3 giugno 1950, la prima sull'Annapurna: il prezzo della libertà

Maurice Herzog dirige una spedizione che affronta rischi altissimi e che paga un prezzo altrettanto importante. "Giocando alle frontiere della vita e della morte, abbiamo trovato quella libertà che oscuramente ricercavamo"

 

Dopo la seconda guerra mondiale l’Himalaya e il Karakorum diventano una strana contesa in tempo di pace, a chi arriva in cima per primo. Ogni paese uscito dal conflitto vuole mettere la bandiera su un gigante dell’Asia. I vincitori vogliono una primizia per avvalorare la supremazia militare, gli sconfitti invece cercano un riscatto. In altre parole i quattordici ottomila (che includendo tutte le cime sono molti di più) offrono il sigillo della supremazia ai
forti e un’occasione di risarcimento simbolico ai vinti.

A ciascuno il suo

Per ragioni storiche ogni nazione ha il “suo” ottomila: l’Everest è degli inglesi, il Nanga Parbat dei tedeschi, il K2 degli italiani… Ma sono i francesi, rompendo gli indugi, che nel 1950 vanno all’assalto dell’Annapurna, la Dea dell’Abbondanza, 8091 metri, cima non altissima ma molto pericolosa, dove bisogna affrontare una spietata sequenza di cascate di ghiaccio e seracchi pericolanti, dormendo in zone a rischio. La montagna sacra è un terno al lotto per ogni alpinista e soprattutto per i pionieri del dopoguerra.

L'Annapurna di Maurice Herzog

La spedizione diretta da Maurice Herzog ha il permesso di entrare nel Regno del Nepal e può dunque avvicinarsi al versante settentrionale. “L’immenso versante nord con i suoi fiumi di ghiaccio scintilla di luce. Non ho mai visto una montagna così grande in ogni proporzione. È un mondo nello stesso tempo rutilante e minaccioso, dove l’occhio si perde” scrive Herzog nel libro sulla spedizione che sarà un best seller e verrà tradotto in molte lingue. 

“L’immenso versante nord con i suoi fiumi di ghiaccio scintilla di luce. Non ho mai visto una montagna così grande in ogni proporzione" Maurice Herzog

I pericoli oggettivi dell’ascensione sono altissimi, e anche se le cordate di punta si affidano a Lionel Terray, Louis Lachenal e Gaston Rebuffat, tra i migliori alpinisti e guide, la salita si rivela bestiale. Il prezzo è alto: Herzog e Lachenal, in vetta il 3 giugno 1950, scendono esausti e gravemente congelati. Si salvano grazie alla forza e allo spirito di corpo dei compagni, primo fra tutti il medico-alpinista Jacques Oudot. Terray si sacrifica oltre ogni limite per portare a valle l’amico Lachenal, che non sarà mai più l’alpinista di prima ed entrerà in una spirale di depressione. 

"Abbiamo trovato quella libertà che oscuramente ricercavamo e di cui avevamo bisogno come del pane".

La vittoria gli costerà cara, come allo stesso Herzog che – gravemente amputato – scriverà: "La montagna è stata un’arena naturale dove, giocando alle frontiere della vita e della morte, abbiamo trovato quella libertà che oscuramente ricercavamo e di cui avevamo bisogno come del pane". E ancora: “L’Annapurna, verso cui eravamo andati a mani nude, è un tesoro sul quale dovremo vivere per il resto dei nostri giorni. Con questa coscienza giriamo pagina: una nuova vita comincia. Ci sono altre Annapurna nella vita degli uomini”.