Cannone sparaneve © Wikimedia Commons - Zefram
Cannoni da neve in azione © Arch. Simone Bobbio
Sci autunnale sull'Hintertux a novembre 2025 © Lorenzo Forti
La ski area di Madonna di Campiglio
La ski area di Courmayeur
Pronti a rimettere gli sci ai piedi? La stagione dello sci alpino sta per iniziare, con il tradizionale debutto del 24 ottobre a Sölden, in Austria, per la coppa del mondo. A stretto giro ripartiranno anche gli impianti per chi dello sport non fa una professione, ma un divertimento. Anche se, per i comuni frequentatori dei comprensori, grandi certezze sull'arrivo della neve non ce ne sono.
Allo stato attuale è impossibile sapere se il primo inverno post Olimpiadi di Milano-Cortina sarà particolarmente nevoso e freddo, al punto da garantire piste immacolate e paesaggi da fiaba, ma possiamo affermare con certezza che le prospettive pluriennali in epoca di crisi climatica non giocano a favore di un comparto economico, come lo sci alpino, molto rilevante nel contesto montano e nazionale.
Costi in aumento?
Tra aumento delle temperature medie e diminuzione della permanenza al suolo della neve i costi di gestione di una stazione sciistica stanno inevitabilmente lievitando a causa della necessità di produrre sempre maggiori quantità di neve artificiale, senza dimenticare l’esigenza di aggiornare costantemente la dotazione degli impianti di risalita e la più recente crisi internazionale che produce un rincaro nei prezzi dell’energia.
La situazione è sicuramente critica perché, soprattutto in certe aree montane, lo sci alpino rappresenta una risorsa economica imprescindibile non soltanto per le persone impiegate direttamente dalle società di gestione, ma anche per l’ampio indotto di strutture ricettive e servizi che ruotano intorno a una stazione sciistica. E non solo in Italia, al punto che a febbraio del 2024, anche la Corte dei Conti francese ha pubblicato un report allarmante sullo stato economico delle stazioni di montagna transalpine, come abbiamo raccontato anche noi sulle pagine de Lo Scarpone.
La globalizzazione del turismo invernale
In casa nostra la situazione è stata documentata in un libro, pubblicato ormai nell’autunno del 2022, con il titolo Inverno liquido: la crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa, scritto da Maurizio Dematteis e Michele Nardelli. A distanza di 4 anni, qual è la situazione? “In realtà – esordisce Dematteis – dalla pubblicazione del libro a oggi, i cambiamenti hanno riguardato la dimensione climatica, ulteriormente peggiorata, e lo stato delle medie stazioni sciistiche, che sono sempre più in crisi. Nulla è avvenuto a livello di sistema: si continua a investire e a promuovere un’attività che, con l’attuale aumento delle temperature, potrebbe sopravvivere al massimo per qualche decennio. La congiuntura creatasi dopo la pandemia aveva sostanzialmente dato il colpo di grazia alle realtà più piccole e a bassa altitudine. Ora la crisi è salita di quota nelle Alpi e soprattutto negli Appennini dove anche le stazioni di una certa dimensione iniziano a chiudere. Rimangono i grandi comprensori che continuano a dichiarare risultati positivi, soprattutto grazie alla progressiva globalizzazione del turismo invernale. La riduzione del tradizionale bacino di sciatori provenienti dalle città e dalla pianura, per i quali il costo di uno skipass inizia a diventare insostenibile, è stato compensato da consistenti flussi di sciatori con maggiori disponibilità economiche, provenienti da paesi più lontani e da altri continenti. Di conseguenza si continua a investire sul rinnovamento degli impianti di risalita e di innevamento artificiale per reggere la concorrenza in un mercato che, anche dal punto di vista dello sci, è diventato a tutti gli effetti globale. In questo senso grandi eventi come le Olimpiadi invernali diventano funzionali per promuovere e aumentare l’attrattività delle stazioni invernali. Ma i veri costi ambientali e sociali di questo modello non vengono calcolati”.
"La riduzione del tradizionale bacino di utenti, per i quali il costo di uno skipass inizia a diventare insostenibile, è stato compensato da consistenti flussi di sciatori con maggiori disponibilità economiche, provenienti da paesi più lontani e da altri continenti. Di conseguenza si continua a investire sul rinnovamento degli impianti" Maurizio Dematteis
L'industria della neve
A livello ecologico non è difficile capire che lo sci in pista impatta pesantemente sugli equilibri del territorio e sul consumo di un bene, come l’acqua, che sta diventando sempre più raro. Dal punto di vista sociale si creano pesanti disuguaglianze tra i comuni e le valli dove sorgono i comprensori, con quelli in cui non si scia. E basta la chiusura di uno skilift o di una seggiovia per provocare perdite di posti di lavoro, diminuzioni nel valore del patrimonio edilizio e, nei casi più gravi, chiusura di servizi ai residenti e spopolamento. Eppure, con la congiuntura climatica che renderà sempre meno sostenibile questo modello e che costringe gli enti pubblici a puntellare in varie maniere le società di impianti di risalita, come certificato anche nella relazione della Corte dei Conti francese, è difficile trovare alternative. “Lo sci alpino – prosegue Dematteis – è diventato una vera e propria industria, con tanto di indotto, e le società che gestiscono i comprensori sciistici lavorano per raggiungere i propri obiettivi produttivi. Le uniche proposte di differenziazione turistica sono volte a incrementare le presenze durante la stagione estiva perché l’offerta invernale non si può differenziare da quello che è l’elemento neve. Semmai ci sono alcune piccole o medie stazioni, all’estero, che tentano di modificare l’offerta e di adattarsi alla congiuntura. Per esempio nella stazione di Metabief, catena del Giura francese, è stato elaborato un piano di abbandono programmato dello sci perché si è presa consapevolezza che l’evoluzione ecologica e la vicinanza con stazioni svizzere ben più competitive rende poco ragionevoli ulteriori investimenti sulle infrastrutture del comprensorio. In maniera simile, in Svizzera vengono tagliati i contributi pubblici alle stazioni che non riescono ad aprire per un numero minimo di giornate per concentrare le risorse su quelle che hanno qualche possibilità di più di sopravvivere. In Italia invece, come abbiamo dimostrato nel dossier ‘Nevediversa’ realizzato da Legambiente all’inizio del 2026, lo stato e le amministrazioni locali continuano a investire sullo sci anche nelle piccole stazioni a bassa quota”.
Intanto non resta che volgere gli occhi al cielo, sperando nell’arrivo dell’oro bianco.