Andrzej Bargiel: cosa c'è dietro la discesa del Nanga Parbat

Dopo la storica discesa integrale, lo scialpinista polacco racconta la sua idea d'alpinismo: preparazione, gestione del rischio, tecnologia, legame con il Pakistan e il significato dell'esplorazione.

 

Per molti resterà l'uomo che ha sciato il Nanga Parbat lungo la via Messner, completando uno dei progetti più ambiziosi dello sci ripido himalayano. Ma ascoltando Andrzej Bargiel parlare della sua impresa, il risultato finale sembra quasi un dettaglio. Nell'intervista rilasciata al podcast The High Route, il polacco racconta soprattutto ciò che viene prima della discesa: gli anni di osservazione, la costruzione della squadra, la gestione del rischio e il rapporto con le montagne del Karakorum.

Lo faccio perché mi piace. L'obiettivo mi sembrava semplicemente interessante”, spiega, smontando fin dall'inizio qualsiasi lettura eroica della sua carriera.

Al di là del record

Viene prima la discesa o il record? Per Bargiel, decisamente la discesa. Nell’intervista, il polacco racconta di aver seguito per anni i tentativi di chi lo aveva preceduto: Hans Kammerlander, gli sciatori francesi e soprattutto Luis Stitzinger, fermatosi nel 2008 a circa 7.800 metri. “In realtà ho solo completato il suo progetto”, osserva.

La scelta della via Messner è stata ponderata ma anche di cuore. Aperta nel 1978 da Reinhold Messner, resta una delle grandi linee del Karakorum e, ricorda Bargiel, non è mai stata ripetuta integralmente in salita. “Sono andato sul posto per capire se la discesa fosse fisicamente possibile”, racconta. Bargiel non ha mai preso in considerazione l'idea di percorrere la parete Diamir in salita: avrebbe significato trascorrere giorni esposti ai seracchi e alle valanghe. La discesa con gli sci, invece, gli consentiva di attraversare il tratto più pericoloso in tempi molto più rapidi.

Nel tratto davvero critico sono rimasto esposto circa un'ora”. Un’ora che è costata anni di osservazioni e di tentativi. “Bisogna imparare il ritmo della montagna e adeguarsi”, continua il polacco.

Bargiel guarda con favore alle innovazioni tecnologiche: previsioni meteo sempre più precise, radio, GPS e droni hanno cambiato il modo di organizzare le spedizioni e di affrontare le emergenze. Ma riconosce che “Per preparare una via non è cambiato quasi nulla. Bisogna comunque uscire, osservare la montagna e vedere tutto con i propri occhi”.

Per far fronte all’incertezza che, anche con queste innovazioni, caratterizza le altissime quote e la montagna in generale, ritiene che l’autonomia, anche in termini medici, sia la prima arma. Nell’intervista, Bargiel racconta che le sue spedizioni trasportano una dotazione medica completa. “Possiamo perfino suturare una persona durante la spedizione” racconta, spiegando che in Pakistan i soccorsi possono richiedere giorni.

La sicurezza è la priorità in tutte le decisioni. 

Mi piacciono le discese estreme, ma non sento di dover dimostrare qualcosa. Voglio che sia il più sicuro possibile”.

Hic Sunt Leones

Il Nanga Parbat è una tappa, l’ultima pakistana, del progetto Hic Sunt Leones, il ciclo di spedizioni che negli ultimi anni ha portato Bargiel a scendere alcune delle montagne più alte del pianeta con gli sci. Il nome deriva dall'antica espressione latina che indicava i territori inesplorati sulle mappe medievali.

L’idea del progetto è nata dopo che il polacco ha lasciato lo sci agonistico, trovandosi a dover ricostruire da zero la sua attività sportiva e la sua vita da atleta. “Ho dovuto imparare da zero. Sapevo fare sport, ma non organizzare tutto il resto: trovare sponsor, pianificare spedizioni, comunicare il progetto. Una spedizione costa decine di migliaia di euro a persona, e all’inizio era difficile metterli insieme” racconta. Con il tempo, Bargiel è riuscito a costruire una storia dietro Hic Sunt Leones, capace di attirare sponsor e rendere possibili spedizioni sempre più ambiziose.

 

Il Pakistan oltre le montagne

Bargiel nell’intervista parla a lungo anche del Pakistan, un Paese che per lui è molto di più che lo sfondo delle sue imprese. Lo considera meno turistico del Nepal e apprezza il rapporto costruito negli anni con le comunità locali. Tra gli episodi più significativi racconta quello di un bambino che raggiunse il campo base per chiedere aiuto per la madre gravemente malata. La spedizione organizzò il trasporto in ospedale e contribuì alle spese mediche. “L'intero villaggio è venuto ad aspettarci con tè, latte e una torta per ringraziarci”.

“Oltre le prestazioni, per me sono importanti le persone. Anche nella mia squadra, non scelgo i più forti. Visto che dobbiamo convivere per settimane, il feeling conta quanto le capacità tecniche e la fiducia reciproca è essenziale”.

Dopo l’impresa, cosa rimane?

Viene spontaneo chiedersi cosa rimanga a un alpinista dopo aver completato un’impresa storica come questa. Alla domanda, Bargiel risponde che “Il valore più grande è tutto il processo. Non è il momento in cui arrivo in cima o completo la discesa. Ciò che il pubblico vede – il video della discesa, la vetta, il record – rappresenta solo una piccola parte del lavoro. Ma dietro quel momento ci sono anni di preparazione, osservazione della montagna, allenamento e costruzione della squadra. Questo per me è importante tanto quanto la vetta. Il successo più importante non è aver sciato dal Nanga Parbat, ma essere riusciti a farlo tornando tutti a casa” conclude l’alpinista.