Un tramonto indimenticabile colora le cime svizzere e austriache © Denis Perilli
Un gipeto in volo © Frida Lannerstrom, Unsplash
La cresta che porta al Rifugio Payer, visibile a sinistra © Denis Perilli
Primo piano di un gipeto adulto © Pixabay
L'Ortles dal Rifugio Payer © Denis Perilli
Il Rifugio Payer e l'Ortles © Denis Perilli
Un giovane gipeto © Pixabay
Il ghiaccio stratificato della calotta dell'Ortles © Denis PerilliQuando si giunge a Solda, località turistica ubicata nell’omonima valle altoatesina che si stacca dalla Val Venosta, lo sguardo punta subito in alto. È difatti impossibile resistere alla tentazione di scrutare nel dettaglio quella costruzione che fa capolino lassù, alla testata di una parete verticale e antistante una massa glaciale piuttosto notevole. È il rifugio Payer, posto a 3029 m quale punto di partenza per la via normale all’Ortles o di arrivo per curiosi escursionisti che vogliono godersi un tramonto che non di rado va a colorare centinaia di cima sparse fra le Alpi austriache e svizzere.
Un tramonto indimenticabile colora le cime svizzere e austriache © Denis PerilliL'escursione al rifugio
Per raggiungerlo si deve iniziare a camminare dalla Chiesa parrocchiale di Santa Gertrude o dal parcheggio della Funivia Solda (1900 m), seguendo il segnavia CAI n. 7 che si snoda inizialmente in un vecchio bosco di larici e pini cembri. A leggere sulle cartine, o mappe che dir si voglia, si rinvengono nomi impressionanti del tipo Vedretta fine del mondo, toponimo che allude alle antiche colate glaciali che oramai hanno lasciato spazio a quantità di detriti di esagerate dimensioni. Un ultimo salto erboso porta, dopo circa 2 ore di fatiche e libere visuali, al Rifugio Tabaretta (2556 m), dove le emozioni possono iniziare ad amplificarsi se il gipeto già decide di dare spettacolo con le sue evoluzioni in aria.
Uno spettacolo in cielo
Non è raro, infatti, scorgere il grande avvoltoio che, in tarda mattinata sfrutta le termiche (correnti d’aria calda ascendente) per veleggiare sopra la valle. Dopo una pausa contemplativa non rimane che riprendere il cammino assecondando la comoda traccia che taglia un grande ghiaione che adduce ai 2870 metri della forcella dell’Orso, oltre cui ci si affaccia sul versante del passo dello Stelvio e sulla serpentina di tornanti che lo raggiungono. In questo tratto conviene non aver fretta e prendersi il tempo necessario per osservare le masse glaciali (o quel che rimane) del Cevedale e della Palla Bianca, cima di confine con l’Austria. Si svolta ora decisamente a sinistra, iniziando a puntare verso il rifugio Payer, che già si intravvede al termine della cresta rocciosa che si spegne a ridosso della calotta glaciale dell’Ortles, anch’essa chiaramente in via di riduzione. Alcune corde fisse e dei larghi ponti di legno facilitano il percorso che, dopo 3 ore e mezza dalla partenza, si conclude (almeno per gli escursionisti) presso la struttura d’accoglienza, che mostra ancora i tratti salienti originali, quelli improntati dalla sezione di Praga del Club Alpino Austro-Tedesco, dal progettista Johann Stüdl e dal capomastro Georg Pichler. In realtà la costruzione originale è stata ampliata nel 1885, con l’aggiunta di un piano, e ristrutturata nel 1893-1894.
Il rifugio Payer e l'Ortles © Denis PerilliDa qui si può tornare in giornata oppure soggiornare per chiudere poi un interessante anello che tocca il Rifugio del Coston e il Rifugio Milano (www.loscarpone.cai.it/dettaglio/i-rifugi-dell-ortles).
Quell’avvoltoio così strano
Il gipeto (Gypaeto barbatus), noto un tempo anche come avvoltoio barbuto ed erroneamente come avvoltoio degli agnelli, è un enorme avvoltoio, rapace appartenente alla famiglia Accipitridae, di cui abbiamo già parlato in un recente scritto. Diciamolo subito, gli agnelli centrano poco con lui, anzi nulla, visto che la sua dieta si basa quasi quasi integralmente sul midollo delle ossa di animali che vengono cacciati da altri predatori. È, in poche parole, uno spazzino che usa tecniche raffinate quali il far precipitare le ossa più grandi per farle schiantare così da farne uscire il (in questo caso ricercato) cibo che sta all’interno. In realtà è in grado di inghiottire ossa lunghe anche 20-30 centimetri, avendo la parete dell’esofago indurita da cheratina ed essendo dotato di succhi gastrici in grado di sciogliere la struttura saline delle stesse.
È l’uccello più grande fra quelli nidificanti sulle Alpi, potendo raggiungere un’apertura alare di 280 cm, una lunghezza di 115 centimetri e un peso di 7 chilogrammi.
Il suo nome scientifico ci dà delle chiare indicazioni: “gyps” in greco significa aquila, “aetos” significa aquila. Ecco quindi che la sua morfologia lo colloca in una posizione intermedia fra i due estremi, con le ali ben più strette di quelle dei classici avvoltoi e una lunga coda cuneiforme che lo rendono inconfondibile se osservato in volo. Ancor più inconfondibile, e per certi versi singolare, diviene se osservato da fermo e da vicino. La testa porta un becco relativamente snello e adunco, adornato su entrambi i lati da due barbigli neri che contrastano con il colore di fondo bianco delle minuscole piume. L’occhio è però quello che colpisce di più, con la sua iride gialla circondata da una membrana perioculare di color rosso.
Primo piano di un gipeto adulto © PixabayPure la colorazione del piumaggio sembra voler sfuggire alle regole che noi immaginiamo per i rapaci, con una parte superiore scura nero bluastra) e il petto di un giallo-aranciato che non lascia spazio ad equivoci, (qualche raro esemplare ha il il petto biancastro) anche se lo si scorge in volo. I giovani, al contrario, sono scuri e meno aggraziati.
È una specie longeva, in grado di raggiungere i 25 anni d’età. Pure il ciclo riproduttivo appare lungo, iniziando in autunno e protraendosi fino a quando i giovani abbandonano il nido, ossia nel momento in cui i genitori sono già pronti per dare il via alle parate nuziali per il successivo atto riproduttivo. Le uova si schiudono a marzo e vengono deposte ogni anno a rotazione su uno dei vari nidi che la coppia monogama costruisce con rami nel proprio areale (anche 300 km quadrati). La strategia dell’avere più nidi sembra possa servire a non far saltare l’annata riproduttiva: può succedere in effetti che qualcuno di essi possa crollare o venir occupato da altri animali.
Il gipeto era sparito dalle Alpi, l’ultima uccisione documentata risale al 1912, con un esemplare abbattuto in una valle ora inserita nell’area del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Fu dichiarato estinto nel 1930, vittima dell’ignoranza e dei pregiudizi che lo dipingevano come un predatore di bestiame.
Il progetto di reintroduzione
Nel 1986 è nato un progetto di reintroduzione nell’arco alpino e anche il Parco Nazionale dello Stelvio ha aderito con il rilascio, nel 1990, dei primi esemplari in Val Martello. La prima covata risale al 1997 e da allora, dopo oltre esemplari liberati in tutte le Alpi, la specie ha ripreso vigore, pur mantenendo una distribuzione non uniforme. Attualmente si stima che i gipeti che sorvolano le Alpi siano 300-400. Come già detto non è raro osservare questo maestoso quanto anomalo avvoltoio volare sopra Solda, ma pure in Val Zebrù e in Val Martello, con spostamenti giornalieri su tutte le valli che scendono dall’intricato ed esteso gruppo montuoso.
Un giovane gipeto © PixabayL’Ortles-Cevedale, il regno (o no?) dei ghiacci
L’enorme nodo orografico dell’Ortles-Cevedale, su cui insiste l’intera superficie del Parco Nazionale dello Stelvio, è noto per la grande concentrazione di ghiacciai che ammantano (o ammantavano?) le oltre cento cime. Il Ghiacciaio dei Forni, che da più cime cala verso la Valfurva, è uno dei più grandi d’Italia, sia che si parli di superficie che di massa.
Ma come sta veramente questo “cuore di ghiaccio” dell’area protetta? Scegliendo un approccio visivo, ossia osservando il ritiro verso l’alto della componente bianca nel corso degli anni, verrebbe da dire “male”. Se poi analizziamo i dati forniti dai vari studi in atto ci verrebbe da urlare che il “male” è paradossalmente un’esclamazione ancora ottimistica che sottintende una speranza. La situazione oggettiva è invece disperata e si allinea al trend mondiale, quello che caratterizza anche la catena Himalayana, come testimoniato da varie foto che gli alpinisti e i glaciologi ci mostrano in continuazione. Le differenze si vedono di anno in anno, sia qui fra le Montagne dell’Ortles, che laggiù in Asia.
Salendo al Payer le masse glaciali sono spettacolari e mostrano le stratificazioni dei millenni di depositi nivali, ma sono terribilmente confinate in alto. Come già affermato all’inizio, a dominare sono le colate detritiche e le fragili rocce montonate liberate dalla morsa bianca. È chiaro che, qui come altrove, che questa serie di imprevedibili condizioni sempre mutevoli crea difficoltà anche agli alpinisti che si vedono costretti a mutare strategie e a cambiare i periodi d’ascesa in continuazione. Purtroppo i pericoli oggettivi sono aumentati e questa è l’unica certezza che chi frequenta l’alta montagna deve tenere sempre a mente.
L'Ortles dal Rifugio Payer © Denis Perilli