Ande: Oliver Kaspar, 22 anni, scala in solitaria la 'trappola di ghiaccio'

Il ragazzo toscano non è nuovo alle arrampicate in solo: questa volta ha salito il Tocllaraju, un Seimila in Perù. "Esteticamente impressionante, con difficoltà piuttosto impegnative per una solitaria, ma non impossibile. Volevo rivivere l'alpinismo dei pionieri"

 

Ventidue anni, un accento toscano e la salita in solitaria del Tocllaraju nel taschino. È Oliver Kaspar l’alpinista che ha scalato questo gigante di 6034 metri della Cordillera Blanca peruviana, in totale autonomia, senza l’aiuto di muli o di portatori.

Cercavo non tanto una sfida impegnativa a livello sportivo, ma qualcosa che mi facesse rivivere l’alpinismo dei grandi, quello dei pionieri. Senza scorciatoie: ogni grammo trasportato in spalla, nessun uso di muli o portatori, totale autonomia, solitudine e paura. Un'esperienza dove l’unico socio su cui puoi fare affidamento sono le tue stesse emozioni, e dove devi saper trovare la forza nei momenti di dubbio” mi racconta Oliver appena tornato a casa dopo la spedizione in Perù, in cui dopo il ‘Toc’ ha scalato in solitaria anche il Chopicalqui (6354 m).

Cercavo non tanto una sfida impegnativa a livello sportivo, ma qualcosa che mi facesse rivivere l’alpinismo dei grandi, quello dei pionieri" Oliver Kaspar

Questa zona delle Ande peruviane è estremamente selvaggia: valli aspre, strade che non permettono di alzarsi di quota con la macchina, condizioni spesso instabili e scarsissime possibilità di soccorso in caso di incidente. Questo rende ancora più impegnativa una salita in solitaria: “Questa volta ero partito con Gabriele, un amico, che poi si è fatto male al ginocchio. Allora ho deciso di scalare da solo: ma in generale questo tipo di alpinismo mi affascina molto, anche se non raggiungo i livelli più alti in termini di difficoltà” confessa Oliver.

La prima volta che ho visto il Tocllaraju ho capito subito che sarebbe stato il posto perfetto: esteticamente impressionante, con difficoltà piuttosto impegnative per una solitaria, ma non impossibile. È una montagna subisce continuamente crolli, che si trasforma anche a causa del riscaldamento globale” continua il ventiduenne toscano che ha già realizzato alcune salite in free solo o in autosicura, dalle Alpi ai Pirenei. Tra le più recenti, le scalate in rope solo sul Picu Uriellu nei Picos de Europa e sulla Nord del Pizzo d’Uccello sulle Alpi Apuane, e la salita in free solo dello Spigolo Piaz sulla Torre Delago.

Trappola di ghiaccio

Il nome Tocllaraju deriva dall’unione di due parole in quechua, la lingua indigena delle Ande peruviane. Tuqlla, che significa trappola, e raju che significa ghiaccio. Letteralmente ‘trappola di ghiaccio’, un nome eloquente che si riferisce soprattutto alla prima parte della salita, estremamente crepacciata. Quando Oliver è arrivato al campo alto a 5.100 metri, si è trovato da solo nonostante il meteo si preannunciasse buono. “Mentre calava il sole i dubbi hanno cominciato ad affollarmi la mente: non ero convinto, non conoscevo la via e le tracce erano parzialmente cancellate dal vento” racconta. Ma all’una del mattino si sveglia riposato, e decide di partire. La prima parte si rivela più complessa del previsto: un vero e proprio labirinto con pochissimo margine d’errore, che l’alpinista cerca di salire sfruttando la stabilità relativa delle prime ore del mattino. 

Slancio finale

“Supero la spalla e mi trovo sulla cresta nord-ovest. Aumenta il vento, e mentre cerco di decidere se tornare indietro, continuo ad avanzare verso l’alto senza un valido motivo. Lo zaino fa da vela e mi sbilancia in continuazione, le gambe cominciano a bruciare. Arrivo sotto il muro finale: 60 metri intorno ai 60/70° a 6000 metri. Salto la terminale e mi ritrovo sul ripido. Vedo le primissime luci spuntare, le condizioni sono buone, la neve è dura, quasi ghiacciata. Le picche scricchiolano. Realizzo di potercela fare. Gli ultimi metri sono verticali, sento il vuoto sotto i talloni e non posso far altro che salire” racconta Oliver. 

Con un ultimo slancio l’alpinista sbuca sulla cresta finale, mentre il ghiaccio inizia a colorarsi di rosso. “Alle 5:50 sono in vetta. Ci metto un po’ a realizzare di essere in cima a quella piramide incredibile. Passo qualche minuto seduto, immobile, a guardare il sole che sorge. Il freddo e la fatica scompaiono di colpo. Mi rendo conto di essere felice, non penso a niente. La discesa la faccio con il sorriso stampato in faccia. 

Quando arrivo alla tenda e capisco di avercela fatta davvero. Mi giro verso il Toc e sorrido, lo vedo come se fosse un vecchio amico”.