L'autrice. © Bianca Rizzi
La copertina del libro.
Lorenza Gentile. © Foto autriceCi sono volte in cui il futuro ci bussa alla porta con la forza di un imprevisto, chiedendoci di non essere più ignorato: è allora che siamo chiamati ad assumerci la responsabilità di chi vogliamo essere, cercando dentro di noi le risposte che finora abbiamo delegato ad altri. È ciò che capita a Lucilla, la protagonista di La volta giusta (pp. 320, 19 euro, Feltrinelli 2025), il romanzo di Lorenza Gentile che ha vinto quest’estate il premio Bancarella, istituito dai librai ambulanti della Lunigiana nel 1953 (la loro storia è raccontata ne La luce del primo mattino, l’ultimo romanzo di Franco Faggiani). Libraia è stata anche questa scrittrice milanese, a Parigi per la celebre Shakespeare and Company, che all’attivo ha già sei romanzi, più un paio per ragazzi, con un’inclinazione per le giovani donne alla ricerca di sé. Come Lucilla, appunto, perennemente a ricasco di un uomo da cui dipendere e in fuga dal suo passato di dolore. Finché un giorno quella dinamica si spezza e lei si ritrova a riaprire la locanda di un “comune polvere” nelle Alpi Marittime da sola e non insieme a Enrico, con cui aveva vinto un bando di gestione a suggello del loro progetto di vita insieme.
Una scrittura che coinvolge
La lettura scorre veloce al ritmo di una scrittura leggera ma determinata, che ci fa dubitare, arrabbiare, palpitare, faticare e alla fine gioire insieme alla protagonista, ma anche a tutti gli altri personaggi che le girano intorno: il vecchio Eliseo, sempre pronto a darle una mano e insegnarle tutto della sua montagna dove ora vive anche lei, a 1200 metri di altezza, a Nives, esperta di erbe e madre resiliente, a Valentina, che produce miele, a Libero, un architetto tuttofare. E a un curioso giapponese venuto da lontano a vivere da solo – nessuno sa perché – in un borgo spopolato, con un ruolo piccolo ma fondamentale, ispirato a una storia vera.
Un romanzo corale che non ignora la durezza della vita in montagna, ma nemmeno la libertà e la gioia che offre, come sa bene l’autrice, che ama la Val d’Aosta, dove fa escursioni fra Champoluc e Antagnod.
Lorenza Gentile, sei stata libraia, com’è per te ricevere proprio il Bancarella?
Io ho lavorato in libreria e mio marito ancora lo fa. È stata una grande emozione trovarmi a Pontremoli… Il Bancarella è speciale proprio perché sono i librai a votare, quindi la ritengo una vittoria condivisa: tutti quelli che mi hanno votata lo hanno fatto non solo perché hanno amato il libro, ma perché lo hanno amato anche i loro lettori.
La bellezza selvaggia di Briga Alta
Perché ambientare la tua storia proprio in montagna?
Da un lato Lucilla, che avevo chiara in mente, come tutte le altre mie protagoniste è una persona in difficoltà, dall’altro avevo voglia di ambientare un romanzo in montagna, che può sembrare dura, ma ti mette veramente di fronte a te stesso: era perfetta per la storia che avevo in mente. Amo molto la montagna, ma l’ho sempre frequentata da turista, e al mio racconto serviva un borgo in via di spopolamento, però non sapevo dove di preciso. È stato mio marito, che è ligure, a darmi l’idea delle Alpi Marittime. Non ci ero mai stata e mi sono incuriosita, rimanendone folgorata per la bellezza selvaggia: dall’alto si vede il mare lontano e i versanti sono costellati di piccoli paesini arroccati di pietra, quasi completamente disabitati durante l’anno.
Avevo voglia di ambientare un romanzo in montagna, che può sembrare dura, ma ti mette veramente di fronte a te stesso: era perfetta per la storia che avevo in mente.
Quindi il borgo del tuo romanzo si ispira a uno di quelli che hai visitato?
Il luogo del romanzo è di fantasia, ma si ispira in particolare a Briga Alta (40 abitanti nel cuneese, NdR), sul versante ligure, effettivamente l’unico con un ristorante aperto, che è una locanda rimessa in attività da poco, ma funge anche da bar, drogheria, ha gli alloggi, è un po’ il centro della valle. Quando siamo arrivati, è passata da lì un’umanità incredibile: il postino, la pastora, la produttrice di miele, la stessa coppia che ha riaperto la locanda mi ha raccontato la sua storia, e da lì mi sono innamorata di questo posto. Mi ha affascinato molto il fatto che le Alpi Marittime sono divise tra Italia e Francia, e in Italia tra Liguria e Piemonte, quindi sono molto frammentate a livello geografico, però in realtà c’è un forte senso di appartenenza alla cultura brigasca, con i suoi canti, la cucina, i vestiti tradizionali. È un vero peccato che questo si stia perdendo, perché non ci nasce quasi più nessuno, e ho pensato anche per questo che fosse bello raccontare le Alpi Marittime. Ci sono poi tornata varie volte, rielaborando i luoghi perché tutto funzionasse nel romanzo e rendere questo paese davvero il simbolo di una montagna lontana da quella ultra-popolata e “turistificata” che vediamo altrove.
È stato mio marito, che è ligure, a darmi l’idea delle Alpi Marittime. Non ci ero mai stata e mi sono incuriosita, rimanendone folgorata per la bellezza selvaggia: dall’alto si vede il mare lontano e i versanti sono costellati di piccoli paesini arroccati di pietra, quasi completamente disabitati durante l’anno.
Eliseo, uno dei personaggi chiave, dice: “Noi guardiamo alpeggi, non vette”, a rimarcare la differenza di sguardo fra chi in montagna ci è nato e chi viene da fuori. Il romanzo è disseminato di parole e modi di dire dialettali (soprano/sottano – ubago/aprico – balma, bric, pelouse), e poi c’è il bruss, il formaggio tipico di quelle zone. Come ti sei informata e perché questa esigenza?
Il dialetto è fondamentale, fornisce immediatamente la realtà del luogo, è come se – filosoficamente – non possedessi veramente nulla finché non la nomini. Per me come scrittrice questo è stato un elemento molto interessante che ho potuto osservare proprio stando con la gente del posto, che ha un forte legame con il loro linguaggio, quindi fra dialetto e realtà. È come se ne avessero bisogno anche per capirsi tra loro. E poi ho letto Francesco Biamonti (scrittore ligure con un rapporto viscerale con la sua terra, NdR), che alla fine dei suoi romanzi aggiunge sempre un glossario.
La scoperta dei luoghi
La coppia chiamata a gestire la locanda risponde a un bando che promette meraviglie: alta qualità della vita, e tecnologia per contrastare l’isolamento. Poi però la realtà è ben diversa. Intendevi inserire una critica a iniziative un po’ illusorie come le case a 1 euro o a tutti gli incentivi per trasferirsi in montagna?
Di solito conosco molto bene i luoghi dove ambiento i miei romanzi. Invece stavolta io stessa dovevo scoprirlo, e ho fatto una scelta radicale per evitare di fare un’appropriazione culturale. Per questo ho enfatizzato lo sguardo esterno, attingendo direttamente al mio, chiedendomi come sarebbe stato se io davvero fossi andata lì a vivere. Non volevo che ci fosse nessuna forma di idealizzazione. Non volevo che passasse l’idea che in città è tutto difficile e in montagna no, che basta avere il coraggio di lasciare tutto e ricominciare sarà facile. Per me è sempre stato chiaro che ovunque uno vada i problemi se li porta dietro, le persone sono esseri umani con luci e ombre, gioie e difficoltà, non esiste una soluzione perfetta, nemmeno la montagna lo è. Però non conosco così bene i vari bandi per arrivare a farne una critica. C’è invece il tema della volta giusta.
C'è un forte senso di appartenenza alla cultura brigasca, con i suoi canti, la cucina, i vestiti tradizionali. È un vero peccato che questo si stia perdendo, perché non ci nasce quasi più nessuno, e ho pensato anche per questo che fosse bello raccontare le Alpi Maritime.
Esiste sempre una volta giusta? La tua qual è?
La volta giusta è la volta nostra, e io mi sono chiesta, per tutto il romanzo, se esiste una volta perfetta. La montagna ha messo in difficoltà Lucilla, e anche le regole del bando sono una forma di ostacolo. Non bisogna idealizzare il cambio di vita come una soluzione idilliaca e risolutiva, è semplicemente una scelta, che può rivelarsi anche molto dura. In realtà io non credo nella volta giusta, perché altrimenti le altre sarebbero sbagliate, credo nel fatto che ci siano dei momenti nella nostra vita in cui se troviamo il coraggio di cercarci e ci sorprendiamo nel trovarci. Io ne ho avuti diversi, uno importante è stato scrivere Le piccole libertà, il mio terzo romanzo (2023, nato dall'esperienza alla libreria parigina Shakespeare and Company, NdR), che mi ha svelato chi sono e cosa mi interessa davvero: è stato un atto di coraggio, perché inizialmente mi sembrava di sminuire la scrittura parlando di una donna con problematiche che abbiamo un po’ tutte noi e invece è stato rivelatorio. Grazie a quella scelta la mia vita ha preso un percorso preciso.
La vita di montagna
Tu andresti a vivere in montagna?
No, io non farei quella scelta, anzi, ho scritto questo romanzo proprio per vivere questa possibilità, per esplorarla, per ragionarci, per rifletterci, e anche per godermela. Vivo una realtà diametralmente opposta, a Milano, ho un figlio piccolo, sicuramente una parte di me sogna quella vita, ne ha avuto anche bisogno, ma oggi non avrei gli strumenti per fare una scelta così.
Non bisogna idealizzare il cambio di vita come una soluzione idilliaca e risolutiva, è semplicemente una scelta, che può rivelarsi anche molto dura. In realtà io non credo nella volta giusta, perché altrimenti le altre sarebbero sbagliate, credo nel fatto che ci siano dei momenti nella nostra vita in cui se troviamo il coraggio di cercarci e ci sorprendiamo nel trovarci.
Emerge con forza il tema che a una comunità di montagna in difficoltà non basta un “salvatore” esterno, quantomeno è necessaria una sinergia. Ognuno deve fare la propria parte, se non vuole scomparire.
Assolutamente sì. Nel mio racconto sono i locali a chiedere che qualche giovane vada a riaprire la locanda ormai chiusa da tempo, hanno tutto l’interesse quindi che la cosa funzioni, per quanto possa non essere perfetta, e per questo si dimostrano molto accoglienti con Lucilla. Ho voluto sfatare un po’ il mito del montanaro chiuso che non vuole nessuno, perché secondo me non è vero da quello che ho visto, trovo che invece oggi ci sia un’apertura, o magari dipende anche da come ci si pone: l’approccio di Lucilla è molto umile, ha la consapevolezza di non saper fare niente.
La storia di Lucilla insegna che ogni giorno si costruisce a piccoli passi, che nessuna paura si affronta con il controllo, ma anzi con il coraggio di lasciarsi andare, come insegnano le “regole della felicità” di Eliseo. Anche per te è così?
Per me scrivere è un modo per imparare, per capire, per scoprire cose, più che per dire cose. Il significato profondo che emerge da questo romanzo l’ho scoperto scrivendolo, è un percorso molto potente, la vera ragione per cui scrivo. Non sono saggia, come qualche lettrice mi considera, scopro tutto scrivendo, come le regole della felicità di Eliseo.
La tua preferita?
Quella che predica l’importanza di perdere la bussola, ogni tanto è importante avere il coraggio di lasciarsi travolgere, anche dalle cose belle, e per un attimo mollare gli ormeggi e non sapere come andranno a finire le cose, ma aver fiducia che vale la pena viverle.
Ogni tanto è importante avere il coraggio di lasciarsi travolgere, anche dalle cose belle, e per un attimo mollare gli ormeggi e non sapere come andranno a finire le cose, ma aver fiducia che vale la pena viverle.