Quando il CAI affidava i messaggi ai piccioni viaggiatori

Tra il 1895 e il 1903, il sodalizio trovò una soluzione tanto semplice quanto sorprendente per non rinunciare alle comunicazioni con il fondovalle: affidare i messaggi alle ali dei colombi

Oggi basta estrarre il telefono dalla tasca. Oppure, dove il segnale non arriva, utilizzare un comunicatore satellitare. In pochi secondi una posizione viene condivisa, una foto parte dalla vetta o una richiesta di aiuto raggiunge il Soccorso Alpino. È un gesto talmente normale da far dimenticare che, fino a poco più di un secolo fa, la montagna era uno dei luoghi più isolati che si potessero frequentare.

Alla fine dell'Ottocento, una volta lasciato il paese, ogni collegamento con la valle si interrompeva. Se un'ascensione richiedeva più tempo del previsto, se il maltempo costringeva a fermarsi o se si verificava un incidente, l'unico modo per dare notizie era rientrare a valle. Oppure trovare un sistema alternativo.

 

Fu proprio da questa necessità che nacque una delle iniziative più originali del Club Alpino Italiano: un vero servizio di comunicazione affidato ai colombi viaggiatori.

Il servizio del Club Alpino Italiano

Nel luglio del 1895 la sezione di Roma del Club Alpino Italiano avviò ad Assergi un progetto destinato a diventare uno dei più originali dell'alpinismo italiano. L'idea era dell'ingegnere Remigio Garroni, socio del CAI, e nasceva dall'esigenza concreta di trovare un modo per comunicare rapidamente tra la montagna e il fondovalle in un'epoca in cui telefoni e radio semplicemente non esistevano. 

 

La Rivista Mensile del Club Alpino Italiano presentò l'iniziativa così:

 

“il primo degli esperimenti ideati dall'ing. Remigio Garroni, socio del Club Alpino, e diretti a risolvere il problema degli avvisi dalla montagna in caso di disgrazie”

In poche settimane venne realizzata una colombaia ad Assergi e l'8 settembre 1895 fu inaugurata ufficialmente con una gita sociale al Gran Sasso. La stessa rivista la definì “la prima colombaia sorta in montagna per lo studio della segnalazione in caso di disgrazia”, sottolineando come l'obiettivo non fosse la semplice curiosità scientifica, ma verificare se i colombi viaggiatori potessero diventare uno strumento affidabile per trasmettere notizie e richieste di soccorso dalla quota.

 

Da quel momento gli alpinisti accompagnati dalle guide patentate e i soci del Club Alpino potevano noleggiare uno o più colombi, portarli con sé durante l'ascensione e, una volta raggiunta la meta, affidare a un piccolo dispaccio il compito di tornare a valle molto prima di loro. Era il primo tentativo di costruire una rete di comunicazione pensata specificamente per la sicurezza in montagna.

Sette anni di prove, esperimenti e voli

La cosa forse più sorprendente è che il progetto non si esaurì in una sola estate. Il servizio rimase attivo fino al 1903 e la Rivista Mensile del Club Alpino Italiano seguì costantemente la crescita della colombaia, raccontandone gli esperimenti e i risultati. Dopo 7 anni di esercizio, ritenendo concluso l'esperimento, la Sezione romana decise di rinunciare a proseguire e di passare ad altre sezioni l'intera attività poiché si riteneva che ormai i colombi fossero “familiari con l'Appennino e pronti per cimentarsi con i colossi alpini”.

 

I colombi venivano allevati e selezionati con grande attenzione. Gli esemplari adulti costituivano la "élite" della colombaia: erano sopravvissuti ai falchi, avevano imparato a orientarsi e avevano già allevato i propri piccoli. I giovani, invece, affrontavano un vero addestramento progressivo, con lanci sempre più impegnativi prima nei dintorni di Assergi, poi dal Passo della Portella e infine dal Rifugio Garibaldi.

 

L'esperimento più importante si svolse il 30 agosto 1896 durante una salita sociale sul Corno Grande.

La giornata era tutt'altro che favorevole. Nebbia fittissima, vento gelido e una recente nevicata accompagnarono gli alpinisti fino alla vetta. Qui vennero scritti dieci dispacci e inseriti nei piccoli tubetti metallici destinati ai colombi.

 

Il cronista della Rivista Mensile descrisse una scena che ancora oggi colpisce per la sua forza narrativa. Osservando gli animali appena liberati scrisse che “i poveri animali dovevano avere i muscoli intorpiditi dal freddo e dalla lunga prigionia”, vedendoli sbattere le ali nella nebbia quasi per riscaldarsi prima di prendere definitivamente il volo.

 

Non tutti rientrarono con gli stessi tempi. Alcuni colombi raggiunsero Assergi in meno di un'ora, altri impiegarono molte ore e qualcuno fece ritorno soltanto nei giorni successivi. Ma il sistema funzionava. Tanto che il Club Alpino continuò a perfezionarlo negli anni successivi, convinto che rappresentasse un valido strumento di collegamento tra la montagna e il fondovalle.

Un caso quasi unico

L'impiego dei colombi viaggiatori non era una novità assoluta. Già nell'Ottocento venivano utilizzati dagli eserciti, dai servizi postali e in alcune spedizioni scientifiche, soprattutto dove era necessario mantenere un collegamento con luoghi isolati.

 

Tuttavia, il progetto realizzato dal Club Alpino Italiano presenta una caratteristica che lo rende ancora oggi particolare: non era pensato come una dimostrazione tecnica, ma come un servizio stabile a disposizione degli alpinisti.

 

Per circa sette anni il Gran Sasso fu così uno dei pochissimi luoghi dove chi saliva verso una vetta poteva contare su una rete di comunicazione organizzata, affidata non a cavi o apparecchi meccanici, ma all'istinto di orientamento di un animale.

Dalle ali ai satelliti

Nel 1903, così come meglio scritto nella Rivista Mensile, il servizio venne progressivamente dismesso. La tecnologia avrebbe presto imboccato altre strade e nel corso del Novecento sarebbero arrivati il telefono, le radio portatili, le ricetrasmittenti e, infine, i dispositivi satellitari che oggi accompagnano molte spedizioni alpinistiche.

Eppure, il problema che il CAI cercava di risolvere alla fine dell'Ottocento è rimasto sorprendentemente lo stesso: come mantenere un collegamento tra chi si trova in alta montagna e chi è rimasto a valle. Cambiano gli strumenti, non il bisogno. 

Oggi un messaggio attraversa i satelliti in pochi secondi, mentre nel 1896 percorreva la stessa distanza battendo le ali sopra i pendii del Gran Sasso, affidato a un colombo che ritrovava la strada verso Assergi.

È una pagina quasi dimenticata della storia dell'alpinismo italiano, anacronistica sentita oggi. Ma racconta bene come la montagna abbia sempre spinto l'uomo a cercare nuovi modi per andare oltre, a trovare le soluzioni migliori. Anche nella comunicazione. Prima ancora della tecnologia, furono l'ingegno, la pazienza e l'osservazione della natura a costruire quel filo invisibile che univa la vetta alla valle.