Il prete alpinista Joseph-Marie Henry
Un discendente del mitico Cagliostro
Vista del Parco Nazionale Gran Paradiso dal Colle del Nivolet © wikicommons
Vista del Parco Nazionale del Gran Paradiso © Wikimedia Commons
La normale nel tratto sommitale © Wikicommons - CC BY-SA 3.0
Il Gran Paradiso è una cima bellissima, nel cuore del parco nazionale che porta il suo nome, anche se il riscaldamento climatico sta erodendo i ghiacci ai suoi fianchi e per vederlo bianco com’era, e non è più, bisogna salire in alta Valsavarenche a fine inverno o in primavera, prima che il sole smagrisca la neve della via normale e della parete nord, ingrigendole.
Una prima “lavorata”
La prima salita della cima di 4061 metri, l’unico quattromila interamente in territorio italiano, è stata firmata il 4 settembre 1860 dai soliti inglesi – John Jeremy Cowell e W. Dundas con le guide di Chamonix Michel Payot e Jean Tairraz – che salirono lungo il tracciato dell’attuale via normale del ghiacciaio occidentale. In assenza di ramponi i pionieri dovettero tagliare oltre mille gradini nel ghiaccio vivo; la salita durò ben nove ore. Il 4 luglio 1954, in occasione dell’Anno Mariano, fu
trasportata sulla cima la statua della Madonna, il profilo della vergine bianca in atto di preghiera che si ispira alla Madonna di Lourdes. La Madonna del Gran Paradiso.
Un asino in paradiso
Dopo la prima ascensione britannica, per lungo tempo la montagna fu visitata da pochi alpinisti e trascurata dai valligiani. Non era di moda perché defilata rispetto ai centri alla moda. Di questo si rammaricava il prete-alpinista valdostano Joseph-Marie Henry, desideroso di far conoscere al mondo intero “quali emozioni profonde, soavi e grandiose dona l’alta montagna” e quanto fosse facile la salita al Gran Paradiso. A scopo promozionale l’abbé Henry ebbe un’idea: provare a portare un asino sulla vetta, così da dimostrare che "se gli asini vanno sul Gran Paradiso, a maggior ragione possono farlo le persone…". Fu così che il 3 luglio 1931 l’asino Cagliostro salì la via normale munito di cinque chiodi per ogni ferro e guidato con due corde di canapa dallo stesso abbé e dall’amico Dayné. L’animale raggiunse senza fatica la crepacciata terminale, la superò e si fermò sulla cresta sotto la cima: “Dopo qualche minuto – scrive Henry – alzando la testa Cagliostro guardò, da sopra la cresta, lo spaventoso abisso che si apre sul versante di Cogne. Poi pieno di gioia e di legittimo orgoglio, lanciò un formidabile jodel che fece tremare dalle fondamenta i massi sconnessi e ammonticchiati della cima”.
"Se gli asini vanno sul Gran Paradiso, a maggior ragione possono farlo le persone…". Joseph-Marie Henry
L’asino alpinista rientrò a valle con qualche scivolone, ma illeso, e fu un gran lancio per la montagna che oggi è uno dei quattromila più frequentati delle Alpi, ed è anche apprezzata meta sci alpinistica primaverile.
Da aprile a settembre bisogna prenotare con molto anticipo per assicurarsi una cuccetta e un pasto caldo al rifugio Vittorio Emanuele II o al rifugio Federico Chabod, i due punti di appoggio valdostani per salire il Paradiso. Di giorno pesa l’incognita dell’overtourism, che per un parco è un paradosso, ma di sera il numero chiuso riporta l’equilibrio e si possono vedere gli stambecchi a pochi passi dai sentieri, quasi domestici.