Bambini in affitto, una storia dimenticata delle Alpi

Fino agli anni ’50 quando il lavoro minorile era pratica diffusa, le famiglie più numerose in estate mandavano a lavorare i figli lontano da casa. Scopriamo 'Il mercante di bambini' con l'autore, Franco Faggiani

In che modo la montagna influenza la vita delle persone che la abitano, e cosa significa davvero abitare nelle terre alte, ieri come oggi, terre di frontiera, di fatica, ma anche di opportunità: sono solo alcuni degli spunti contenuti ne Il mercante di bambini, l’ultimo libro pubblicato da Franco Faggiani (pp. 112, 10 euro, 2026, disponibile in linreria e su CAI Store), per la collana Piccole tracce di CAI Edizioni dedicata alla narrativa, dove è uscito anche l'apprezzatissimo Il maestro itinerante.

Bambini in affitto

Un racconto lungo che affronta un aspetto poco noto della storia recente delle Alpi: la pratica di “affittare” i bambini da parte delle famiglie più povere durante l’estate, quindi dopo la fine della scuola (e consideriamo che all'epoca la maggior parte arrivava solo alla terza elementare). I piccoli, dai 6 ai 12 anni, venivano destinati ai lavori più svariati, da quello – terribile – nelle miniere, come racconta anche Paolo Malaguti ne La leggenda del faggio vecchio, a quelli più comuni come aiutanti di malgari, pastori, commercianti, boscaioli, o nelle faccende di casa quasi sempre per le bambine. Dietro c’era la necessità di avere qualche bocca in meno da sfamare in casa, mentre i bambini ci “guadagnavano” un’esperienza che, se ben passata, li avrebbe alla fine aiutati a trovare la propria strada, insegnando loro innanzitutto il francese, visto che spesso venivano portati in Francia, la “Merica” di chi viveva nelle Alpi occidentali. 

Nulla di tutto ciò però poteva accadere senza l’aiuto di un mediatore, colui che metteva in contatto “domanda e offerta”: è proprio uno di questi il protagonista del libro, Mansueto Bertero, che caricava la sua “masnada”, ovvero la “banda” dei “masnà”, come si chiamavano in dialetto, e li portava alle fiere per la trattativa, la più famosa era quella di Barcelonnette, nell’Ubaye francese. Faggiani torna con una delle sue storie a metà fra realtà e finzione, ambientata nell’amatissimo Piemonte occitano, fra le Valli Varaita e Maira soprattutto.

Una storia dal profondo della montagna

Franco Faggiani, il tuo racconto offre molti spunti di riflessione che ci traghettano nell’attualità. Perché questa non è una storia così vecchia in fondo, e anche i termini dialettali che utilizzi sono gli stessi che si possono ascoltare ancora oggi.

Nelle valli parlano ancora tutti il patois, è difficile trovare qualcuno che parli in italiano se entri in un bar qualsiasi del Cuneese o della Val di Susa. 

L’affitto dei bambini non avveniva solo nelle Alpi occidentali, c’è una qualche specificità?

I bambini si affittavano in generale nella zona delle Alpi, succedeva anche in Friuli e nell’Appennino, ma a colpirmi tantissimo è stata la sistematicità con cui avveniva in queste valli del Piemonte, dove sembrava proprio una regola. Quando si abita in un posto difficile, per la quota, per il clima, per il freddo, per la miseria, per la povertà, è automatico che gli uomini, soprattutto nei lunghi mesi invernali, se ne vadano in cerca di altri mestieri, come il malgaro, il falegname, lo spazzacamino, l’arrotino, l’ombrellaio, qualunque cosa capitasse a tiro. In questo andare e tornare gli incidenti erano la norma. Come ho già raccontato anche Nell’inventario delle nuvole, il vedovo o la vedova si risposavano con un altro vedovo o vedova – per necessità ovviamente, non per amore – e così si formavano famiglie con 10-12 bambini che era duro sfamare, soprattutto nei momenti di difficoltà, magari a causa di una pessima stagione di raccolto. Per questo le famiglie vedevano come un grande sollievo l’affitto estivo, che per quattro mesi all’anno gli toglieva quattro bocche da sfamare. In quel contesto, in ogni caso, la mortalità infantile non impressionava più di tanto, dispiaceva ma era frequente: non sempre c’era un medico nelle vicinanze, non sempre arrivava in tempo, non sempre c’erano i medicinali, ci si arrangiava con le guaritrici di paese. 

I bambini si affittavano in generale nella zona delle Alpi, succedeva anche in Friuli e nell’Appennino, ma a colpirmi tantissimo è stata la sistematicità con cui avveniva in queste valli del Piemonte. (Franco Faggiani)

Fino a quando è durato?

Fino alla ricostruzione post-bellica, quando le industrie hanno cominciato a crescere nelle pianure a ridosso delle montagne, rendendo inutile migrare e anche garantendo un minimo di stipendio sicuro su cui contare, senza più essere in balia del clima, della natura, della fortuna. 

Anche i bambini la vedevano come un’opportunità?

Quelli che venivano dalle zone alpine dell’Ovest italico venivano portati prevalentemente in Francia, dove imparavano un po’ di francese, fatto da non da sottovalutare, perché a 14 anni, quando si “emancipavano”, i ragazzi, come gli uomini, spesso emigravano là. Saper già parlare e capire un po’ la lingua era per loro di grandissimo aiuto. Ho conosciuto poi molte signore anziane che da bambine sono andate a servizio nelle case delle ricche famiglie di pianura, e poi sono rimaste con loro. Alcune finivano nei conventi, che rappresentavano sempre un porto sicuro. Poi bisogna considerare che l’alternativa non era stare a giocare da qualche parte, i bambini avrebbero comunque lavorato dietro al bestiame, a fare il formaggio, il fieno, sempre lavori pesanti, ma vicino a casa. Infatti nessuno di loro si preoccupava per la fatica, il problema erano la lontananza e la nostalgia. Per questo i fratelli venivano sempre separati, anche se andavano dallo stesso padrone, come si accenna nel libro. 

L’alternativa non era stare a giocare da qualche parte, i bambini avrebbero comunque lavorato dietro al bestiame, a fare il formaggio, il fieno, sempre lavori pesanti, ma vicino a casa. Infatti nessuno di loro si preoccupava per la fatica, il problema erano la lontananza e la nostalgia. 

Cosa succedeva se provavano nostalgia?

Rendevano di meno sul lavoro e poi gli veniva voglia di scappare… ma se tornavano a casa era anche peggio, i genitori li riportavano indietro dal padrone, era meglio per loro se non succedeva… Ho avuto la fortuna di conoscere uno di questi bambini affittati, a Elva, quando ho presentato L’inventario delle nuvole. 

Chi è e come ricordava la sua infanzia questo bambino affittato?

Si chiamava Nino Perino, è morto l’anno scorso a 81 anni, era Guida alpina, maestro di sci e grande promotore di un turismo in Valmaira “nella natura”. Mi ha raccontato di essere stato affittato per cinque anni consecutivi in Francia e ne era molto orgoglioso, mi diceva che lo metteva nel suo curriculum, perché era stato capace, già all’età di 7-8 anni, di aiutare la famiglia a non morire di fame. Mi è sembrata una storia meravigliosa e l’idea di questo libro ce l’ho da allora.

I mediatori erano in sostanza dei commercianti, ma quando la merce sono i bambini servono anche i modi giusti. Il protagonista, Mansueto Bertero, è quasi un personaggio maieutico, hai edulcorato la sua figura?

In realtà no, chi faceva quel mestiere era molto attento alla sua “merce”, qualunque fosse. Mansueto ha una sua etica, per esempio non prende i bambini minuti per lavorare nelle miniere. Il benessere dei piccoli, che lui andava anche a conoscere prima, accertandosi che fossero robusti e mangiassero abbastanza, significava maggiore efficienza sul lavoro, me lo aveva raccontato anche Nino Perino. Era suo interesse che si trovassero bene con i loro padroni, e soprattutto viceversa, selezionando gli aiutanti giusti. Sapeva che, se tutto fosse andato nel verso giusto, alla fine della terza elementare avrebbero potuto rimanere insieme, nelle aziende di pianura, nelle Langhe, nel Monferrato, nel Cuneese, nel Saluzzese. Alcune famiglie si affezionavano a loro. A 13-14 anni erano dei piccoli imprenditori, o diventavano a loro volta dei commercianti. Mediatori esistono ancora oggi, di uva, o di bestiame, ne ho conosciuto qualcuno, ovviamente non più di bambini, anche per ragioni anagrafiche.

Il lavoro minorile era ed è tutt’oggi ancora diffuso, in aree meno sviluppate del mondo: i dati Unicef dicono 160 milioni nel 2020, scesi a 138 milioni nel 2025, di cui però 54 milioni svolgono lavori pericolosi. La nostra società invece sembra spingere nella direzione opposta: eliminare la fatica, soprattutto per i più giovani, a partire dalla scuola. Forse dovremmo cercare un equilibrio.

Se pensiamo a Nino Perino, che veniva affittato circa 70 anni fa per fare lavori pesanti, e a suo nipote che oggi ha la possibilità di usare l’intelligenza artificiale, possiamo capire che salto pazzesco sia avvenuto nel giro di appena due generazioni. Una volta c’era il papà boscaiolo, il figlio boscaiolo, ma il nipote andava a scuola e diventava commerciante, quindi l’evoluzione sociale era molto più lenta. D’altro canto noi la fatica ce la siamo dimenticata… la cerchiamo come sport, perché ne abbiamo bisogno per liberare la mente.

Se pensiamo a Nino Perino, che veniva affittato circa 70 anni fa per fare lavori pesanti, e a suo nipote che oggi ha la possibilità di usare l’intelligenza artificiale, possiamo capire che salto pazzesco sia avvenuto nel giro di appena due generazioni. 

Libri come il tuo ci ricordano il legame inscindibile tra montagna e fatica, quella che ha prodotto i bei panorami da cartolina oggi tanto cercati dal turismo di massa che finisce invece per minacciarli. 

Il ritorno alla fatica, alla genuinità delle cose e agli aspetti naturali non solo della montagna, è forse l’unico rimedio alla schiavitù dalla tecnologia che incombe. Se poi vogliamo tornare a vivere in montagna dobbiamo mettere in conto la fatica, perché è inevitabile. Un amico in Val di Susa ogni tanto accoglie in stage dei ragazzi di città che studiano agraria: nessuno resiste, eppure lui avrebbe bisogno di aiuto. La montagna è di tutti, ma non per tutti. Per il terzo anno consecutivo, dalle mie parti ho sentito gente che si lamentava del rumore dei campanacci o dell’odore della letamaia, che è lì da 50 anni… La montagna non è una piccola città traslocata in mezzo al verde, come pensa qualcuno.

In questo libro torna un tema che hai già esplorato molte volte: quanto la geografia della montagna condiziona la vita di chi la abita?

In realtà tutti i luoghi dove vivi condizionano la tua vita, il difficile è adattarsi a una vita diversa. Io sto provando ad andare a vivere in montagna, ma pur con tutto l’entusiasmo che ho, mi rendo conto che è difficile per uno che è sempre vissuto in città, per quanto idilliaco possa essere il cambiamento. È soprattutto la capacità di adattamento che dobbiamo recuperare oggi più che mai, sforzandoci di adattarci a vite diverse, ad ambienti diversi, a relazioni diverse soprattutto. Perché sono le relazioni con le persone a farti stare bene o male in un luogo: la natura e il paesaggio sono belli, ma restano fermi lì.

È soprattutto la capacità di adattamento che dobbiamo recuperare oggi più che mai, sforzandoci di adattarci a vite diverse, ad ambienti diversi, a relazioni diverse soprattutto. Perché sono le relazioni con le persone a farti stare bene o male in un luogo. 

La fuga e il ritorno

La qualità delle relazioni umane è una delle ragioni forti di chi decide di fare quella scelta. Non sono ancora tanti, ma più di un tempo, quando il flusso era solo in uscita. Non è un paradosso che la montagna sia un luogo identitario da cui però si tende ad andare via, cercando altrove la fortuna?

C’è chi va via, ma anche chi torna, come avviene con alcuni bambini nel libro. Bisogna forse rivedere l’idea di cosa significa andare a vivere in montagna. Io, per esempio, non torno in montagna, io abito la montagna: la mia è “rioccupazione” di una casa, perché faccio un mestiere che con la montagna non ha niente a che fare. E come me tanti che fanno lavori intellettuali, artistici, o comunque altro che si possa fare col computer. Danno certamente vita a una piccola borgata che senza di loro, probabilmente, sarebbe andata persa per l’abbandono, per il degrado, quindi ben vengano queste persone di cui anche io faccio parte come categoria. Il problema, paradossalmente, si pone quando i ragazzi del posto che sono andati a studiare fuori tornano per lavorare nel loro paese, e ce ne sono. 

In che senso è un problema tornare? Non è proprio quello che serve?

Perché è allora che serve l’assistenza delle istituzioni. Fatte le dovute eccezioni, tutti i livelli istituzionali dovrebbero dare una mano, comuni, regioni, enti locali. Ce lo dicevamo già anni fa agli incontri in valle parlando del fenomeno del ritorno in montagna. Per andare a vivere in un posto in montagna oggi come oggi ci vogliono tre condizioni essenziali: la pulizia delle strade, soprattutto per chi ha una famiglia, una connessione che funzioni, perché la burocrazia è tutta spostata online, anche per chi fa l’agricoltore, e un presidio medico nelle vicinanze. Senza questi servizi, o fai l’eremita, oppure non riesci a vivere, lavorare, produrre, creare, sviluppare, quindi è inutile trasferirsi in montagna. Perché, quando succede, il problema si pone prima per le istituzioni che per le persone.