Viaggio con il geologo nella frana del Monviso: cosa cambia per chi sale

Alberto Corno, professionista e alpinista del CNR di Torino: "Nel canalone sulla nord-est continuano a cadere massi, ho consigliato alle guide di segnare la cresta con ometti nella parte alta". "La frana sul Dado invece è ancora attiva"

 

“Il blocco che è venuto giù era abbastanza grosso, direi 20 o 30 metri quadri, e ha smosso tutte le pietre che erano prima appoggiate in questo canalone. Anche mentre salivo io, di notte, così come mentre scendevo, nel canalone continuavano a cadere massi, anche se molto piccoli. Pure nel deposito alla base non ci sono blocchi più grandi di un metro cubo. Rispetto a quello che è caduto sono dimensioni molto piccole”, afferma Alberto Corno, geologo del CNR di Torino e alpinista, riferendosi al crollo che ha interessato la parete nord-est del Monviso nella tarda serata del 1 settembre scorso. Sul posto erano giunti velocemente i soccorsi che hanno subito escluso la presenza di alpinisti o escursionisti coinvolti, e il sentiero di accesso al rifugio Quintino Sella è stato chiuso in via precauzionale e riaperto dopo poche ore. 

Corno, lunedì 21 settembre, si è recato sul Monviso in accordo con una guida del Gruppo guide Monviso per osservare a titolo personale le condizioni della roccia dopo il distacco dello scorso mese: “Questo è il periodo migliore per fare il Monviso, e le guide volevano un’opinione sulle condizioni del versante coinvolto nella frana. La zona della cresta est, oltre i 3500/3600 metri di quota, è proprio dove si sta verificando maggiormente il degrado del permafrost. Tutte le fratture che prima erano tenute insieme dal gelo, adesso, non hanno più un collante. Potenzialmente, ogni frattura potrebbe innescare un crollo. Serve la concomitanza di due fratture, che si devono intersecare isolando così un blocco, e serve un innesco, quindi il degrado del permafrost o altri fenomeni simili. È un versante che cambierà inevitabilmente”, afferma Corno, individuando una delle possibili concause del crollo di un mese fa. 

“Tutte le fratture che prima erano tenute insieme dal gelo, adesso, non hanno più un collante. Potenzialmente, ogni frattura potrebbe innescare un crollo” Alberto Corno

La cresta Est dopo la frana

In merito alle condizioni della cresta est, Corno ipotizza in particolar modo alcune azioni da adottare per non intersecare le traiettorie di caduta dei massi: “Il sentiero per arrivare all’attacco della est non è stato interessato direttamente dalla frana. Quando sono salito era ancora buio, e ho notato soprattutto un po’ di polvere. L’attacco, invece, è già molto diverso rispetto allo scorso anno. La frana non è arrivata lì direttamente, però ci sono dei grandi canaloni poco più a lato che scaricano materiale e che in primavera con le valanghe fanno accumulare molta neve. Lo scorso anno il nevaio è rimasto praticamente per tutta la stagione, mentre quest’anno la neve è sparita del tutto e si sono verificate delle frane. Anche per questo le guide hanno tracciato un nuovo avvicinamento. Conviene non partire troppo tardi e soprattutto non rimanere troppo tempo sotto quei canaloni”, afferma il geologo. 

“Cresta est: le guide hanno tracciato un nuovo avvicinamento”.

Ma, oltre all’avvicinamento, Corno ha osservato anche il luogo del distacco del volume di roccia che ha poi innescato – a catena – la grande frana di inizio settembre: “La frana si è staccata da un torrione della cresta est ed è caduta lungo il versante nord-est. È difficile rendersene conto fino a 3600 metri di quota, mentre l’attacco è a 2800 e la parte bassa non ha subito variazioni. Poi, a 3600 metri, all’altezza del passaggio su un torrione con alcuni metri verticali, sulla destra appare questo squarcio da cui è partito il blocco. Da lì si nota tutta la zona in cui si è sviluppata la frana, caduta poi giù fino a mille metri più in basso. Il percorso passa a sinistra del crollo di 5 o 6 metri”, descrive.

Possibili precauzioni da adottare

“I blocchi più grossi che potrebbero ipoteticamente cadere nei prossimi anni sono comunque più in basso rispetto alla cresta e rivolti verso nord, per cui potrebbero non interessarla. Ma è un ambiente che cambia molto in fretta, e alle guide ho consigliato, specialmente con le temperature che si abbassano, di segnare la via con ometti e bolli anche nella parte alta, così che tutti seguano lo stesso percorso il più possibile lontano dal distacco. Nella parte alta della via, infatti, non sono presenti indicazioni, e ognuno è libero di muoversi dove vuole. Ma, quando un alpinista arriva lì con un po’ di metri di dislivello sulle gambe e vede un muro verticale da superare [il torrione descritto in precedenza all’altezza del distacco, ndr], può pensare di scontornarlo rischiando di andare proprio dove partono ancora i blocchi, e questo è pericoloso”, commenta il geologo. 

“Alle guide ho consigliato, specialmente con le temperature che si abbassano, di segnare la via con ometti e bolli anche nella parte alta”.

Anche la Michelin–Bocco, afferma Corno, sembrerebbe non aver avuto grosse ripercussioni: “Ho osservato la via col binocolo ma, a vedere così, non dovrebbe essere stata rovinata più di tanto essendo a 50 metri dal punto più vicino a dove è passata la frana. Qualche chiodo può essersi rovinato, ma sarà necessario aspettare almeno il prossimo inizio di stagione quando sarà tutto più fermo e le guide faranno un sopralluogo. I blocchi si sono staccati centinaia di metri più in alto e, una volta giunti all’altezza della via, è possibile che si siano fratturati man mano che sono caduti”, suppone, ribadendo però l’importanza di una valutazione futura per capire lo stato di salute effettivo di chiodi e appigli. 

Le vette si erodono più velocemente di prima

Per Corno, il quadro del Monviso va però letto in una prospettiva più ampia rispetto ai singoli crolli: “L’erosione è un processo naturale, che inizia dal momento in cui si forma una catena montuosa. Il problema è la velocità con cui stanno avvenendo questi fenomeni. Sulle Alpi hanno preso il via 20 milioni di anni fa mentre oggi, nel giro di 10 o 15 anni, vediamo sempre più spesso fenomeni che cambiano drasticamente le montagne. È una scala di misura completamente diversa”, osserva. 

Secondo il geologo, infatti, modificazioni così importanti e che richiedono tempi geologici lunghissimi, si stanno oggi concentrando nell’arco di pochi anni, complice il degrado del permafrost alle quote più elevate: “Da due anni circa, sul Monviso, c’è una stazione climatica a 3300 metri che registra la temperatura, e quest’estate non è mai andata sottozero. Tra le fratture che compongono le rocce del Monviso, dunque, c’è del ghiaccio che non va in negativo per molti mesi. Per questo si creano dei fluidi e le fratture si allentano, e quando i fluidi tornano sottozero a fine stagione, cioè inizio autunno, aumentano di volume e allargano le fessure, facendo partire blocchi che innescano poi le frane”, spiega.

Anche il versante Sud del Monviso alle prese con le frane

Gli stessi fenomeni, secondo il geologo, sono ben visibili anche su un altro versante del Monviso, quello sud: “La normale del Monviso rimane per ora riparata, ma tra il Monviso e il Dado di Vallanta, una cima minore, c’è una grossa frana che sta crollando. La frana cade a 50 o 100 metri dalla normale, in un canalone, mentre la via passa contro delle rocce su una morena. Per ora i massi che cadono sono piccoli, ma se dovessero staccarsi blocchi grossi non escluderei che venga interessata anche la normale, anche se spero che si eviti con le temperature che si abbasseranno”, afferma Corno.

“Sul Dado ci sono tante creste che sarebbero sicure da percorrere, ma una volta arrivati in cima non si può scendere dalla normale”

“La via normale del Dado di Vallanta, invece, è praticamente impossibile da percorrere – prosegue –. Vorrebbe dire salire per almeno 300 metri di dislivello in un canalone che frana proprio sopra la testa di chi sale. Lo stesso vale per tutte le vie del Dado, dove ci sono tante creste che sarebbero sicure da percorrere, ma una volta arrivati in cima non si può scendere dalla normale, perché ci si infilerebbe proprio in quel canalone”, spiega il geologo. 

La frana del versante sud, secondo Corno, è passata più in sordina rispetto a quella del 1 settembre: “Non si vede dai rifugi, per cui si percepisce meno il pericolo. Quella del versante nord-est invece si è vista dal Quintino Sella, dal Giacoletti, da Pian del Re, si è vista proprio fumare la montagna. La frana del versante sud invece ha iniziato a franare a fine agosto, prima ancora del 1 settembre, e ci sono crolli tutti i giorni ancora adesso. Essendo un versante Sud prende molto più sole e subisce meno il raffreddamento delle giornate autunnali, per cui sta continuando a franare ed è ancora attiva”, conclude.