Alluvione in Nepal, l'esperto: "Fondamentale il potenziamento dei sistemi di allerta"

La ricostruzione di Cat Berro della Società meteorologica italiana e il parallelo con le Alpi: “Un evento con molte analogie è già avvenuto in Svizzera. I margini di tempo per un intervento sono brevi, ma possono salvare molte vite”. Dal Monviso all'Himalaya, le montagne impongono un approccio che consideri l'emergenza climatica

 

Si aggrava ulteriormente il bilancio delle vittime causate dall’alluvione in Nepal del 26 agosto: i decessi confermati hanno superato già martedì le 1.100 unità e ci sono più di 4mila dispersi. Mentre i soccorritori continuano a lottare contro il fango per tentare di salvare quante più vite possibili e gli abitanti del distretto di Nuwakot hanno iniziato a tornare nelle proprie case per valutare i danni causati dalle catastrofiche inondazioni, il governo nepalese si è espresso in modo chiaro sulle responsabilità: i gas serra e il conseguente aumento delle temperature sarebbero stati determinanti nello scatenare il fenomeno, danneggiando un paese che contribuisce per meno dello 0,1% alle emissioni globali. Secondo il responsabile per il cambiamento climatico del governo nepalese, Maheshwar Dhakal, il surriscaldamento globale ha giocato un ruolo fondamentale nel disastro occorso nel distretto di Rasuwa, al confine con il Tibet. 

La ricerca delle cause

"Un contributo dell’aumento delle temperature, nel caso del Nepal, è quantomeno probabile” Daniele Cat Berro

“Al momento dell’innesco si è trattato di una rock-ice avalanche, una valanga di ghiaccio e roccia, che con la fusione del ghiaccio si è poi evoluta in una miscela di acqua, fango e detriti non così facile da definire dal punto di vista geomorfologico. La massa ha poi travolto tutto ciò che ha incontrato lungo il suo percorso per 100 chilometri circa”, afferma Daniele Cat Berro, meteorologo e collaboratore della Società meteorologica italiana. Sulla possibilità di determinare le ragioni che hanno condotto all’innesco di questo fenomeno e in merito al ruolo del cambiamento climatico, però, Cat Berro chiede prudenza: “Sul singolo episodio non possiamo ancora essere precisi, e serviranno mesi di studi molto approfonditi per determinarne le cause. A livello generale, l’aumento delle temperature dell’aria e degli ammassi rocciosi, così come la riduzione dei ghiacciai e lo scongelamento del permafrost, amplificano i fenomeni di instabilità dell’alta montagna, dai crolli di roccia ai distacchi di porzioni dei ghiacciai. Un contributo dell’aumento delle temperature, nel caso del Nepal, è quantomeno probabile”, afferma. 

I volumi del distacco roccioso

Quello che sembra ormai appurato è, invece, l’origine della colata. Contrariamente a quanto ipotizzato nelle prime ore dopo il disastro, infatti, è possibile assumere che sia stata generata dalla fusione molto rapida del ghiaccio rimasto coinvolto nel cedimento della componente rocciosa della montagna con, al di sopra, il ghiacciaio stesso. Smentita, dunque, la versione secondo la quale sarebbe stato un terremoto a scatenare la frana che ha tolto le fondamenta al ghiacciaio, così come la versione secondo la quale l’onda detritica sarebbe stata causata dall’improvviso svuotamento di un lago glaciale, in gergo tecnico un glof: “Da un’elaborazione condotta nei giorni scorsi sul volume di ghiaccio coinvolto, possiamo stimare un crollo di circa 20 milioni di metri cubi di ghiaccio. Dalle immagini, però, si vedeva chiaramente che la parte più grossa ad essere rimasta coinvolta nel processo era una porzione rocciosa di fianco al ghiacciaio, con la montagna che ha visibilmente cambiato morfologia in corrispondenza dello sperone roccioso crollato”, afferma Fabrizio Troilo, coordinatore dell’Area ricerca ghiacciai della Fondazione montagna sicura.

“Possiamo stimare un crollo di circa 20 milioni di metri cubi di ghiaccio”  Fabrizio Tollo

I valori diffusi dalla Fondazione sui propri canali social, infatti, parlano di una superficie di “circa 0,32 chilometri quadrati di ghiacciaio coinvolto, corrispondenti a una stima di 23,1 milioni di metri cubi di ghiaccio, associati a un’importante area di instabilità del versante roccioso”. Per ricostruire con precisione i volumi del distacco roccioso, vista l’impossibilità di procedere con i satelliti ottici a causa della stagione monsonica, gli esperti hanno formulato una prima stima sulla base dei rilevamenti di Sentinel-1, la costellazione di satelliti radar dell’Agenzia spaziale europea: “Dalle immagini si vede la montagna che cambia forma – aggiunge Troilo, riferendosi alla porzione visibilmente collassata di roccia, di superficie doppia rispetto a quella del ghiacciaio stesso –. Alcuni esperti staranno sicuramente producendo rilievi 3D sul posto con i droni. In ogni caso, parliamo sicuramente di un evento colossale, con una forbice che va da almeno 50 milioni di metri cubi di ghiaccio e roccia che potrebbe arrivare fino a un massimo di 150 milioni”. 

Le cause dell’evento oltre il riscaldamento climatico

Come anticipato dai due studiosi e rilanciato anche dal governo nepalese, dunque, è ancora troppo presto per stabilire con esattezza quale ruolo abbia avuto il cambiamento climatico nell’aver scatenato la massa di acqua, roccia e detriti che ha poi travolto interi paesi posti più a valle: “Affermare con sicurezza che sia stato unicamente il cambiamento climatico non è un approccio corretto, dopodiché è probabile che un contributo ci sia stato. […] Stabilire il perché un intero versante sia collassato con il ghiacciaio sopra non si può fin da ora, potrebbero esserci ragioni strutturali o tettoniche, oppure dell’acqua che, infiltrandosi, ha destabilizzato l’ammasso roccioso, o il permafrost che si è sciolto. Sono elementi ampiamente in fase di valutazione”, sottolinea Cat Berro, evidenziando come sia controproducente giungere a conclusioni affrettate. 

Una prospettiva condivisa anche da Troilo, che ribadisce come sia estremamente difficile giungere a delle conclusioni senza dati e strumenti direttamente sul luogo del distacco: “Quelle che facciamo sono ipotesi, potrebbero esserci concause legate alla fusione del permafrost o altro, ma bisognerà verificarle poi sul campo. Potrebbe essersi verificata anche una destabilizzazione del versante intrinseca e del tutto legata a geometria e geomeccanica della montagna, magari una frana di versante già innescata. Fusione del permafrost e precipitazioni intense potrebbero aver poi scatenato il collasso”, ipotizza.

L’importanza dei sistemi di monitoraggio e allerta: il caso svizzero

Un episodio con molte analogie, seppur su scala differente, era già avvenuto nel maggio 2025 a Blatten, nel Vallese svizzero, dove l'abitato di appena 300 residenti venne sepolto dal crollo di un ghiacciaio riconducibile, secondo le ricostruzioni successive, anche allo scongelamento accelerato del permafrost. A differenza del Nepal, però, la tragedia annunciata non si trasformò in strage. Nei giorni precedenti al collasso, infatti, le autorità locali avevano disposto l'evacuazione totale del paese, ribadendo poi l’ordinanza anche quando – nei giorni antecedenti al crollo – le evidenze di instabilità sembravano attenuarsi. Il bilancio fu di una vittima, una persona che si trovava poco distante dalla zona evacuata al momento del distacco: “Monitoraggio avanzato, buona collaborazione tra scienza e amministrazione e, soprattutto, fiducia della popolazione nelle istituzioni locali – sottolinea Cat Berro – sono fondamentali per far funzionare il sistema di allarme”. Dopo che il paese è stato completamente distrutto, infatti, in Svizzera si è aperto un ampio dibattito sulla gestione del rischio in montagna e sul futuro della vallata, tra chi vorrebbe ricostruire e chi no.

“Il potenziamento dei sistemi di allerta precoce è una priorità indicata dalle Nazioni Unite ”. Cat Berro

Una condizione ben distante da quella del distretto di Rasuwa, dove l'area colpita, remota e scarsamente popolata, non era probabilmente oggetto di attività di sorveglianza: “Non sappiamo se vi fossero avvisaglie, perché quel versante semplicemente non era osservato da nessuno. Anche con un sistema di monitoraggio, forse non si sarebbe potuto prevedere l'innesco”, afferma Cat Berro, che ricorda comunque come il potenziamento dei sistemi di allerta precoce resti “una priorità indicata dalle Nazioni Unite e dall'Organizzazione meteorologica mondiale, soprattutto per le popolazioni delle regioni più povere. Si parla sempre di margini di tempo molto brevi, ma che possono bastare a salvare molte vite”. 

Anche sulle Alpi, del resto, il tema non è astratto e il caso del Monviso è solo l'ultimo in ordine di tempo. I volumi finora osservati restano nettamente inferiori a quelli himalayani, con il “record” alpino che si ferma a circa 4 milioni di metri cubi di ghiaccio contro le decine di milioni di altre catene montuose. Ma episodi come quello del Pizzo Cengalo, in Val Bondasca, dove è avvenuta la colata, hanno già dimostrato quanto anche eventi di dimensioni più contenute possano avere conseguenze gravi una volta raggiunte le aree abitate: “L'attenzione al monitoraggio resta essenziale anche da noi”, conclude Troilo. Un principio che vale tanto per l'Himalaya quanto per le nostre Alpi dove, “nonostante i dislivelli minori e una conseguente energia di rilievo inferiore [la differenza tra quota massima e minima in un dato territorio, ndr], la gravità può comunque fare il suo corso, dando vita ad eventi di dimensioni importanti”, conclude Cat Berro.