Primo incontro di coinvolgimento degli stakeholder tenutosi a Ormea il 22 maggio 2024 © Archivio progetto Forest EcoValue
Alta val Tanaro dalla torre di Barchi © Wikimedia Commons
Parco Naturale Valle Pesio Tanaro © Wikimedia commonsSi torna a parlare di foreste e di servizi ecosistemici con Forest EcoValue, un progetto realizzato dalla Regione Piemonte insieme a quattro partner europei – la Germania, la Slovienia, la Francia e l'Austria – finanziato dal programma europeo Interreg Alpine Space. L'obiettivo era esplorare, a livello transnazionale, la possibilità di creare strutture di mercato e sistemi di pagamento per i servizi ecosistemici forestali.
Capofifla del progetto è Finpiemonte, società finanziaria della Regione; per l'Italia c'erano anche Fondazione Lombardia per l'Ambiente, che collabora con amministrazioni pubbliche ed imprese private per elaborare strategie, piani regionali e locali, e Associazione Lombardia per la chimica verde, che si occupa di innovazione e sostenibilità nei settori della chimica, delle bioraffinerie e della bioeconomia. Per realizzare il progetto, Finpiemonte ha coinvolto, tra gli altri, IPLA – Istituto per le piante da legno e per l'ambiente – responsabile della gestione forestale pubblica del Piemonte, e Walden srl, startup che si occupa di gestione sostenibile delle risorse forestali e naturali in Italia.
Il progetto è iniziato a fine 2022, si è concluso a fine 2025, ed è stato suddiviso in due fasi: una metodologica e una di sperimentazione, che in Italia si è tenuta in Valle Tanaro, tra le Alpi di Cuneo. Per approfondirlo, abbiamo raggiunto Susanna Longo e Giovanna Bossi, rispettivamente responsabile reti e programmi europei e responsabile pianificazione strategica e relazioni esterne di Finpiemonte, oltre a Lucio Vaira, ceo di Walden srl.
I servizi ecosistemici
Prima di addentrarci nei dettagli del progetto, è utile chiarire il contesto di cui stiamo parlando, a partire dai servizi ecosistemici: si tratta di quell'insieme di prodotti e servizi che gli ecosistemi offrono naturalmente al genere umano. Tra il 2001 e il 2005 l'ONU ha realizzato il progetto MEA – Millennium Ecosystem Assessment – per monitorare i cambiamenti subiti dagli ecosistemi e valutarne le conseguenze. Lo studio ha individuato quattro categorie di servizi, così suddivisi:
supporto: la formazione del suolo, i cicli nutrienti e la produzione primaria di biomassa. Servizi fondamentali sui quali si innestano gli altri processi e servizi ecosistemici;
approvvigionamento: di cibo, di acqua pura, di fibre, di combustibile, di medicine;
regolazione: del clima, delle acque, dell'azione di agenti patogeni;
valori culturali: si tratta di benefici non materiali, come le occasioni di socialità e la possibilità di svolgere attività turistiche e ricreative nelle foreste.
A tali servizi è possibile attribuire un valore economico, che uno studio del 2012 – Delphi-based change assessment in ecosystem service values to support strategic spatial planning in Italian landscapes, di Rocco Scolozzi et al. – pubblicato su Ecological Indicators, ha stimato per l'Italia in 71,3 miliardi di euro/anno. Secondo un più recente studio di BCG - Boston Consulting Group - pubblicato nel marzo 2021, The biodiversity Crisis is business Crisis e ripreso in un altro report dell'aprile 2025 – A Value-Driven Approach to Nature-Based Infrastructure – a livello globale il loro valore supererebbe i 150 trilioni di dollari all'anno.
Attorno ad essi esiste già un mercato, che trasforma i benefici ambientali in valore economico. Basti pensare alla vendita di legname, di prodotti non legnosi come funghi, castagne, noci, di pacchetti turistici che abbiano a che fare con le foreste, ma anche alla creazione di posti di lavoro conseguente alla produzione di tali servizi e prodotti.
Crediti di carbonio e di biodiversità
Esistono poi i mercati dei crediti di carbonio o di biodiversità: le aziende possono investire in progetti certificati che hanno l'obiettivo di ridurre la quantità di carbonio nell'aria o aumentare la biodiversità. Ogni credito di carbonio certificato rappresenta la rimozione o la mancata emissione di 1 tonnellata di anidride carbonica nell'atmosfera; ogni credito di biodiversità rappresenta la rigenerazione di un'area misurabile, ad esempio 1000 m2.
A certificare i crediti sono enti appositi e indipendenti, che valutano i progetti e il rispetto di quattro criteri: la quantità di carbonio sequestrata deve essere individuata con precisione, spesso tramite norme ISO; la stessa non deve essere rilasciata nell'ambiente dopo la fine del progetto, che deve quindi garantire che l'assorbimento duri nel tempo; il progetto deve essere sostenibile, cioè non deve arrecare danni di alcun tipo all'ambiente.
Il mercato del carbonio viene introdotto con il Protocollo di Kyoto del 1996 – entrato in vigore nel 2005 – come meccanismo basato sullo scambio di quote di emissioni al fine di ridurle. In seguito, l'Accordo di Parigi del 2015, entrato in vigore nel 2016, ne ha definito gli aspetti tecnici e operativi.
Il mercato si divide in due segmenti: uno obbligatorio e l'altro volontario. Il primo è regolato per legge ed è per le industrie e il comparto aviazione, settori energivori che hanno l'obbligo di ridurre le proprie emissioni. In Europa questo mercato è EU ETS – Emission Trading System; il secondo è meno regolamentato ed è aperto a imprese, enti pubblici, anche a privati cittadini, che non hanno obblighi legislativi ma che vogliono finanziare progetti sostenibili e certificati – forestali, agricoli, di efficienza energetica o di energia rinnovabile, come ad esempio la riforestazione, l'utilizzo di impianti fotovoltaici per la produzione di energia rinnovabile. In questo caso i crediti servono per raggiungere obiettivi volontari di decarbonizzazione o per iniziative di responsabilità sociale.
I mercati dei servizi ecosistemici e dei crediti di carbonio e biodiversità non sono ancora sviluppati al 100%, pertanto l'obiettivo di Forest EcoValue è proporre modelli di business sostenibili e sistemi di pagamento per i servizi ecosistemici forestali, intercettando l'interesse degli investitori a finanziare progetti e offrendo loro dati, contestuali al momento della sperimentazione, ma misurabili, sui quali basare e orientare le scelte di investimento.
La Valle Tanaro e il problema della proprietà forestale
I servizi ecosistemici sono stati il focus del progetto, che ha lavorato in parallelo su quattro dimensioni diverse. Ce ne parlano le rappresentanti di Finpiemonte: "la prima dimensione è stata capire di che servizi ecosistemici stiamo parlando, come li misuriamo e dove si trovano, quindi ne abbiamo realizzato una mappatura; poi abbiamo capito quali servizi ecosistemici avessero maggiore potenziale economico finanziario, o quale fossero già sviluppati. Abbiamo poi individuato i possibili modelli di business e infine abbiamo fatto la sperimentazione in Valle Tanaro".
I luoghi scelti per la sperimentazione sono stati chiamati Living Lab. La Valle Tanaro è un territorio coperto per circa il 70% da foreste, soprattutto castagneti, faggete e boschi misti, caratterizzato da una criticità strutturale: la frammentazione proprietaria. Ci raccontano da Finpiemonte: "C'è un grosso problema di frammentazione delle proprietà in quella regione e in Italia in generale. Questo fa' sì che i proprietari considerino la gestione forestale come un costo e non come un'opportunità".
“C'è un grosso problema di frammentazione delle proprietà nella regione oggetto della ricerca e più in generale in Italia”. Finpiemonte
L'approccio è stato quindi quello del processo partecipativo: "Sono stati coinvolti fin da subito gli attori del territorio: i 30 comuni, tutte le amministrazioni, ma anche proprietari forestali, pubblici e privati, operatori che si occupano di gestione forestale sul territorio, possibili acquirenti di servizi eco-sistemici, privati cittadini interessati al progetto. Abbiamo cercato di mettere insieme tutta la catena del valore e di attivare anche delle filiere".
I dati sul problema della proprietà forestale in Italia, intercettato da questo progetto, ce li fornisce il Terzo Inventario Forestale Nazionale 2015: di circa 9 milioni di ettari di foresta, solo il 33% è pubblico; il restante 66% è privato, ed è in mano a singoli individui, famiglie, aziende agricole e, in alcuni casi, consorzi e proprietà collettive. La frammentazione costituisce un problema nelle scelte di gestione del bosco, perché si potrebbe creare un conflitto tra gli interessi particolari dei privati, proprietari del terreno, e quello superiore, pubblico e collettivo, alla difesa del suolo.
Nonostante questo, la legge italiana considera il patrimonio forestale parte del capitale naturale nazionale, nonché bene di rilevante interesse pubblico, da tutelare per anche per le generazioni future. Essa individua nella gestione efficace e razionale lo strumento per preservare il paesaggio e l'ambiente, per prevenire i rischi naturali, ma anche per valorizzare il potenziale economico del bosco. Tutto ciò rientra nella strategia forestale nazionale, introdotta nel TUFF – Testo Unico in materia di Foreste e Filiere Forestali – del 2018, pietra miliare in tema di foreste e relativa gestione. Il testo individua diversi livelli di gestione: il primo, obbligatorio, è il Piano Forestale Regionale, che traduce a livello territoriale obiettivi e priorità nazionali; poi c'è il Piano di indirizzo territoriale facoltativo, che integra le esigenze specifiche del territorio; infine un livello aziendale, attraverso i piani di gestione, che individuano gli interventi concreti.
Tuttavia, secondo il report 2024 di Legambiente "L'Italia è un paese forestale", ma solo il 18% delle foreste italiane è interessato da un piano di gestione forestale di livello aziendale e molte regioni non si sono dotate di un piano regionale.
I servizi ecosistemici della Valle Tanaro
I servizi ecosistemici sui quali si è concentrato il progetto sono la produzione, la promozione e la vendita di prodotti forestali non legnosi – come il miele, le castagne e i funghi – la tutela della biodiversità, l'incremento della capacità di assorbimento del carbonio, lo sviluppo di servizi turistici ed esperienziali.
Lucio Vaira, il CEO di Walden s.r.l., ci ha spiegato in cosa è consistita la sperimentazione: "Abbiamo organizzato momenti di incontro tra vari stakeholder, nello specifico enti pubblici, alcune piccole imprese delle filiere turistiche o alcune imprese forestali, qualche associazione fondiaria e un corso forestale, semplici cittadini interessati alla tematica. Durante gli incontri sono emersi temi, problemi e opportunità offerte dal territorio. Poi abbiamo fatto analisi di mercato di tutto il contesto: quanto costa ripristinare un bosco e gestirlo? Certificare i servizi ecosistemici? Per questi o per i prodotti abbiamo fatto un'analisi di mercato sui potenziali prezzi di vendita e abbiamo costruito una specie di modello di business integrato che considerasse tutti questi aspetti".
E da Finpiemonte aggiungono che queste analisi sono servite per associare a ciascun servizio ecosistemico un valore economico, quindi un potenziale ricavo. Sottolineano anche che: "Il vero sforzo è stato capire quanto costa produrre, ad esempio, un barattolo di miele, perché il prezzo di vendita già lo sappiamo. Per produrlo, invece, bisogna recuperare il terreno e mantenerlo, anche in una prospettiva futura. E si tratta di costi a carico dei proprietari del bosco. Costi che per una persona sola, che produce un solo prodotto, potrebbero essere proibitivi. Se invece il bosco è gestito collettivamente, lo stesso costo è ripartito tra più realtà e diventa accessibile".
Sulla base di questo tipo di lavoro, è emerso che il 60% dei costi di gestione del bosco sarebbero coperti dai ricavi delle vendite, mentre per il restante 40% si devono trovare altre fonti di finanziamento. Finpiemonte afferma che queste potrebbero essere "i crediti di carbonio e di biodiversità, ma anche una contribuzione pubblica. La gestione sostenibile e responsabile delle foreste ha infatti un impatto sulla difesa del suolo: previene fenomeni di erosione, di degradamento del territorio".
I crediti tra costi e opportunità
Dalla sperimentazione in Valle Tanaro sembra emergere l'imprescindibilità del finanziamento pubblico in tema di gestione delle foreste. Ritorna anche nelle parole di Lucio Vaira, con cui approfondiamo il tema del mercato volontario dei crediti di carbonio e biodiversità, altra possibile fonte di finanziamento dei progetti sostenibili, non esente da problemi: "Ad oggi non esiste ancora un registro per questi crediti, e i progetti che li generano potrebbero avere problemi di trasparenza, o di coerenza sulla stima della quantità di carbonio sequestrata".
Ricordiamo che a dicembre 2025 il MASAF – Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste – e il MASE – Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica – hanno approvato un decreto interministeriale che approva le linee guida per l'attuazione del Registro pubblico dei crediti di carbonio generati su base volontaria dal settore agricolo e forestale. In questo modo sarà possibile, da una parte, portare omogeneità ad un mercato frammentato e poco regolato; dall'altra, ottenere tracciabilità e trasparenza.
Correlato a questo problema, c'è quello del prezzo poco competitivo dei crediti di carbonio italiani. Lucio ci spiega che "chi vuole investire in progetti sostenibili non è costretto a comprare crediti generati da imprese italiane o di alta qualità, ma può farlo anche acquistando da paesi terzi, dove i costi sono più bassi".
A incidere maggiormente sul prezzo finale, secondo Lucio, sono i costi di gestione forestale per realizzare il progetto che origina il credito: "sono onerose le attività di pianificazione e di monitoraggio, necessarie dopo aver realizzato grandi interventi, e richiedono un dispiegamento di forze anche in termini di risorse umane".
È su queste premesse che si inserisce il discorso relativo al finanziamento pubblico: "Questi progetti hanno un impatto grosso sulla collettività: sulla scia delle politiche di sostegno all'agricoltura, potrebbero svilupparsi misure di sostegno pubblico affinché chi produce crediti di carbonio in Italia possa entrare sul mercato a prezzi più competitivi".
"Potrebbero svilupparsi misure di sostegno pubblico affinché chi produce crediti di carbonio in Italia possa entrare sul mercato a prezzi più competitivi". Lucio Vaira
Oltre all'investimento iniziale, la gestione sostenibile delle foreste, che genera crediti di carbonio, richiede quindi ulteriori investimenti: "se devo mantenere in salute una foresta per proteggere un tunnel o una strada, devo fare un intervento specifico che non ha un rientro diretto in termini di denaro. E questo può accadere anche in spazi privati, in cui serve un incentivo pubblico per la manutenzione perché si tratta di tutelare interessi pubblici. Lo stesso discorso vale anche per la protezione delle infrastrutture, della biodiversità o per le funzioni turistiche: tanti sentieri passano attraverso proprietà private. Ma se si lasciano in stato di abbandono, si potrebbero avere delle conseguenze: rischio di incendi, perdita di biodiversità, dissesto idrogeologico. In alternativa, si creano degli schemi per riuscire a gestire questi terreni".
Finanza ambientale
Durante il progetto si è ragionato su chi possa investire capitali nella gestione delle foreste. È Finpiemonte a parlare: "per attuare una gestione attiva e responsabile della foresta servono risorse. Serve qualcuno disposto ad anticiparle, perché i ricavi arrivano nel tempo. Abbiamo pensato di coinvolgere gli investitori finanziari – banche, fondazioni filantropiche, società finanziarie – che sono interessati al tema della finanza ambientale, cioè a finanziare attività che hanno un impatto positivo sull'ambiente".
La finanza ambientale investe capitali in progetti che generano non solo un profitto economico ma che siano sostenibili per l'ambiente, includendo nei criteri di valutazione i tre fattori ESG: ambientali, sociali e di governance. Così la tutela dell'ambiente entra nelle logiche del mondo finanziario.
“La grossa difficoltà di questi attori – continuano da Finpiemonte – è avere dati. Gli investitori danno risorse sapendo che il progetto può garantire un impatto ambientale. Forest EcoValue è importante perché ha consentito di definire degli indicatori, delle metriche condivise su cui si può aprire un confronto con questi investitori. Ma si tratta di un primo passo, bisogna ancora lavorarci. In futuro, con alcune banche del territorio, si possono definire dei pacchetti di investimento su misura per le esigenze dei proprietari terrieri. Faccio un esempio: il finanziamento foresta, che avrà un determinato periodo di restituzione, calibrato sulle esigenze di chi lo chiede, e con un tasso di interesse che, al raggiungimento di alcuni obiettivi ambientali, può scendere”.
Sul tema della finanza ambientale, le rappresentanti di Finpiemonte raccontano la propria esperienza: "Nella nostra attività abbiamo sempre raccolto interesse da parte delle banche in questo tipo di iniziative. Sulle tematiche ambientali ce n'è molto, perché i risultati sono misurabili, è possibile avere dati oggettivi di impatto – la riduzione dell'erosione del suolo o delle emissioni – quindi ci sembra possibile arrivare a definire prodotti per la gestione ambientale".
Sviluppi pratici
Come è stato più volte ribadito sia da Finpiemonte sia da Walden srl, nonché descritto negli obiettivi del progetto, quest'ultimo non è stato realizzato per sviluppare un mercato o azioni migliorative sul territorio in senso fisico. È stata fatta una modellizzazione economica, i cui risultati sono disponibili sulla pagina Forest EcoValue del sito Interreg Space Alpine.
Esiste comunque la volontà di portare avanti i risultati raggiunti. Ci dicono da Finpiemonte: "Abbiamo già candidato un altro progetto su un programma europeo, speriamo di avere il finanziamento perché questo andrebbe a raccogliere i risultati di Forest EcoValue per fare quel passo in più in termini di modelli e prodotti finanziari. Ma come Finpiemonte, vorremmo confrontarci con le banche del territorio per provare a costruire qualcosa a prescindere dai finanziamenti europei".
In tema di replicabilità, ci dicono che "è un tema molto importante ed è legata alle condizioni di partenza. Abbiamo cercato di fornire strumenti e linee guida che permettano di percorrere un ragionamento analogo. I dati che abbiamo raccolto e aggregato possono essere dei riferimenti da cui partire".
Sul punto, Lucio Vaira precisa che: "i dati vanno sempre aggiornati, anche con nuovi progetti di stima, perché possono essere influenzati da tanti fattori. Già ora, per esempio, la crisi energetica che stiamo affrontando genera dei rincari di tutti i lavori che comportano spese di spostamento, di macchinari e così via".
Da Finpiemonte continuano: "il valore aggiunto del progetto è l'approccio metodologico, l'indicazione delle fonti. Noi abbiamo lavorato in Valle Tanaro, ma si può fare anche altrove in Piemonte o sull'Appennino. Il progetto è stato un punto di partenza, non di arrivo. Abbiamo gettato una serie di basi metodologiche e conoscitive. Ma da qui in poi c'è ancora molto da portare avanti".