Al Torsoleto vent'anni dopo, tra Risiko e tavoli da servire

Una settimana al Rifugio Torsoleto raccontata dal gruppo di gestori: giornate di lavoro, tavoli da servire, imprevisti, incontri e momenti di condivisione. Un’esperienza che, per alcuni, si rinnova dopo più di vent’anni insieme ai propri figli.

Erano gli anni Novanta, e noi eravamo ragazzi in vacanza nel paese di Loveno, in Valcamonica, quando uno strano viavai di persone e materiali sui nostri sentieri iniziò a incuriosirci. Qualche invito e qualche conoscenza ci fecero scoprire i campi per la costruzione del Rifugio Torsoleto: fu un attimo iniziare a dare una mano con i materiali e ritrovarci dopo qualche anno ad avere la responsabilità di una settimana di gestione come volontariato per l'OMG. Da allora sono passati più di vent’anni e oggi siamo tornati lassù con i nostri figli, per una settimana fatta di lavoro, imprevisti, incontri e, naturalmente, partite a Risiko.

A guardarli, qualche volta, ci sembra di rivede­re noi. All’inizio un po’ titubanti, in tre o quattro attorno al cliente, senza sapere bene cosa fare. E dopo qualche giorno capaci di prendere iniziative e gestire il servizio: apparecchiano, servono, sparecchiano, tengono conto di intolleranze e richieste particolari. Finito il lavoro, tornano alle loro partite a carte o a Risiko, tra chiacchiere e risate.

Basta una giornata di maltempo per cambiare tutto. La sala si svuota, i ritmi rallentano e fuori può persino nevicare in agosto: in fondo siamo a 2.300 metri. E allora capita di affacciarsi alla finestra e trovarsi davanti un ermellino o, come è successo quest’estate a un altro gruppo di gestori, scorgere sulla cresta un raro esemplare di grifone alpino.

Non è sempre tutto facile: capita di discutere o innervosirsi. Ma condividere spazi e lavoro, per una settimana intera, significa anche imparare ad affrontare insieme le difficoltà. E scopriamo una grande verità: il gruppo funziona non perché si va sempre d’accordo, ma perché alla fine si trova insieme un modo per andare avanti. 

Gestire il rifugio è un'avventura ma anche una responsabilità: verso noi stessi, verso l’OMG che ci dà fiducia e verso i bambini dell'America Latina per cui stiamo raccogliendo fondi. E non è un mestiere che facciamo tutti i giorni: lavoriamo in ufficio o in reparto, non certo tra i fornelli. E' inevitabile ogni volta chiedersi, prima di salire: ce la faremo?
La risposta arriva con le giornate più intense, quando abbiamo oltre 60 pranzi da preparare e servire. Il gruppo ci stupisce: le difficoltà dei singoli sembrano scomparire e il "fare" prende il sopravvento. Tra i ragazzi cresce l’entusiasmo, ci si divide i compiti, ci si aiuta, la tensione si stempera in una risata e, alla fine, si arriva insieme alla sera, distrutti ma soddisfatti.

Non conosciamo i gestori che ci precedono e che seguiranno, ma impariamo a collaborare per far funzionare il rifugio. Non conosciamo nemmeno le persone di passaggio, ma in poco tempo ci troviamo a scambiare informazioni sui sentieri e a scoprire conoscenze in comune. Capitano personaggi memorabili, come escursionisti a cavallo, lavoratori in smart working col PC nello zaino, o l'entomologo tedesco che usciva di notte, quando tutti erano già a letto, per cercare insetti rari. Ci è capitato di accogliere chi si è attardato sulle creste e di preparare un letto d'emergenza a tarda sera. 

Tra queste piccole storie, vediamo con simpatia i nostri figli che ogni tanto riescono a dimenticarsi del cellulare. Stanno costruendo tra loro qualcosa che per noi, dopo più di vent’anni, è ancora vivo: amicizie, complicità, confronto e la capacità di cavarsela insieme. Come scriveva Battistino Bonali, «le cose vere, quelle che portano alla felicità, si ottengono solo con fatica». 

Il Torsoleto, per noi, è stato tutto questo già vent’anni fa. Oggi lo sta diventando di nuovo, con una generazione diversa. Chissà se un giorno vorranno tornare lassù, senza genitori al seguito. Noi, probabilmente, saremo comunque pronti a dare qualche consiglio. Che, naturalmente, nessuno ci avrà chiesto!