Rifugio Torsoleto, Vallecamonica (BS) © Sara Sottocornola
Salendo al Rifugio Torsoleto, Vallecamonica (BS) © Sara Sottocornola
Vista dal Rifugio Torsoleto, Vallecamonica (BS) © Sara Sottocornola
Rifugio Torsoleto, Vallecamonica (BS) © Sara SottocornolaCinquanta, settanta persone che ogni estate si alternano alla gestione di un rifugio a 2.390 metri, in Valle Camonica. Al Torsoleto funziona così: ogni domenica un gruppo scende a valle e un altro sale per prendere il suo posto. E tutto il ricavato sostiene progetti educativi e missioni in America Latina. Il rifugio, intitolato ai celebri alpinisti camuni Battistino Bonali e Giandomenico Ducoli, è gestito dall’Operazione Mato Grosso ed è un appoggio al sentiero 4 luglio, con 24 posti letto, una sala da 50 persone, circa 300 pernottamenti a stagione.
Al Torsoleto, ogni domenica c’è un passaggio di consegne. Il gruppo di gestori che ha trascorso la settimana in rifugio scende a valle e quello successivo sale per prendere in mano la gestione. Non si tratta però soltanto di aprire la porta e iniziare un nuovo turno: chi scende lascia indicazioni, cibo e materiali già presenti, le prenotazioni degli ospiti e le attività da completare. Chi arriva deve entrare rapidamente nella vita del rifugio, insieme al gruppo con cui condivide l’esperienza e a volte anche con persone che non conosceva prima.
“Nel corso dell’estate sono circa 50-70 i volontari che si alternano direttamente nella gestione – racconta Antonio Rizzini, uno dei responsabili del Torsoleto –. A loro si aggiungono le persone che seguono con continuità, da valle, l’amministrazione, gli approvvigionamenti e gli acquisti, la manutenzione, e i volontari che si dedicano ai rifornimenti e ai trasporti. Il ricavato delle attività viene destinato alle opere educative dell’Operazione Mato Grosso in America Latina”.
Una settimana al Torsoleto
La macchina organizzativa comincia a muoversi in primavera. Prima dell’apertura vengono programmati gli interventi di manutenzione, i lavori necessari e soprattutto il calendario dei gruppi. “Questa è probabilmente la parte più impegnativa – spiega Rizzini – perché sono tante le persone che danno la propria disponibilità e bisogna trovare il giusto equilibrio per permettere a tutti di vivere questa esperienza. Poi, a giugno, comincia il lavoro vero e proprio in rifugio e a settembre si procede con le attività di chiusura”.
“Con Massimiliano e altri volontari stiamo anche cercando soluzioni per la connettività wifi necessaria per la parte finanziaria (cassa e POS) - racconta Rizzini -. Non sono pochi i problemi per avere connessione stabile in luoghi remoti, ma li stiamo cercando di risolvere. In futuro sono previste valutazioni per aumentare l'affidabilità dell'impianto elettrico ed idrico: la struttura è grande e ha bisogno di continue manutenzioni, se possibile sempre con volontari”.
Il Torsoleto dispone di 24 posti letto e di una sala da pranzo da 50 posti, oltre a servizio di ristorazione, acqua corrente ed energia elettrica prodotta da un impianto fotovoltaico. “I pernottamenti sono circa 300 a stagione, ma le persone che frequentano il rifugio sono molte di più ed in aumento ogni anno, come del resto succede in montagna in generale da alcuni anni. Gli appuntamenti più significativi sono certamente lo sherpa rally (con il trasporto dei viveri in quota da parte dei partecipanti) e la messa in ricordo di Battistino, Giandomenico e tutti i cari legati al rifugio che si celebra tutti gli anni l' 8 agosto”.
“Dopo una settimana al Torsoleto, chi ha fatto volontariato si porta a casa amicizie nuove, incontri inaspettati, consapevolezza di aver donato parte del proprio tempo libero a chi ne ha bisogno” Antonio Rizzini, OMG
Se i gruppi cambiano ogni settimana, c’è qualcosa che rimane costante: il modo di accogliere chi arriva. “L’accoglienza è una caratteristica comune a tutte le settimane di gestione. C’è anche un gesto semplice che la rappresenta bene: a chi arriva al rifugio viene offerto il tè. È un modo per fermarsi, scambiare due parole e far sentire subito l’ospite accolto”.
L'indimenticabile storia di Bonali e Ducoli
Il legame con l’Operazione Mato Grosso è all’origine della storia del rifugio. Il Torsoleto è dedicato a Battistino Bonali e Giandomenico Ducoli, due alpinisti camuni morti l’8 agosto 1993 durante la scalata della parete nord dell’Huascarán, in Perù, a pochi metri dalla vetta.
“Battistino Bonali, originario della Valle Camonica, aveva conosciuto padre Ugo e l’Operazione Mato Grosso nel 1990, durante un’esperienza in Perù - racconta Rizzini -. Era rimasto profondamente colpito dalla vita delle popolazioni povere, dal lavoro dei volontari e dall’impegno dedicato alla formazione di bambini e ragazzi. La spedizione sull’Huascarán aveva quindi anche un significato preciso: Bonali voleva contribuire a raccogliere fondi per l’ospedale di Chacas, allora in costruzione, e attirare l’attenzione degli amici e degli appassionati di montagna sulla vita dei campesinos che abitavano ai piedi della Cordillera Blanca”.
La loro spedizione, che aveva come motto “Salire in alto per aiutare chi sta in basso”, si concluse in tragedia: furono travolti da una scarica di ghiaccio e rocce mentre si trovavano sulla parete. Le notizie arrivarono in Italia in modo lento e frammentario, e questo incidente rimase nella memoria dell’alpinismo. I loro amici decisero di costruire un rifugio dedicato alla loro memoria. Il Torsoleto, che sorge sulle rovine di un ospedale militare utilizzato durante la Prima guerra mondiale. Venne ricostruito tra il 1994 e il 1998, sempre ad opera di volontari.
“Salire in alto per aiutare chi sta in basso” fu il motto con cui Battistino Bonali affrontò la spedizione sull’Huascarán per raccogliere fondi per l’ospedale di Chacas.
“Furono circa 3.000 i giovani coinvolti nei lavori, soprattutto ragazzi dell’Operazione Mato Grosso insieme agli amici di Bonali e Ducoli. Loro, insieme a professionisti che si dedicarono all’opera, trasportarono a spalla materiali, cemento e arredi, raccolsero pietre e parteciparono ai lavori di muratura. tutto gratuitamente, nel rispetto della montagna e secondo l’idea di padre Ugo di educare i giovani attraverso il lavoro al servizio dei più poveri”.
Una comunità che cambia, ma non si perde
Dal 1998 al Torsoleto si sono susseguiti moltissimi gestori. Alcuni erano vicini, altri sono arrivati negli anni successivi,, entrando in contatto con l’Operazione Mato Grosso e con la realtà del rifugio. “Al Torsoleto si sono incrociate tante storie - racconta Rizzini -. Ci sono persone che erano vicine ai due alpinisti al momento della spedizione in Perù o che hanno partecipato ai lavori di costruzione, altre che si sono avvicinate negli anni, ragazzi dal paese di Paisco Loveno o che hanno conosciuto l’Operazione Mato Grosso sul territorio. È una comunità che nel tempo si è allargata e nella quale ognuno ha portato qualcosa”.
“Furono circa 3.000 i giovani coinvolti nei lavori, soprattutto ragazzi dell’Operazione Mato Grosso insieme agli amici di Bonali e Ducoli”. Antonio Rizzini, OMG
“Sono tante le persone che negli anni hanno contribuito a fare del Torsoleto quello che è oggi. Tra loro, Annibale, papà di Francesco, scomparso durante il Covid, è stato per anni un instancabile lavoratore del rifugio e della valle, anche con le sue immancabili spongade. Era lui, insieme al suo fedele amico a preparare il rifugio per la nuova stagione. Francesco e Silvia hanno seguito per tanti anni l’organizzazione del rifugio, dedicandovi tempo ed energie e restando ancora oggi un punto di riferimento. Simone e Piero hanno fatto negli anni un numero incalcolabile di trasporti gratuiti, portando al rifugio cibo, materiali e attrezzature. C’è poi Adele, riferimento dell’OMG in Valle Camonica e non solo, che oggi organizza i turni di gestione e tiene insieme un gruppo sempre molto attivo, con particolare attenzione ai giovani.E Aldo ed Enzo, i due presidenti dell’Associazione Amici del Torsoleto: Aldo oggi segue il progetto in Val Sorda, ma resta sempre disponibile per il Torsoleto; Enzo, presidente in carica, continua a dedicare al rifugio tempo e lavoro, diventando un riferimento per tutti. Sono solo alcuni nomi, e so di dimenticare tante persone. Ma, a domanda fatta, non potevo non citare loro”.
Dal Torsoleto al Perù
Il lavoro dei volontari va a vantaggio delle realtà che l’Operazione Mato Grosso sostiene in America Latina. Una di queste è la missione di Anna Menolfi, originaria di Cogno e da vent’anni in Perù. La sua attività ruota attorno alla Casa del Niño, dove vengono accolti bambini orfani e accompagnati nella vita quotidiana attraverso la dimensione comunitaria, l’asilo, la scuola e le attività che possono aiutarli a costruire il proprio futuro.
“Oggi stiamo contribuendo a un nuovo progetto, Casa Betania - dice Rizzini -. L’obiettivo è ricostruire una casa più grande, che possa offrire spazi più adeguati per l’oratorio e per l’accoglienza. È un progetto che ci sta particolarmente a cuore perché significa poter creare condizioni migliori per le attività e per le persone che vengono accolte”.
Il legame con il Perù passa anche dall’ospedale Mama Ashu di Chacas, alla cui costruzione hanno contribuito i ricavi del rifugio e che oggi viene sostenuto anche attraverso l’invio di materiale sanitario. La struttura rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la popolazione della zona: è l’unico presidio sanitario gratuito della provincia andina, in una vallata della Cordillera Blanca abitata da circa 60.000 persone. Al suo interno lavorano anche medici e infermieri italiani che si alternano prestando gratuitamente il proprio servizio, affiancati dal personale infermieristico locale.
È un collegamento che parte dal Torsoleto e arriva fino alle Ande, ma che passa soprattutto attraverso le persone. Persone che arrivano in quota, si occupano del rifugio e dell’accoglienza, condividono una settimana di lavoro e di vita insieme e poi tornano a valle. “Dopo una settimana al Torsoleto, chi ha fatto volontariato si porta a casa amicizie nuove, incontri inaspettati, consapevolezza di aver donato parte del proprio tempo libero a chi ne ha bisogno. Un ritrovato piacere del silenzio, è perché no quel senso di sentirti a "casa" anche se sei a più di 2000 metri” conclude Rizzini.
Un rifugio da raggiungere e da cui proseguire
Il principale accesso al rifugio Torsoleto parte da Loveno, frazione di Paisco Loveno, a circa 1.300 metri di quota. Da qui si segue il sentiero 160, che attraversa inizialmente il bosco e poi i pascoli del Monte dei Matti, fino a raggiungere la cresta e quindi il rifugio a 2.390 metri. La salita richiede circa 3 ore e 45 minuti ed è classificata E, escursionistica.
Dal Torsoleto si può proseguire verso il Bivacco Davide, che si trova a 2.645 metri (circa 40 minuti di cammino) proprio sul percorso del sentiero 4 Luglio, uno degli itinerari più noti dell’area di Aprica e Corteno Golgi dove si svolge l’omonima e molto famosa gara di skyrunning. Qui il panorama si apre sulla Val Brandet, il Lago di Picol e le montagne svizzere: un punto panoramico particolarmente incantevole.