare musicalmente le esecuzioni ad orecchio degli improvvisati cantori, riportando sul pentagramma i loro scarni accordi, con l’andare degli anni anche questo intervento divenne via via più importante, fino a costruire armonizzazioni magistrali dei canti popolari. Ma sempre, come sottolineato da Mauro Pedrotti, senza allontanarsi dalla spontaneità delle origini.

“Pigarelli e Pedrotti fanno parte di quelli che, noi del coro, chiamiamo i nostri cinque evangelisti,” spiega Mauro “insieme ad Andrea Mascagni, Renato Dionisi e Arturo Benedetti Michelangeli”. Dai tardi anni Cinquanta agli anni Ottanta, questi ultimi tre compositori, musicisti e pianisti rivestirono un ruolo fondamentale per l’arricchimento del repertorio satino, al punto che nel 2006, a due anni esatti dalla morte di Andrea Mascagni, loro ultimo esponente, la SAT stessa decise di istituire una scuola di repertorio, bloccata purtroppo sei anni fa dal Covid. “Si trattava di un’attività pedagogica ed educativa molto importante per noi” aggiunge Mauro “che ci ha permesso di garantire all’organico un costante ricambio generazionale, oltre che di pubblicare negli anni alcune monografie dedicate a ciascuno di questi cinque armonizzatori, capaci di dare freschezza alle canzoni del sodalizio senza mai venire meno alla tradizione”.

Il futuro del coro

Una freschezza che Mauro vede stagliarsi, con discreto ottimismo, anche nel futuro del coro. “Sicuramente c’è stato un rallentamento nel mondo dei cori, negli ultimi vent’anni, anche per quanto riguarda il repertorio stesso.” conclude infatti, “Ma è una cosa che reputo comunque fisiologica: da sempre sono stati presi in esame per i nostri arrangiamenti soltanto quei canti popolari che avevano un valore artistico e musicale in sé e che non richiedevano interventi pesanti. Siamo pertanto più che soddisfatti dei 300 canti che possiamo vantare e che riusciamo a mescolare nei programmi di concerto dando loro sempre nuova linfa e struttura. Il nostro obiettivo resta quello di rendere viva una canzone con piccolissimi segni: togliere piuttosto che aggiungere, come diceva Renato Dionisi". Una cifra stilistica che non ha mai tolto al coro, invece, le sue 33 voci. Oggi ancora più vivide che mai.