Colombano Romean, lo scalpellino che scavò il primo tunnel delle Alpi

In Val di Susa si celebra la storia di un uomo che 500 anni fa cambiò il destino di una vallata con le sue mani: sette anni di lavoro, per risolvere il problema della scarsità d'acqua. La salita al Pertus oggi è una interessante escursione

 

Cinquecento anni fa, nell'ottobre del 1526, alcune comunità della Val di Susa sottoscrissero un contratto destinato a sopravvivere ai suoi stessi protagonisti. Non riguardava terre, pascoli o miniere, ma un'opera che aveva qualcosa di straordinario per l’epoca: scavare una galleria nel cuore della montagna per portare l'acqua dove mancava. Il documento stabiliva il compenso del minatore incaricato dell'impresa, gli attrezzi che gli sarebbero stati forniti e perfino le scorte di viveri e di vino necessarie per affrontare anni di lavoro in quota. A cinquecento anni di distanza, prende avvio un calendario di celebrazioni per raccontare una storia e le capacità di un uomo: Colombano Romean.

L'uscita del Pertus Colombano Romean in una cartolina d'epoca. © colombano500.it

Un minatore esperto

Originario di Ramats, sopra Chiomonte, Romean era un minatore esperto. Aveva probabilmente affinato il proprio mestiere nelle miniere del Delfinato, dove le tecniche di scavo erano particolarmente avanzate, prima di tornare nella sua valle dove permaneva un problema che condizionava da sempre la vita della sua borgata, insieme a quella vicina di Cels: la scarsità d'acqua. I prati e i campi esposti al sole soffrivano durante la stagione estiva, mentre poco oltre il crinale il Rio Touilles scorreva abbondante nel vallone di Thullie. Portarne una parte sull'altro versante significava garantire nuove possibilità all'agricoltura e, in definitiva, alla sopravvivenza stessa delle comunità.

 

L'accordo stipulato nel 1526 affidava a Romean un incarico ambizioso: aprire un traforo lungo 433 metri (242 tese dell’epoca), alto mediamente 1,80 m e largo 1 m attraverso il massiccio dei Quattro Denti, oltre i duemila metri di quota. Un'opera che oggi richiederebbe macchinari sofisticati, difficilmente trasportabili in un’area così remota, e rilievi di precisione, ma che allora poteva contare soltanto sull'esperienza del minatore, sulla forza delle sue braccia e su pochi strumenti manuali. È proprio il contratto a restituire gli aspetti più curiosi della vicenda. I committenti si impegnavano a fornire gli utensili necessari allo scavo, a rimuovere i materiali di risulta di fronte allo scavo, a predisporre un ricovero per l’uomo e a garantirgli il sostentamento i lavori. Pane, vino e le altre provviste previste dall'accordo entrano così in un documento che, cinquecento anni dopo, rimane quantomai attuale. Non è difficile immaginare quelle razioni raggiungere il cantiere in quota, mentre, colpo dopo colpo, la montagna iniziava lentamente a cedere.

L'uscita del Pertus Colombano Romean oggi. © colombano500.it

Sette anni di lavoro

La tradizione racconta che Colombano Romean lavorasse per lunghi periodi completamente solo, guidandosi con un filo a piombo, una lampada a olio e una conoscenza della roccia maturata nelle miniere. Dopo appena sette anni di lavoro, nel 1533, veniva completato il Pertus che 500 anni dopo continua a convogliare l'acqua sul versante secco, rappresentando una delle più importanti opere di ingegneria idraulica alpina dell’età moderna.

 

Il cinquecentenario dell'inizio dello scavo offre l'occasione per riscoprire questa storia attraverso il programma Colombano 500, che propone escursioni, incontri, visite guidate, appuntamenti culturali e un concorso letterario tra Chiomonte ed Exilles. Il calendario completo delle iniziative è disponibile sul sito dedicato.

Anche salire al Pertus oggi è un modo per ripercorrere questa storia proiettandosi con l’immaginazione in questi ambienti di mezzo millennio fa. La galleria può essere raggiunta con itinerari escursionistici di alcune ore sia dalla borgata Grange della Valle, sopra Exilles, sia dal versante di Ramats, seguendo sentieri che attraversano gli stessi luoghi in cui prese forma una delle opere più sorprendenti dell'arco alpino.