15 maggio 1948, nasce un grandissimo: Renato Casarotto

Spesso solitario, indifferente ai record di velocità che animano il suo tempo, firma imprese leggendarie, come la Trilogia del Frêney sul Bianco o la via che percorre gli interminabili 5 chilometri della cresta sud-est

 

15 maggio 1948 nasce Renato Casarotto, che per molti è l’ultimo alpinista classico. Un grandissimo, di sicuro.

“Sembra a disagio nel suo tempo nevrotico, dove anche gli alpinisti vanno misurandosi con la velocità. Lui ha fretta solo di recuperare il tempo perduto”.

Apparso dal nulla

Nell’estate del 1977 gira una notizia: uno sconosciuto solitario di Vicenza, un certo Casarotto, ha salito da solo una via diretta sulla parete nord del Nevado Huascarán, nelle Ande Peruviane. È stato in parete 17 giorni superando difficoltà estreme, assistito dalla moglie al campo base. Così si rivela il fenomeno Casarotto, che ha già quasi trent’anni e lavora ancora alle Ferrovie dello Stato e vorrebbe passare al professionismo. Metodico, timido ma animato dal fuoco interiore, sembra a disagio nel suo tempo nevrotico, dove anche gli alpinisti vanno misurandosi con la velocità. Lui ha fretta solo di recuperare il tempo perduto.

La Trilogia del Frêney

Nel 1978 il battesimo delle big wall: firma in quattro giorni la prima solitaria della via di Chouinard sulla parete sud del Mount Watkins. L’anno dopo, a gennaio, affronta senza
compagni il fantastico pilastro nord nord est del Fitz Roy, in Patagonia; posa alcune corde fisse e scala i 1500 metri di granito battuti dal vento con una grinta che ricorda il Bonatti del Petit Dru. Dedica il pilastro alla moglie Goretta, che lo aspetta come sempre. Nel 1980 tenta e fallisce il Makalu in inverno, ma dopo un anno di transizione, nel febbraio del 1982 realizza una delle più belle imprese concepibili da un uomo solo, la trilogia del Frêney: parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, via Ratti-Vitali; pilastro del Pic Gugliermina, via Gervasutti-Boccalatte; Pilone Centrale del Frêney, via Bonington-Whillans. Ormai è un maestro della stagione fredda e lo conferma dal 30 dicembre al 9 gennaio seguenti con la solitaria della parete nord del Piccolo Mangart di Coritenza, lungo il temutissimo diedro Cozzolino. Nel 1984 si sposta in Alaska e lascia la zampata del campione sul Mount McKinley, salendo l’interminabile cresta sud est, The ridge of no return: 5 chilometri di sviluppo, solitudine estrema, un labirinto di cornici infernali. E ancora sulle Alpi, nel marzo del 1985, chiude un caro progetto che gli è costato sei tentativi: la solitaria invernale della via di Giusto Gervasutti sull’austera parete est delle Grandes Jorasses.

La fine di un grandissimo

La sua vita finisce in un crepaccio del K2, dove tenta da solo la cresta sud ovest. Il 7 luglio 1986 raggiunge quota 8300, a 300 metri dalla vetta. La bufera lo costringe a scendere. Ci riprova il 14 luglio, il tempo si rimette al brutto e scende di nuovo, sfiduciato. Alla sera del 16 è di nuovo sul ghiacciaio, su un percorso che ormai conosce a memoria. Cede un ponte di neve. Ferito a morte, con la radio riesce a chiamare Goretta al campo, scattano i soccorsi, ma ormai non c’è più niente da fare. Nelle braccia di Gianni Calcagno muore uno dei grandi solitari della storia, un cavaliere fuori dal tempo. Forse Casarotto ha raccolto gli ultimi scampoli di un alpinismo antico e irriproducibile, apparentemente condannato alla via del tramonto. Forse il suo decennio (prima di internet) ha concesso l’ultima titanica e nostalgica rielaborazione della sfida originaria: soltanto l’uomo e la montagna, senza compromessi.