Intrusioni nelle piattaforme carbonatiche © Mirko Demozzi
Contatto tra l'intrusione magmatica e il calcare di piattaforma © Mirko Demozzi
Le rocce vulcaniche in Val San Nicolò, in bianco le piattaforme calcaree © Mirko Demozzi
Intrusioni magmatiche al sentiero del Doss Capel © Mirko Demozzi
Il Sella sullo sfondo e in primo piano le rocce vulcaniche © Mirko Demozzi
Le Dolomiti sono spesso raccontate come una catena montuosa nata dal mare: è un’immagine corretta, ma incompleta. Nella successione stratigrafica delle loro rocce si conserva anche la memoria di antichi vulcani, lave e camere magmatiche. Uno dei luoghi migliori per scoprire questo aspetto meno conosciuto dei Monti Pallidi è l'area di Predazzo–Monzoni, dove circa 238 milioni di anni fa, nel Ladinico superiore, il magma attraversò e ricoprì le piattaforme carbonatiche del Triassico.
Un incontro tra mondi diversi
Predazzo occupa una posizione geografica particolare, alla confluenza della valle dell’Avisio con quella della Val Travignolo. A nord si alzano le pareti chiare carbonatiche del Latemar, tra la Val di Fiemme, la Val di Fassa e la Val d’Ega; verso sud si distendono le rocce porfiriche più scure del Lagorai, mentre a est la Val Travignolo conduce alle Pale di San Martino, anch’esse antiche piattaforme carbonatiche. In questo incontro fra gruppi montuosi diversi è possibile leggere anche l’incontro fra differenti rocce e mondi geologici.
Nel Triassico medio la geografia era irriconoscibile, molto diversa da quella che vediamo oggi. Al posto delle Alpi si estendeva un mare tropicale, caldo e poco profondo, punteggiato da isole e piattaforme carbonatiche. Il Latemar era uno di questi grandi atolli corallini. La sua struttura conserva ancora le geometrie originarie della laguna interna (strati orizzontali), del margine della scogliera e delle scarpate rivolte, strati inclinati, verso i bacini più profondi. La crescita verticale e laterale di queste piattaforme (costruite da alghe calcaree, spugne, coralli ed altri organismi biocostruttori a scheletro o guscio calcareo) costruiva imponenti rilievi sottomarini, destinati a diventare, milioni di anni più tardi, le montagne che conosciamo.
Nel Ladinico questo paesaggio marino fu sconvolto dalla risalita dei magmi. Attraverso profonde fratture si alimentarono eruzioni vulcaniche, colate e intrusioni di magma che ricoprivano e spaccavano dall’interno le piattaforme. Non esisteva un solo vulcano, paragonabile ai grandi coni moderni, ma un sistema complesso formato da più centri eruttivi, condotti e camere magmatiche. Il vulcanismo modificò i fondali, riempì i bacini di lave e detriti e ricoprì delle piattaforme carbonatiche interrompendone la crescita.
I vulcani “scomparsi”
Gli antichi edifici vulcanici sono stati successivamente quasi completamente smantellati dall’erosione. Sono però rimaste le loro radici. Attorno al monte Mulat e a Predazzo affiorano rocce vulcaniche intrusive formatesi dal lento raffreddamento del magma in profondità. Fra queste si trova il granito rosa di Predazzo, estratto in passato nelle cave locali e ancora riconoscibile in numerosi edifici del paese.
Più a nord-est, il racconto prosegue nel gruppo dei Monzoni, tra la Val di Fassa e il Passo San Pellegrino. Da Pozza di Fassa, la Val San Nicolò e la laterale Valle dei Monzoni penetrano nel cuore dell’antico sistema magmatico, fra pascoli, boschi e pareti dominate dalle cime dei Monzoni e del Costabella. Qui il magma, introducendosi nei calcari e nelle dolomie, li riscaldò e li trasformò. Il contatto produsse nuove rocce: il marmo per esempio, e una straordinaria varietà di minerali: che hanno reso i Monzoni celebri nella storia della mineralogia.
Contrasti che conquistano
Il contrasto più spettacolare resta quello fra le rocce magmatiche scure e le pareti pallide del Latemar. Il gruppo, compreso nel Sistema Unesco Sciliar–Catinaccio–Latemar, è considerato un eccezionale atollo fossile ladinico. Qui si osserva come l’attuale paesaggio dipenda non soltanto dall’erosione, ma anche dalla litologia delle rocce: i duri corpi carbonatici sono rimasti in rilievo, mentre i materiali vulcanici o di bacino, più facilmente erodibili, hanno favorito la formazione di selle, conche e vallate. In questo caso inoltre gli imponenti accumuli di materiale vulcanico, che hanno ricoperto anche la piattaforma del Latemar, hanno permesso che queste piattaforme dolomitiche si preservassero fino ad oggi.
Chi percorre questi valli non osserva dunque soltanto belle montagne, ma può leggere anche un passato poco conosciuto delle nostre Dolomiti. Al Dos Capèl, sopra Passo Feudo, negli affioramenti intorno a Predazzo o lungo i sentieri dei Monzoni, il paesaggio diventa uno strumento per attraversare il tempo. Le Dolomiti rivelano così la loro doppia natura: nate in un mare tropicale, ma trasformate dal “fuoco”. Nelle pareti del Latemar e nelle rocce scure di Predazzo rimane la testimonianza di un mondo nel quale scogliere e vulcani crescevano fianco a fianco.