Parco nazionale del lago di Uvs Nuur © Dimitri Ruggeri
Nei pressi del Massiccio del Turgen © Dimitri Ruggeri
Paesaggio, in cammino © Dimitri Ruggeri
Attraversamento di un guado con carovana di cammelli © Dimitri Ruggeri
Massiccio del Kharkhiraa, catena dell’Altai, provincia di Uvs, Mongolia nord-occidentale © Dimitri Ruggeri
Paesaggio, di ritorno verso Ulaangoom © Dimitri Ruggeri
Paesaggio verso il Kharkhiraa - Dimitri Ruggeri in primo piano © Dimitri Ruggeri
Cavaliere mongolo - accompagnatore © Dimitri Ruggeri
I cammelli della carovana, a riposo © Dimitri Ruggeri
Risveglio con la neve © Dimitri Ruggeri
Abituati, quasi “assuefatti” alla dimensione verticale, alla redazione de Lo Scarpone tendiamo a guardare alla montagna sempre dal basso in alto o viceversa. Non che non ci sia spazio per l'escursionismo, anzi, ma tendenzialmente anche in quel caso il passo ben disteso delle grandi distanze non è quello che per frequentazione incrociamo più spesso, così come il concetto di carovana è spesso limitato agli avvicinamenti.
Fa perciò ben piacere ricevere un racconto come quello di Dimitri Ruggeri, socio CAI di Pescara, poeta e scrittore, che ci riporta le sensazioni di un viaggio in Mongolia (in una regione di cui abbiamo scritto anche pochi giorni fa). Come Dimitri stesso ha scritto “Otto giorni a piedi tra Kharkhiraa e Turgen, nell’Altai nord-occidentale, al passo di una carovana”. Non aspettatevi indicazioni puntuali su distanze e tempistiche, si tratta di uno scritto che riporta uno spazio un tempo e relazioni vissuti secondo la dimensione locale. Facile da comprendere per chi ci è stato, ma anche passando queste righe qualcosa può arrivare. Buona lettura!
Bayarlalaa, Mongolia
di Dimitri Ruggeri
Non chiedere il nome di questi luoghi. Non li ricorderai mai. Chiedi piuttosto le suggestioni che sanno evocare: allora, davanti agli occhi, si schiuderanno paesaggi infiniti.
Tra un pezzo di mela e un pomodorino, il cielo ci cade addosso. I cammelli ci raggiungono nella conca del pranzo, piegati sotto tende, viveri e attrezzatura. Liberati dai centocinquanta chili che ciascuno porta sul dorso, si lasciano cadere con un tonfo, simili a edifici pericolanti che smettono di opporre resistenza alla gravità.
Siamo nell’Altai nord-occidentale, tra Kharkhiraa e Turgen. Camminiamo con una carovana di cammelli e cavalli, lungo corsi d’acqua e tracce che si confondono con il pascolo. Qui le distanze non hanno cartelli e il paesaggio non dichiara dove finisca una valle.
La grandine arriva senza preparazione. Un istante prima mangio, quello successivo siamo rannicchiati sotto giacche e poncho come uccelli feriti mentre i chicchi rimbalzano sulle pietre e sulle gobbe dei cammelli. Non possiamo correre perché non esiste un tetto verso cui farlo. Dietro di noi c’è lo stesso cielo. Possiamo soltanto aspettare, battendo i denti.
La pazienza, un valore da riscoprire
La pazienza non è mai stata una mia virtù. L’ho sempre considerata una forma elegante della rinuncia. In quella conca scopro invece che può essere una condizione fisica: una postura del corpo, curvo e inarcato senza capitolare.
Quando la grandine smette, le montagne sono bianche. Ci alziamo, scuotiamo i vestiti e riprendiamo il cammino. Nei giorni successivi impareremo che il tempo cambia senza consultarci.
La Mongolia mi aveva aspettato per quasi vent’anni. La prima volta l’avevo osservata dal lago Bajkal, lungo la Transiberiana. Dal finestrino del treno la immaginavo come un bestione enorme e polveroso da domare, una polvere nella quale nascondersi e, forse, rinascere.
Da Ulaangom raggiungiamo Tarialan, punto di partenza del trekking. La strada enorme potrebbe contenere una parata, un mercato, una fuga; contiene soprattutto polvere, capre e pecore sorvegliate da pastori in motorino.
La famiglia di Shinè, la nostra guida mongola, ci permette di montare le tende davanti alla ger. Da lì parte la carovana: carovanieri, cammelli, cavalli e un piccolo gruppo di camminatori. Procediamo con gli zaini giornalieri, persuasi di essere i protagonisti. Siamo invece la parte meno necessaria del sistema. Senza i cammelli non avremmo tende e viveri; senza i cavalli alcuni guadi sarebbero impraticabili; senza le guide non distingueremmo una traccia da un vicolo cieco. Il nostro itinerario dipende da animali e persone che non devono trasformarlo in un’esperienza. Per loro è lavoro.
Il fiume, ingrossato dalle piogge, impedisce ai cammelli di passare. Dovremo aggirarlo, aggiungendo una tappa. La prima lezione della Mongolia è una deviazione inaspettata.
Il respiro del paesaggio
Partiamo con un caldo asfissiante. Le locuste scattano dalla steppa come molle impazzite e un nibbio ci segue dall’alto. Lo spazio si restringe in una valle di rocce rosse e poi si apre su ger, yak, cavalli, capre e pecore. Il paesaggio procede per contrazioni e dilatazioni, in pennellate di verde elettrico: un polmone che inspira le montagne ed espira le pianure.
Un giorno, risalendo un pendio sotto la pioggia, incontro un bambino a cavallo che governa un gregge. Indossa una busta azzurra rovesciata, adattata a impermeabile. Si muove tra rocce e pecore con rapidità feroce. Lo saluto e ricambia, ma non può concedermi più di uno sguardo. Gli animali non devono disperdersi. Non ha tempo per la mia meraviglia.
Attraversiamo più volte i rami acquatici del Kharkhiraa. Ci togliamo gli scarponi, ce li leghiamo al collo e mettiamo i piedi nudi nell’acqua. La corrente spinge sulle ginocchia, lo zaino modifica l’equilibrio, le pietre scivolano sotto le piante. Nulla assume una forma eroica: siamo adulti con i pantaloni arrotolati e l’espressione di chi teme di cadere maldestramente. La montagna non ci chiede coraggio, ma attenzione e rispetto.
La sera entriamo nella ger di una coppia anziana. La donna prepara tè con latte di yak e sale. Le doniamo alcune medicine, poi uno di noi scatta una foto con la Polaroid. L’immagine appare lentamente: la ger, i vestiti, i volti sorridenti. La donna guarda sé stessa accanto al marito. Dai suoi occhi esce una lacrima intermittente, poi il pianto le prende il viso. Mi tolgo gli occhiali da sole e guardo quel rettangolo capace di contenere una vita condivisa con questo angolo del mondo. Due persone hanno diviso per anni lavoro, animali, freddo, figli, malattie ed estati.
Nell’immagine sono di nuovo affiancate, come se la macchina fotografica avesse sospeso la possibilità della perdita.
Penso alla mia famiglia. Qualche giorno dopo, tra colline gonfie d’erba e farfalle, una linea netta separerà il verde dall’azzurro e la chiamerò “la linea della felicità”. Ogni famiglia è una carovana che per anni finge di essere una casa. Poi qualcuno rallenta, qualcuno prende un’altra direzione. I carichi vengono redistribuiti e le distanze cambiano.
Una sorpresa bianca
Il mattino seguente apro la tenda e il mondo è bianco. Davanti a me c’è un cavallo chiaro, quasi dello stesso colore della neve; dietro, le montagne sono scomparse in una luce lattiginosa. Potrebbe essere a pochi metri oppure dentro un sogno.
Mi riparo nella tenda dei carovanieri. Mi offrono tè bollente, ridono e continuano a lavorare. Non sembrano offesi dalla neve: la guardano indifferenti a ciò che noi interpretiamo come un affronto personale. Per qualche minuto il freddo smette di sembrarmi un torto.
Poco dopo partiamo per un valico oltre i tremila metri. Saliamo sperando che il cielo non ci venga di nuovo in testa, poi scendiamo lungo un ghiaione scivoloso. A valle il Turgen è coperto da nuvole e neve grigia. Il giorno seguente entriamo tra i larici. Dopo la steppa, gli alberi sembrano una folla. La carovana ci lascia: ha terminato il proprio lavoro. I cammelli, all’inizio elementi pittoreschi, sono diventati una misura del tempo. Il loro passo stabiliva la giornata, la loro presenza teneva insieme il campo. Non ci sono abbracci con i carovanieri. Ci salutiamo da lontano, perché a loro basta quello.
L’ultimo giorno attraversiamo una miniera di carbone nei pressi di Khotgor. Il fronte di scavo interrompe la steppa come una ferita; camion e fuoristrada sollevano nuvole di polvere. Dopo giorni con le bestie, il rumore dei motori produce uno straniamento quasi maggiore del silenzio.
La Mongolia pastorale che avevo cercato e quella mineraria non sono due Paesi diversi. La ger, il cavallo, il fuoristrada e la miniera appartengono allo stesso presente. Sono io ad avere bisogno di separarli, per salvare l’idea di autenticità con cui sono arrivato. Ma l’autenticità è spesso il nome che diamo a ciò che vogliamo rimanga fermo mentre noi continuiamo a cambiare.
Un ridimensionamento necessario
All’aeroporto il gruppo si sparpaglia. Per sedici giorni abbiamo attraversato lo stesso Paese, ma ciascuno ne porterà via uno diverso.
Porto con me la donna davanti alla Polaroid. Il bambino nella busta azzurra. I cammelli accasciati. Il tè bollente. Le ciabatte nella neve. La linea tra il verde e il cielo. Porto anche la fame, il sonno che non arriva e la voglia, a volte, di essere già altrove.
La Mongolia non mi ha insegnato una verità universale. Ha fatto qualcosa di più modesto: mi ha tolto la possibilità di decidere tutto. Mi ha obbligato a fermarmi quando volevo avanzare, a entrare nell’acqua quando avrei preferito restare asciutto, ad aspettare quando credevo necessario reagire. Mi ha costretto a guardare il cielo non soltanto per ammirarlo, ma per capire che cosa avrebbe fatto del mio corpo e della giornata.
Poi, ogni volta, il vento è finito. La neve ha smesso. La carovana è ripartita.
Bayarlalaa, Mongolia.
Grazie per la deviazione, per il freddo e per il limite. Grazie per non avere corrisposto all’immagine con cui ero arrivato.