Pino mugo e ontano verde: i pilastri naturali dei pendii

I cespugli e gli arbusti sono spesso considerati un ostacolo per chi si muove in montagna, ma senza la presenza di detrminate specie, molti pendii e alcune pareti non esisterebbero, consumati dalla naturale evoluzione dell’erosione da parte degli elementi naturali.

Cespugli e arbusti sembrano essere due termini “ingombranti”, quelli che identificano le piante che il più delle volte recano disturbo a chi si muove per le montagne, invadendo le tracce dei camminatori e “sporcando” le pareti di gioco degli arrampicatori. Forse la visione reale però è diversa, con noi umani che ci avventuriamo dove loro crescono da tempi immemorabili, quando il genere Homo non aveva ancora ben scelto la sua strada evolutiva da bipede e da conquistatore del mondo.

Ci sono due specie ben diverse fra loro, con cui spesso abbiamo a che fare nel nostro agire fra i monti, due specie che, in un certo senso, sono parte integrante dei pendii, strutture viventi che contribuiscono “a tenere in piedi” le montagne. Stiamo parlando del pino mugo e dell’ontano verde, piante comuni e spesso guardate con svogliata sufficienza, vegetali che però, ad una osservazione più attenta ci mostrano delle curiosità e delle utilità pratiche non di poca rilevanza.

Il pino mugo: buono non solo per la grappa

Il pino mugo (Pinus mugo) è una conifera che non ha bisogno di grandi presentazioni, ben nota a chi frequenta la montagna e pure a chi solo la immagina. Ci sono però delle caratteristiche e dei tratti distintivi che vanno oltre alle informazioni che ci sono state tramandate dai “vecchi”, prima fra tutte quella che vede i germogli e le giovani pigne quali ottime materie prime per gustose grappe e miracolosi sciroppi per il mal di gola.

Questa pianta dal portamento prostrato può essere definita una pioniera, fra le prime a insediarsi su nuovi terreni (preferibilmente ma non necessariamente di origine calcarea o dolomitica) generati ad esempio da frane ed erosioni. Proprio la sua morfologia intricata crea dei densi “cuscini” che riescono a fermare i venti, cosa ben nota agli escursionisti in estate, quando percorrendo un sentiero fra i mughi, percepiscono un tipico calore da aria stagnante. Tornando a parlare del rapporto fra il pino mugo e il terreno si scopre un’inaspettata curiosità, ossia il fatto che i rametti bassi della pianta sono in grado di frammentare la copertura nevosa, proteggendo quello che sta sotto dall’azione del gelo e del dilavamento primaverile. La neve, in determinate condizioni e soprattutto quantità, può divenire un elemento di pericolo, ecco quindi che i rami flessibili della “nostra” pianta ci vengono in soccorso a mo’ di scudo, rallentando o bloccando gli scivolamenti valanghivi lungo i pendii.

Di questa conifera va poi rimarcata la solidità a livello radicale, lo sanno bene i climber che in situazioni non convenzionali sanno di potersi fidare delle parti basali dei pini mughi quale sostegno per calarsi in corda doppia. Le radici mantengono insieme sassi e materiali incoerenti, situazione ben osservabile sui ghiaioni tipici, ad esempio quelli delle Dolomiti.

Il mugo, grazie alla sua conformazione che si scosta da quella di gran parte delle altre piante montane, offre dei servizi ecosistemici anche agli altri animali, non solo all’uomo. A ricavarne grandi benefici sono i camosci, che non esitano a nutrirsi dei suoi aghi e dei suoi germogli nella stagione meno generosa. Fra gli Uccelli sono i galli forcelli e i crocieri i migliori frequentatori, chi per trovare nascondiglio e riparo fra le preziose bolle d’aria create dai rami che bloccano la neve, e chi per reperire cibo.

Fiori maschili di pino mugo © Denis Perilli

È una specie difficilmente confondibile con altre, ma vediamo alcuni dettagli che, proprio per questo motivo, probabilmente ci sfuggono. Il portamento è di tipo arbustivo, come abbiamo già visto, ma può ergersi anche ad alberello (in particolare alcune sottospecie) in condizioni ambientali particolari. I rami più bassi talvolta si adagiano al terreno, proprio per non offrire resistenza al vento e mantenere ancor più solida la pianta. Essendo un pino, i suoi aghi sono riuniti in ciuffetti, questa volta a verticilli di due. 

I fiori femminili sono piccoli e rosso-violacei, riuniti in piccoli ciuffi a forma coniforme che spuntano sulle punte dei rametti. Una volta fecondati si trasformano in strobili (pigne) di 3-5 cm che divengono via via sempre più legnosi. Quelli maschili sono più numerosi, piccoli e vistosi di quelli femminili. I semi, che si trovano all’interno delle pigne, sono alati e vengono dispersi dal vento.

È una specie che trova il suo “optimum” fra i 1600 e i 2300 m, ma le eccezioni sono davvero molteplici, dovute anche all’inversione termica che la porta a stare molto più in basso, come succede, ad esempio, di regola nelle due lunghe valli delle Dolomiti Friulane (Val Cimoliana e Val Settimana).

Alla fine di tutti questi discorsi proviamo a scoprire perché si chiama “mugo”. Questo termine sembra derivare dal francese antico “musquet”, in riferimento alla capacità di emanare un forte profumo muschiato 8che in realtà sa più di resina che di muschio).

Il Corno Bianco, in Val di Fiemme, letteralmente ammantato da pini mughi © Denis Perilli

L’ontano verde, l’arbusto degli ambienti umidi

L’ontano verde (Alnus alnobetula, ex Alnus viridis) è “la pianta dei canaloni”, quella che cresce sugli umidi pendii esposti a nord, sulle linee di valanga, in pratica in quegli ambienti inaccessibili alle altre specie. È un arbusto che raggiunge anche i 4 m di altezza che mostra una forza incredibile, sia come adattabilità che come attributi fisiologici e morfologici. 

Vegeta tranquillamente fino a oltre 2000 m su terreni poveri, umidi e anche poco consistenti, riuscendo ad arricchirli grazie alle simbiosi radicali (evidenti tubercoli) con batteri in grado di fissare azoto. Ma non finisce qui, la sua crescita è rapida e impostata su radici poco profonde, condizioni che riescono a portare ventilazione alla zona superficiale del terreno, vero toccasana anche per gli organismi animali fossori. Neppure i rami sono da meno in quanto a sorprendente resistenza, estremamente flessibili e in grado di sopportare senza apparente sforzo la violenza delle slavine e il peso della neve.

Amenti di ontano verde © Denis Perilli

C’è poi il trucco della propagazione, quello che vede due stagioni riproduttive sovrapporsi. In pratica succede che i suoi amenti femminili (infiorescenze a grappoli pendenti) si formano in autunno, pronti a fiorire appena la neve si scioglie, in primavera. Una volta fecondati dal polline dei fiori maschili (amenti gialli) che fioriscono ad aprile, si trasformano in piccoli “coni” fruttiferi legnosi che pendono dai rametti in numero di 3-8. I semi vengono rilasciati in inverno, quando in contemporanea sulla pianta troviamo quindi sia gli abbozzi degli amenti che i frutti dell’anno precedente.

Un rametto di ontano verde in autunno, con i "coni" legnosi e i nuovi amenti in formazione © Denis Perilli

Le foglie, che cadono in inverno, sono ellittiche o quasi rotonde, appuntite e orlate sui bordi, lunghe fino a circa 4,5 cm e più scure sulla pagina superiore.

Essendo una pianta “forte”, che non disdegna di crescere neppure lungo i torrenti e nelle zone umide, e che riesce ad arricchire i terreni, viene usata per la riforestazione su terreni poveri, per dare il via all’impostazione di una nuova successione vegetale.