Falò in Val Codera © Archivio personale Marco Pietripaoli
Escursione in Val Codera © Archivio personale Marco Pietripaoli
Escursione in Val Codera © Archivio personale Marco Pietripaoli
Salita da Chiareggio al rifugio Gerli Porro © Archivio personale Marco Pietripaoli
Al Rifugio Forni con disabili con joilette © Archivio personale Marco Pietripaoli
Passo Gavia con il CAI di Valfurva © Archivio personale Marco Pietripaoli
Lughina (Villa di Tirano) © Archivio personale Marco Pietripaoli
Verso il Passo di Dosdè dalla val Viola © Archivio personale Marco Pietripaoli
Lago di Venere (Val Grosina occidentale) © Archivio personale Marco Pietripaoli
Passo di Vermolera (Pas di Matt) © Archivio personale Marco Pietripaoli
Il 21 giugno, durante la giornata nazionale del Sentiero Italia CAI, Marco Pietripaoli ha ottenuto il premio di ambasciatore SICAI nella categoria “valorizzazione ed inclusione”, per il progetto Ritmo dei passi. Dal 2024 sta attraversando il Sentiero Italia CAI, un pezzo alla volta, ogni anno una regione. Nel farlo, coinvolge associazioni territoriali, cammina con ragazzi con disabilità, autismo, con persone detenute, organizza e partecipa a eventi. Dal 2024 ha già percorso circa 1142 chilometri e con il suo progetto ha avviato processi sui territori e ha creato aggregazione tra le comunità locali.
La notizia in cammino
Cosa stavi facendo quando hai ricevuto la notizia di essere stato nominato ambasciatore SICAI?
Ero in cammino. A un certo punto il telefono mi ha vibrato e sul Garmin al polso ho letto "Mario Vaccarella" [membro del Comitato direttivo centrale, ndr]. Quel messaggio dovevo leggerlo. E infatti mi faceva i complimenti per aver ricevuto il titolo. Ho provato a chiamarlo ma era in riunione quindi non siamo riusciti a sentirci di persona.
Come si cammina dopo avere ricevuto una notizia del genere?
La prima oretta ero più leggero e pimpante, forse anche perché ero in discesa. Poi sono tornato normale.
Sei contento di questo premio?
Sono contento di avere il sostegno del CAI per questo mio progetto. Per me è una validazione e questa è una base fondamentale per portarlo avanti anche nei prossimi anni. Però voglio confrontarmi con il CAI e sapere cosa si aspetta da me.
In pensione sul sentiero SICAI
Perché nasce Ritmo dei passi?
Nasce in due fasi: quando mi mancava circa un anno per la pensione, ho iniziato ad immaginare cosa avrei potuto fare, e tra le varie passioni avevo in un cassetto semiaperto quella di camminare in montagna. Ogni tanto la tiravo fuori, ma meno di quanto desideravo. Ho scoperto per caso che esiste il Sentiero Italia, un'idea bellissima di percorso che concatena tanti altri sentieri lungo la dorsale alpina, appenninica, fino alle isole. Ho deciso di percorrerlo un pezzo alla volta. So che c'è chi lo fa tutto insieme, ma io non avevo voglia, interesse e opportunità per farlo così.
“Quando mi mancava circa un anno per la pensione, ho iniziato ad immaginare cosa avrei potuto fare, e tra le varie passioni avevo in un cassetto semiaperto quella di camminare in montagna. Ogni tanto la tiravo fuori, ma meno di quanto desideravo”.
E la seconda fase?
Conosco il presidente del CAI, i presidenti di AGESCI, di CSVNet, il portavoce dell'ASviS, quindi un giorno sono riuscito a fare una call con tutti loro e ho proposto di fare eventi ed iniziative con le loro sedi locali sui temi dell'educazione, dell'ambiente, della montagna, della cultura, del vivere in montagna, nelle aree interne. Ho ricevuto un coro di sì.
Com'è stata l'accoglienza del territorio?
Ho iniziato a contattare i referenti locali che non mi conoscevano, e loro pensavano "Chi è sto matto? Cosa vuole da noi?" ma si sono fidati. Spesso i membri di queste associazioni non si conoscono neanche tra di loro e quindi fanno attività da soli. Uno dei valori aggiunti di questo progetto è fare networking, mettere insieme storie, competenze, capacità e organizzare iniziative utili, interessanti, sostenibili.
“Uno dei valori aggiunti di questo progetto è fare networking, mettere insieme storie, competenze, capacità e organizzare iniziative utili, interessanti, sostenibili”.
Questione di organizzazione
Quando inizi ad organizzare gli eventi da fare in cammino?
L'autunno dell'anno prima faccio una prima riunione con tutti i referenti per l'estate successiva, e poi faccio riunioni separate con i locali: una con il CAI, una con AGESCI e così via. Poi ancora creo i gruppi misti locali, più o meno provinciali: per quest'anno ho fatto il gruppo Sondrio, dove c'erano tutte le associazioni locali insieme; poi Como, Varese e così via. Insieme immaginiamo e progettiamo gli eventi, ma sono loro che danno le idee. A volte ho ricevuto dei no, la maggior parte delle altre volte, invece, è stato un sì. Il primo anno abbiamo organizzato 6 eventi, l'anno scorso 15, il che significa avere un evento ogni due giorni di camminata.
Raccontaci qualche evento.
Qualche giorno fa ero all'Alta Acqua Nera, al rifugio Cristina. Sono sceso a Sondrio e abbiamo fatto un evento con la sede CAI su come si lavora e vive in montagna, e sulle forme di aggregazione della proprietà nei domini comuni, una tipologia di proprietà privata ma anche collettiva. C'era una docente universitaria di Trento, il gestore di una malga su un dominio comune e io che camminavo lì. È stata una bella serata con circa 30 persone. Poi sono stato con un gruppo di scout con il CSV di Sondrio Monza Lecco, sia con persone con disabilità, che vengono su con una joelette, sia con persone detenute.
Cosa avete fatto?
Abbiamo camminato tutti insieme per 2 ore, eravamo circa 25 persone. Poi a Como camminerò con un gruppo di pazienti psichiatrici della ASL locale. Io non lo sapevo, ma queste persone, con i loro operatori e altri volontari, stanno girando l'Italia con 3/4 trekking all'anno.
Come si preparano questi eventi?
Capiamo la fattibilità, l'utilità, il senso e la forma, e costruiamo qualcosa che possa andare bene a tutti. La montagna è di tutti e ognuno può trovare il proprio modo per approcciarla. Offre possibilità diverse e certamente ce n'è una giusta per tutti, che dà modo di viverla serenamente. Bisogna prepararsi, avere le attrezzature e le precauzioni giuste, ma si incontrano le persone, le comunità, i territori.
"La montagna è di tutti e ognuno può trovare il proprio modo per approcciarla. Offre possibilità diverse e certamente ce n'è una giusta per tutti, che dà modo di viverla serenamente".
Per questo il progetto si chiama "Ritmo dei passi"?
Sì, il nome è questo per due motivi: sia perché ognuno con il proprio ritmo può andare in montagna, ma anche perché nel ritmo scopri delle cose, quindi è un ritmo che deve sapersi anche fermare, laddove serve. Per conoscere e vivere il territorio che stai attraversando. La montagna e i luoghi che sto attraversando non sono anonimi, sono posti di vita, e guai se ci cammini senza capire che vita c'è in quei luoghi. E il ritmo ti aiuta anche a guardarti intorno, a capire, osservare, incontrare, parlare.
“La montagna e i luoghi che sto attraversando non sono anonimi, sono posti di vita, e guai se ci cammini senza capire che vita c'è in quei luoghi. E il ritmo ti aiuta anche a guardarti intorno, a capire, osservare, incontrare, parlare.”
L'incontro con l'inaspettato
A questo proposito, conoscevi già i territori che stai attraversando? Ti sei documentato in qualche modo?
Mi ero preparato qualcosa, però questo è un altro elemento importante ed interessante del camminare diversi giorni in montagna: incontrare l'inaspettato. Qui incontri persone, situazioni, territori, ambienti, e anche se li hai già studiati, non li capisci finché non li calpesti passo dopo passo. E in questi due anni e mezzo me ne sono capitate di situazioni inaspettate!
Ad esempio?
L'anno scorso sono arrivato a Rovere della Luna (provincia di Trento ndr), ero in contatto con la Proloco perché avevamo organizzato un percorso con un gruppo di ragazzi provenienti da un paio di comunità di recupero dalle dipendenze. Il presidente mi ha chiesto di fermarmi un quarto d'ora per conoscerci di persona davanti ad un caffè, poi mi ha chiesto di rimanere un'altra mezz'ora. Io dovevo ancora salire 700 m, però sono rimasto. Mi ha portato in una scuola elementare dove c'era un centro estivo per bambini dai 6 ai 10 anni a raccontare il mio progetto. I bambini mi hanno tempestato di domande per tre quarti d'ora, finché una bimbetta mi ha chiesto "Potrei provare a mettermi in spalla il tuo zaino?" e da lì tutti in fila per provarlo. Questa cosa nessuno l'aveva programmata, ed è avvenuta.
I bambini mi hanno tempestato di domande per tre quarti d'ora, finché una bimbetta mi ha chiesto "Potrei provare a mettermi in spalla il tuo zaino?" e da lì tutti in fila per provarlo.
E come stava il tuo zaino addosso alla bambina?
A momenti cadeva a terra! L'ho dovuta aiutare perché era uno zaino di 10 kg.
Un territorio che collabora
Questi incontri che avvengono avviano dei processi che si sviluppano anche dopo il tuo passaggio?
Sì e questo è proprio il fine ultimo del progetto. Che i referenti delle organizzazioni collaborino tra di loro. Ad esempio, l'anno scorso, nel Parco Naturale Somadida [nel comune di Auronzo di Cadore, BL ndr], con il CSV di Belluno, gli scout del territorio e i gestori di una struttura di cui non ricordo il nome, abbiamo organizzato una camminata con persone con disabilità. Sono venuti in pullman, saremo stati in 80, un evento riuscitissimo. E quest'anno l'hanno riorganizzato in autonomia, cioè senza di me.
E vista l'utenza con esigenze particolari, ci sono stati problemi di organizzazione?
Se i rifugi non avevano, ad esempio, il bagno attrezzato, me lo comunicavano e le persone si organizzavano in modo autonomo. Ci abbiamo sempre messo un pensiero, abbiamo sempre chiesto e verificato. L'obiettivo è organizzare esperienze utili, sensate, fattibili e sostenibili.
Con quante organizzazioni hai partecipato fino ad ora?
Dal 2024 saranno circa 150, ho messo tutti i loghi sul sito. È stato un lavorone, e quando torno ricomincerò per organizzare il cammino dell'anno prossimo, quindi mi dedicherò ai contatti con le organizzazioni del Piemonte e della Val d'Aosta.
Sul tuo sito hai messo i tuoi riferimenti e le tappe del tuo viaggio, così chi vuole raggiungerti può farlo. È successo?
Per il momento mi hanno raggiunto solo gli amici, mio figlio con la moglie e mia nipote. Però l'anno scorso è accaduta una cosa molto simpatica. Ero in Val di Non, ad una serata di circa 40 persone con il CAI e la SAT di Trento sul tema del rapporto tra uomini e grandi carnivori e alla fine un partecipante mi dice che voleva unirsi alla mia camminata. In quei giorni era con un'accompagnatrice di media montagna del progetto Strade maestre quando questo signore ci ha raggiunti. Abbiamo scoperto che di mestiere fa la guardia forestale per la comunità montana locale e ogni 5 metri si fermava per spiegarci la vegetazione che ci circondava.
Insomma una giornata educativa! Ti aspettavi che il progetto avesse questo successo?
Devo dire, sommessamente, che ci speravo, ma non ci contavo. Non come si sta rivelando adesso, che è molto più bello di come immaginavo. All'inizio era un 70% camminare e 30% eventi, oggi siamo al contrario: gli eventi sono diventati molto più importanti di tutto il resto. Ed è bello così! Il primo anno non ero sicuro di riuscire a fare 24 giorni di cammino di fila perché non l'avevo mai fatto. Mi sono messo alla prova.
“Ho sempre pensato che le montagne dividessero. E invece uniscono. Perché la montagna è difficile, è dura, e allora ci si aiuta, quando si cammina ci si saluta”.
Questi primi tre anni di cammino ti hanno cambiato?
Ancora non lo so, ma sicuramente mi hanno aperto la mente, hanno allargato la mia visuale. Già sapevo che siamo infinitesimali nel nostro mondo, e qui ci sono tante bellissime diversità che sono una ricchezza, non un ostacolo. In questi giorni poi sto ragionando sul tema dei confini. Ho sentito un documentario in cui le popolazioni di montagna, in passato, venivano presentate come più unite. Poi, con gli stati moderni, i crinali di montagna sono diventati luogo di confini. Allora questo tema della vicinanza dei popoli, della pace, della fraternità lo sto riscoprendo ora nella dimensione montana perché ho sempre pensato che le montagne dividessero. E invece uniscono. Perché la montagna è difficile, è dura, e allora ci si aiuta, quando si cammina ci si saluta. In città invece no, ognuno pensa di essere autonomo e autosufficiente. Ecco perchè è più facile fare discorsi sulla valorizzazione, l'inclusione, l'accoglienza in montagna rispetto alla città. E prima di due anni fa, non l'avrei mai detto.