Giuseppe Mazzotti, giovanissimo, nelle Dolomiti. © Archivio per la storia dell'alpinismo dolomitico di Bepi Pellegrinon
Giuseppe Mazzotti © Premio Gambrinus Mazzotti
Le lunghe code alla funivia del Seceda
Le lunghe code alla funivia del Seceda
Il Lago di Braies, in Alto Adige, negli ultimi anni diventato un simbolo dell'overtourism alpino © vilanchelo, pixabay
Code di turisti sui sentieri ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo © PixabayLa parola è nuova, il problema molto meno. L’overtourism è entrato nel vocabolario internazionale del turismo poco più di dieci anni fa, quando le grandi città come Venezia, Barcellona o Amsterdam hanno iniziato a interrogarsi sugli effetti di una presenza turistica diventata difficile da sostenere.
Ma prima ancora che il turismo avesse bisogno di una parola per raccontare la propria saturazione, la montagna aveva già cominciato a fare i conti con il problema. Perché anche le vette, i sentieri, le vallate e i luoghi che sembravano troppo lontani per essere raggiunti da tutti hanno conosciuto, in tempi diversi, la stessa trasformazione.
Prima diventare accessibili, poi desiderabili e infine consumabili.
Quando Mazzotti immaginava la montagna come un museo
Quasi un secolo fa Giuseppe Mazzotti, alpinista, scrittore, giornalista e osservatore attentissimo della cultura della montagna, aveva intuito qualcosa che oggi, guardando le fotografie delle Dolomiti affollate, sembra sorprendentemente contemporaneo. Nel 1931, con La montagna presa in giro, raccontava con tono ironico e feroce una montagna che stava cambiando sotto la pressione del turismo e della sua progressiva trasformazione in spettacolo. In una delle sue immagini più efficaci arrivava a immaginare un futuro nel quale la montagna sarebbe stata ridotta a un museo. Dicendo così: “si potrà entrare, prezzo d'ingresso compreso nel biglietto della teleferica, in una malga ricostruita appositamente”. Giuseppe Mazzoti
"Si potrà entrare, prezzo d'ingresso compreso nel biglietto della teleferica, in una malga ricostruita appositamente”. Giuseppe Mazzotti
È difficile non fermarsi su questa frase. Mazzotti non stava semplicemente criticando chi saliva in montagna senza conoscerla. Stava descrivendo un meccanismo; il momento in cui un luogo smette di essere qualcosa da vivere e diventa qualcosa da mettere in scena. La malga ricostruita appositamente è, in questo senso, più importante della teleferica. Non perché la tecnologia sia di per sé il problema, ma perché dentro quella malga artificiale c'è già l'idea di una montagna trasformata nella propria rappresentazione. Non serve più incontrare il luogo nella sua complessità ma basta predisporre ciò che il visitatore si aspetta di trovare.
La montagna diventa così un'immagine della montagna, una versione accessibile, ordinata e consumabile di se stessa.
È un'intuizione che rende Mazzotti sorprendentemente vicino al dibattito contemporaneo sull'overtourism. Il problema non è soltanto quante persone arrivano, ma che cosa accade a un luogo quando il numero dei visitatori comincia a modificare il modo stesso in cui quel luogo viene raccontato e vissuto.
Quando la controcultura diventò affollata
La storia di Yosemite, qualche decennio più tardi, mostra che il fenomeno non riguarda, però, soltanto il turismo tradizionale. Nella valle californiana che sarebbe diventata uno dei grandi luoghi simbolici dell'arrampicata mondiale, negli anni Cinquanta e Sessanta si sviluppò attorno a Camp 4 una cultura completamente diversa da quella del turismo organizzato. Il National Park Service ricorda quei climber come nonconformisti, avventurieri, giovani che trascorrevano settimane nel campeggio con pochi soldi e quasi nessun bene, dedicando il proprio tempo alla ricerca di nuove vie sulle pareti di granito.
È proprio qui che la storia diventa interessante. Perché anche una cultura nata ai margini del turismo poteva essere travolta dal proprio successo.
Negli anni Settanta gli arrampicatori ricreativi arrivarono in massa nella Yosemite Valley, mentre nel frattempo la frequentazione generale del parco era cresciuta enormemente, passando dai circa 250mila visitatori degli anni Trenta ai circa 2,5 milioni nel 1970. Camp 4 non riusciva più a contenere l'arrampicata che aveva contribuito a far nascere.
Gli arrampicatori che vivevano nella valle si trovarono a condividere le pareti con un numero crescente di principianti; comparvero condizioni affollate, lunghe attese alla base delle vie e una quantità crescente di rifiuti. “There were simply too many people climbing” , questo quanto si limitò a dire, con molta semplcità e chiarezza, il rapporto storico del National Park Service.
La frase è interessante soprattutto perché non arriva da un amministratore alle prese con il turismo di massa, ma dalla storia di una comunità che fino a pochi anni prima aveva costruito la propria identità proprio sull'idea di essere diversa dal visitatore comune. Il problema non era più soltanto l'affollamento fisico delle pareti. Era diventato difficile mantenere quelle regole non scritte, quella cultura e quegli standard che avevano dato un significato all'arrampicata di Yosemite.
È una contraddizione solo apparente: più persone arrivavano sulle pareti e, contemporaneamente, cresceva la consapevolezza che il modo di frequentarle avrebbe dovuto cambiare. Anche qui, dunque, il problema dell'overtourism non si riduce al semplice conteggio delle presenze. Quando un luogo cresce oltre una certa soglia, cambia anche il sistema di regole, consuetudini e attenzioni attraverso il quale quel luogo viene abitato.
Tempi di percorrenza nuovi
La storia del turismo in montagna è stata, per buona parte del Novecento, la storia della progressiva cancellazione della distanza. Prima sono arrivate le strade, le ferrovie, gli alberghi e le funivie. È questa la linea che unisce Mazzotti a Yosemite e quest'ultimo alle montagne di oggi.
Oggi quella distanza si è quasi completamente dissolta, ma in una forma nuova. Non è più soltanto la strada a portarci verso un luogo, è l'immagine del luogo ad arrivare prima di noi. Un sentiero, una vetta, una malga o una terrazza panoramica possono diventare desiderabili molto prima che il visitatore sappia davvero dove siano, come si raggiungano o quale storia abbiano alle spalle.
I social network hanno accorciato il tempo di percorrenza mentale, accelerato questo processo trasformando alcuni luoghi in immagini riconoscibili, ripetibili e soprattutto replicabili. Non è necessario conoscere una montagna per desiderare di esserci, oggi basta averla vista abbastanza volte.
Così la salita delle folle e ciò che abbiamo smesso di vedere, diventano la stessa questione. Sulle Tre Cime, piuttosto che al Lago di Braies o lungo i sentieri più fotografati, davanti a una malga diventata tappa obbligata, il problema non è semplicemente che ci siano molte persone.
È che la presenza di molte persone è spesso il risultato finale di una catena che ha cominciato molto prima: un'infrastruttura di troppo che ha ridotto la fatica dell'accesso, una fotografia che ha trasformato un luogo in un'icona, un algoritmo che l'ha riproposta migliaia di volte e infine un visitatore che arriva cercando esattamente ciò che aveva già visto sullo schermo.
In questo passaggio la montagna rischia di perdere una parte della propria complessità. Non perché diventi meno bella, ma perché viene ridotta a ciò che può essere immediatamente riconosciuto.
Una montagna che non entra nella fotografia
“Più luce, più ombra”. Johann Wolfgang von Goethe
Più accendiamo i riflettori della popolarità e del turismo di massa su una vetta, più ne ingigantiamo le problematiche e le fragilità sottostanti. È questo il punto più difficile da raccontare quando si parla di overtourism in montagna. Il problema non è stabilire chi abbia diritto di salire e chi no, né rimpiangere una montagna immaginaria nella quale non esistevano turisti. La montagna è sempre stata attraversata, abitata, lavorata e raccontata. E il turismo, in molte vallate, ha contribuito a a far conoscere culture e tradizioni ma anche costruire economie, servizi e possibilità che oggi sono parte integrante della vita alpina.
Il problema nasce quando la relazione con il luogo viene sostituita dalla sua semplice fruizione.
Una montagna non è soltanto un punto panoramico. È anche, talvolta, il tempo necessario per arrivarci, la possibilità che il sentiero sia bagnato, il bosco che cambia aspetto, una storia che non si vede nella fotografia, un animale che si tiene lontano perché il passaggio umano è diventato troppo frequente, un prato che qualcuno deve continuare a sfalciare perché non venga inghiottito dal bosco.
È tutto ciò che non entra nell'immagine e che tuttavia permette all'immagine di esistere.
Mazzotti lo aveva intuito quando immaginava la malga ricostruita per il visitatore. Gli arrampicatori di Yosemite lo sperimentarono quando una comunità nata dalla ricerca di libertà si trovò a fare i conti con un numero di persone superiore alla capacità del proprio spazio e delle proprie regole. Oggi lo vediamo sulle montagne più fotografate d'Europa, dove la pressione turistica non produce soltanto code e rifiuti, ma modifica lentamente il rapporto fra luoghi, abitanti e visitatori.
Per quasi un secolo abbiamo lavorato per rendere la montagna sempre più vicina. Adesso dobbiamo capire che cosa succede quando quella distanza, una volta cancellata, non è più soltanto geografica.
Perché forse l'overtourism non comincia davvero quando arrivano troppe persone, ma quando un luogo può essere consumato senza essere conosciuto. Differenza sottile, ma decisiva
La montagna, fortunatamente, non è ancora un museo, come temeva Mazzotti. Il rischio è forse che continuiamo a salirci senza accorgerci che, mentre diventiamo sempre più capaci di raggiungerla, stiamo diventando sempre meno capaci di vederla.