Le mura della città diventano un "gioco" da scalare: lo street boulder sbarca a Udine

Il prossimo weekend si terrà una manifestazione in centro storico. Gli organizzatori: "Ci aspettiamo 400-500 persone". Ippolito Picogna, alpinista e padre di uno dei curatori: "Lo facevamo anche noi da ragazzi sul Natisone. Lo chiamavamo sassismo e ci permetteva di allenarci dopo il lavoro"

 

La città di Udine è pronta ad ospitare un nuovo “festival” dedicato alla pratica del boulder e lo farà nel weekend del 3 e 4 ottobre su alcune delle architetture e delle vie più belle del centro storico friulano. L’iniziativa, alla sua prima edizione, si chiama Street boulder Udine festival, ha il patrocinio del comune di Udine, del Club Alpino Italiano del Friuli Venezia Giulia, della Società alpina friulana - CAI Udine, ed è curata dall’associazione Chiodo fisso di Tolmezzo.

Una verticalità differente

Nel manifesto dell’iniziativa c’è un mattone disegnato in trasparenza - simbolo del “blocco” edile ma anche parola chiave del gergo boulder - e una mano che vi si appiglia strettamente: secondo Abel Picogna, fotografo e arrampicatore che l’ha ideata e che è anche uno dei giovani curatori del festival assieme a Jacopo Paravano, “rimanda al costruire e alla verticalità”.
 

Abel e Jacopo hanno da sempre respirato aria di montagna fin da piccoli, la montagna è eredità familiare e l’idea del festival nasce in seno ad una passione, con motivazioni profonde e proiettate verso la condivisione e la socialità tipiche della partita del boulder.
 

Abel, Jacopo, come è nata l’idea e perché avete deciso di ambientarla a Udine?
A. Inizialmente pensavamo a cittadine più “prealpine” come Venzone o Gemona del Friuli, poi abbiamo deciso di tentare Udine perché aspiravamo a maggiore visibilità e al coinvolgimento di più persone possibile, di diverse generazioni, per far vedere che esiste anche altro, come sport, oltre al calcio e al basket e agli sport più blasonati.
J. Sì, questo sport, l’arrampicata boulder intendo, sembra così lontano e conosciuto da pochi, perché normalmente si svolge su sassi o piccole pareti di roccia e invece nella nostra regione è praticato da tanta gente. Portarlo in piazza è anche un obiettivo per far conoscere fra loro le persone che vi si dedicano oltre a far appassionare altri.
 

Voi arrampicate anche in falesia e in montagna. Come si può definire il boulder? Si può ricondurre anche a un metodo di allenamento finalizzato alla montagna?
A. Sì in una certa misura lo è, essendo la montagna lontana, le falesie distanti e i compagni di cordata difficili da trovare. Il boulder permette di improvvisare dei passaggi nei luoghi più vicini a casa. Noi spesso ci troviamo qui in città al Parco Moretti o in altri parchi cittadini dove ci sono un po’ di muri da scalare. Ma con la cornice cittadina si ottiene la possibilità di far vedere questa pratica.


Quanto è gioco, quanto è spettacolarizzazione e quanto contaminazione culturale tra generazioni?
A. Ci sono tutte le componenti, il divertimento, il gioco, la piccola sfida tra amici. Provare i blocchi in città fa comunità, quella micro degli amici e quella macro di tutti quelli che arrampicano. Uno scalatore quando guarda un muro lo legge come possibilità arrampicatoria, uno storico dell’arte lo guarda con gli occhi dell’intenditore e c’è chi ci passa sotto indifferente. In questi giorni di prove tutti i passanti si fermano a chiederci informazioni.
 

Avete ottenuto il patrocinio del comune di Udine e del Club Alpino Italiano.
A. Sì, ne siamo molto felici, ci hanno accolto e aiutato, in particolare l’assessore allo sport e il vicesindaco ma, prima di tutto, anche se ci è voluto un anno per avere la risposta, abbiamo ottenuto il via libera dalla soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia, dopo aver portato come esempi i festival simili che si svolgono con la stessa modalità, come a Frasassi, a Trento o a Torino.
 

Qual è stata la risposta della soprintendenza e perché avete scelto il centro storico della città?
A. La soprintendenza ci ha dato l’autorizzazione su alcune mura del castello di Udine e di via Mercato Vecchio e su queste abbiamo individuato una trentina di “blocchi”. Il centro perché ci sono pareti, colonne, mura che “chiamano” e poi ambientare il festival in contesti più periferici sarebbe stato come nasconderci mentre noi vogliamo anche i passanti.
 

Chi può partecipare?

J. In teoria tutti, però è obbligatorio possedere almeno le scarpette da arrampicata - per questa prima edizione non possiamo fornire attrezzature… Comunque ci aspettiamo che partecipino tra le quattro e le cinquecento persone e vogliamo che diventi più un meeting che un raduno sportivo.
 

Rispetto all’arrampicata tradizionale la componente “competizione” quanto incide su questa pratica?
J. Esiste ovviamente il boulder da competizione con gli atleti dei campionati mondiali o nazionali, ma il boulder espresso nella forma dello “street” conta più l’incontro e la condivisione. Per chi lo pratica è uno spingersi a vicenda, un caricarsi l’un l’altro anche tra persone di allenamento diverso, senza competizione e senza che nessuno si senta sminuito dal fatto che l’altro scala a occhi chiusi. In questo il boulder si distanzia anni luce dall’alpinismo che spesso è stato vissuto anche in maniera tossica per i protagonisti. La stessa scala dei gradi ne è la manifestazione.
 

C’è dunque meno individualismo nello street boulder?
J. Assolutamente.
 

Oltre a praticare sulle mura in che modo sarà visibile il festival?
A. Ci saranno dei chioschi con materiali da arrampicata e altro e ci sarà la presentazione di una nuova guida dei boulder in friuli venezia Giulia, curata da Alessandro Treu.

Il parere della vecchia scuola

Ma cosa pensa la generazione “old” di questa iniziativa? Abbiamo fatto un paio di domande anche al papà di Abel, Ippolito Picogna, classe 1948, che è un alpinista “tradizionale” ed è stato per una quarantina di anni istruttore di scialpinismo al CAI di Cividale. “Cosa ne penso? Sono favorevole. Questa attività è prima di tutto un gioco, diventa poi anche uno sport e una competizione se ci mettiamo tempi, regolamenti arbitri, ma questa iniziativa è una bella forma di divertimento, purché non vada a interferire con le regole comuni: non si sale su palazzi, statue o reperti archeologici dove è vietato. Va fatta con criterio e una certa disciplina. E poi anche noi da giovani praticavamo il sassismo”.

Dove?
Sui sassi del fiume Natisone oppure sulle pareti di chiesette campestri o anche sulle mura di sassi più vicine a casa, come mi suggerì di fare una volta l’amico Roberto Mazzilis. Allora era un modo per allenarsi avendo poco tempo a disposizione dopo il lavoro.
 

Pensi che lo street boulder sia una pratica che spinge alla socialità?
L’alpinismo è in fondo una pratica che allontana dalla socialità, questa invece è proprio il contrario e credo che i giovani ne facciano un pretesto per la socializzazione. Portare questa attività in città e un modo per avvicinare i proprio coetanei a condividere una pratica stimolante, per corpo e mente. È, per usare una parola oggi di moda, una forma di inclusione sociale.